Opinione · Esteri · 16 settembre 2026 — di Mohamed Bourbiza
Il concerto di Al Bano a Tel Aviv del 13 settembre 2026 mi ha riportato a un ricordo lontano: la prima volta che sentii “Felicità”, nel 1984, avevo 14 anni ed ero a cena con mia madre e i miei fratelli in un ristorante italiano del New Jersey. Quarantadue anni dopo, quella stessa canzone pesa per me in modo completamente diverso.
1984, New Jersey: quando “Felicità” per me era soltanto una bella canzone
Quando ero giovane ricordo ancora la prima volta in cui sentii “Felicità” di Al Bano e Romina Power. Era il 1984, in un ristorante italiano nel New Jersey. Ero a cena con mia madre e i miei fratelli e avevo 14 anni.
La canzone mi piacque subito, anche se allora non capivo una sola parola del testo. Non parlavo italiano: parlavo arabo, francese e inglese. Eppure quella melodia mi rimase dentro. In quegli anni ascoltavo ovunque anche Toto Cutugno: per me quella musica, insieme ad altri simboli popolari italiani conosciuti nel mondo, era una porta verso un Paese che ancora non sapevo sarebbe diventato parte della mia vita.
Dieci anni dopo, nel 1994, incontrai una ragazza italiana a Millburn. Parlammo della cultura italiana e naturalmente arrivammo alla musica. Le dissi che una delle canzoni italiane che ricordavo meglio era proprio “Felicità”, ma che non ne conoscevo davvero le parole. Me la spiegò in inglese. Da quel momento mi piacque ancora di più.
Perché chi di noi non vuole essere felice? Chi non vuole una telefonata inattesa, un bicchiere di vino, un sorriso, una persona accanto, una vita normale?
Poi sono arrivato in Italia. Ho imparato l’italiano. Ho sposato un’italiana del Salento, la terra di Al Bano. Quella canzone, in qualche modo, ha continuato ad accompagnare una parte della mia storia personale.
La mia opinione
Per questo vedere Al Bano cantare “Felicità” a Tel Aviv il 13 settembre 2026 non mi è sembrata una semplice esibizione. Per me è stata una scelta profondamente sbagliata e, sul piano umano e simbolico, vergognosa. Non perché un artista non possa cantare davanti a cittadini israeliani, ma perché nessun palco esiste fuori dal tempo e dalla realtà che lo circonda.
Con il tempo mi sono allontanato dal personaggio pubblico
Voglio essere onesto: con gli anni mi sono progressivamente allontanato da Al Bano come personaggio pubblico. La sua musica appartiene alla storia della canzone italiana e anche a una parte dei miei ricordi, ma il personaggio televisivo mi interessa sempre meno.
Non voglio trasformare questo articolo in un processo alla sua carriera o alla sua vita privata. Voglio giudicare una scelta precisa e pubblica: il concerto di Tel Aviv del 13 settembre 2026. Proprio perché Al Bano è un artista conosciuto in tutto il mondo, quella scelta ha un peso simbolico che merita di essere discusso.
Romina Power aveva già posto la stessa domanda sulla Russia
Non è nemmeno la prima volta che “Felicità” finisce dentro una polemica legata a una guerra. Nel giugno 2025, dopo l’esibizione di Al Bano al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Romina Power prese pubblicamente le distanze: disse che non le sembravano né il luogo né il momento per cantare “Felicità”.
Quel precedente rende inevitabile una domanda oggi: se per Romina la Russia non era il luogo né il momento per cantare “Felicità”, direbbe la stessa cosa davanti a Tel Aviv e alla tragedia palestinese? Al momento non risulta una sua dichiarazione pubblica analoga sul concerto israeliano, quindi questa resta una domanda editoriale, non una posizione che le attribuisco.
Al Bano a Tel Aviv: il contesto palestinese non può essere ignorato
Il concerto del 13 settembre si è tenuto al Charles Bronfman Auditorium di Tel Aviv ed è stato presentato come sold out. Non posso sapere quali giornali legga Al Bano, quali notiziari segua o quanto approfondisca personalmente ciò che accade in Palestina. Posso però giudicare una scelta pubblica dentro un contesto pubblico e documentato: cantare “Felicità” a Tel Aviv mentre Gaza, la Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est restano al centro di una gravissima crisi umanitaria e politica.
Perché il contesto non è un dettaglio. L’11 settembre, appena due giorni prima del concerto, l’ufficio umanitario delle Nazioni Unite OCHA descriveva una situazione ancora drammatica nella Striscia di Gaza: il 91% delle famiglie valutate risultava in condizioni di insicurezza idrica da moderata ad alta. E in Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, OCHA aveva registrato tra gennaio e agosto 2026 oltre 1.600 attacchi di coloni israeliani con vittime palestinesi o danni alle proprietà, una media di 6,7 episodi al giorno.
Nello stesso rapporto, le Nazioni Unite indicavano che oltre 4.000 palestinesi erano stati sfollati in Cisgiordania nel 2026 per demolizioni, sfratti, attacchi dei coloni e restrizioni collegate. Ottantaquattro scuole risultavano inoltre sottoposte a ordini di demolizione o di stop ai lavori, con quasi 13 mila studenti coinvolti.
Questa non è “solo Gaza”. È Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, demolizioni, violenza dei coloni, restrizioni alla circolazione, famiglie sfollate e bambini che continuano a vivere dentro un conflitto e un’occupazione che non spariscono quando si accendono le luci di un auditorium.
Su Dietro Le Notizie ho già seguito questo contesto nelle notizie del 16 settembre 2026 e, pochi giorni prima, riportando anche le parole di Anna Foglietta su Palestina, Gaza e Cisgiordania.
La parola genocidio non è più soltanto uno slogan dei social
Su questo punto bisogna essere precisi. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Nel giugno 2026 la stessa Commissione ha ribadito quella conclusione parlando, tra l’altro, delle conseguenze sui bambini palestinesi.
Israele respinge categoricamente questa accusa e sostiene di agire per autodifesa contro Hamas dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. La distinzione è importante: non sto attribuendo una colpa collettiva agli israeliani o agli ebrei, e non considero la critica al governo israeliano una licenza per l’antisemitismo. Sto parlando delle conclusioni di un organismo internazionale e delle decisioni di uno Stato e delle sue forze armate.
È proprio qui che trovo incomprensibile la leggerezza simbolica di un concerto celebrato come una festa mentre, a poca distanza, continua una tragedia che occupa da anni le prime pagine del mondo.
ONU e Corte penale internazionale: il contesto ha anche nomi e responsabilità
Non parliamo soltanto di slogan politici. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha indicato diversi dirigenti israeliani come figure che, secondo le sue conclusioni, portano responsabilità individuali per crimini internazionali. Nel suo rapporto, Benjamin Netanyahu è indicato come responsabile ultimo della condotta di Israele nei Territori palestinesi occupati e direttamente responsabile di aver ordinato atti che la Commissione qualifica come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Il rapporto esamina inoltre responsabilità attribuite a Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir nei rispettivi ambiti di governo.
Separatamente, il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale — che non è un organo dell’ONU — ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. I giudici hanno dichiarato di avere ragionevoli motivi per ritenerli responsabili del crimine di guerra della fame come metodo di guerra, dei crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti inumani e, come superiori civili, del crimine di guerra di attacchi intenzionali contro la popolazione civile. Un mandato d’arresto non è una condanna definitiva, ma è un atto giudiziario formale.
Nel marzo 2026 la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha inoltre chiesto alla Procura della Corte di indagare, tra gli altri, Ben-Gvir, Israel Katz e Smotrich e di richiedere mandati d’arresto. Anche qui la precisione è essenziale: si tratta di una richiesta della relatrice speciale, non di mandati già emessi dalla Corte.
È dentro questo quadro — rapporti ONU, responsabilità individuali contestate e procedimenti davanti alla giustizia internazionale — che giudico il significato pubblico di una serata presentata come musica “senza confini”.
E poi arriva “Felicità”
Al Bano non si è limitato ad andare a Tel Aviv. Nel suo repertorio ha cantato anche “Felicità”, insieme ad altri successi. Ed è stato inevitabile che proprio quella parola diventasse il centro delle critiche.
Non penso che una canzone diventi colpevole. “Felicità” non ha bombardato nessuno e non ha demolito nessuna casa. Ma le canzoni cambiano significato a seconda del luogo e del momento in cui vengono cantate.
È qui che per me il gesto diventa insopportabile: mentre sul palco si canta la felicità, non lontano, a Gaza e nella Cisgiordania occupata, ci sono famiglie palestinesi che non stanno discutendo di musica, ma di acqua, case, feriti, morti, sfollamento e futuro.
Quella sera la canzone che avevo conosciuto da adolescente in un ristorante del New Jersey non mi è sembrata più universale. Mi è sembrata una felicità con un confine.
“La musica non conosce confini”. Ma quel ponte dove finisce?
La risposta di Al Bano alle critiche, per me, ha peggiorato la situazione. Il cantante ha dichiarato di comprendere le preoccupazioni e ha spiegato che la sua presenza voleva essere un gesto di “vicinanza umana”, ispirato alla pace e alla compassione. Ha detto che “la musica continua a essere un ponte” e che la musica non conosce confini.
È una frase bella. Ma proprio perché è bella, merita una domanda seria: un ponte tra chi e chi?
Il concerto era a Tel Aviv. Il pubblico era lì. La festa era lì. “Felicità” era lì. Nella replica pubblica di Al Bano, invece, non c’è una presa di posizione specifica sul dolore dei civili palestinesi, sulle demolizioni in Cisgiordania o sulle vittime di Gaza. C’è una dichiarazione universale sulla pace.
Non gli chiedo davvero di andare a cantare a Gaza: nelle condizioni attuali sarebbe una provocazione retorica e materialmente irrealistica. Gli chiedo qualcosa di molto più semplice. Se invochi la musica come ponte universale, rendi visibile anche l’altra riva.
Nel mondo della cultura molti hanno scelto di pagare un prezzo
Al Bano è libero di fare le proprie scelte. Ma non può pretendere che il pubblico le consideri neutre. Altri artisti e istituzioni culturali hanno preso decisioni diverse, spesso accettandone anche le conseguenze professionali.
All’Eurovision Song Contest 2026, cinque Paesi — Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia — hanno boicottato la manifestazione per protestare contro la partecipazione di Israele nel contesto della guerra a Gaza. La competizione è andata avanti e Israele ha partecipato, ma quei broadcaster hanno scelto di non esserci.
Negli Stati Uniti, il rapper Macklemore, da tempo schierato pubblicamente a favore dei palestinesi, è stato rimosso nel settembre 2026 dalle successive date americane del tour di Ed Sheeran dopo le sue dichiarazioni “Free Palestine” durante un concerto del 4 settembre nel New Jersey. Secondo il promoter Messina Touring Group, alcune venue non volevano ospitare gli show con Macklemore; Ed Sheeran ha poi precisato che la decisione di rimuoverlo non era stata sua. Nella polemica è intervenuto anche Robert Kraft, richiamando una più ampia storia di retorica e immagini da lui considerate antisemite; Macklemore ha respinto l’accusa di antisemitismo e ha distinto la critica alle politiche israeliane dall’odio contro gli ebrei. Dopo l’esclusione, Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e la band irlandese Beoga hanno lasciato alcune date in solidarietà.
Agli Oscar 2026, l’attore premio Oscar Javier Bardem è salito sul palco con un messaggio contro la guerra e ha pronunciato apertamente le parole “Free Palestine”. Anche altri artisti hanno indossato simboli legati alla richiesta di cessate il fuoco.
Questi esempi non dimostrano che ogni artista debba avere la stessa posizione politica. Dimostrano però una cosa: l’idea che l’arte viva in un universo sterilizzato dalla politica semplicemente non corrisponde alla realtà. Gli artisti scelgono palchi, parole, silenzi, festival e contratti. E il pubblico giudica quelle scelte.
Anche nel calcio europeo alcune federazioni hanno chiesto di sospendere Israele
La contestazione non è rimasta confinata alla musica, al cinema o ai social. Nel calcio europeo alcune federazioni nazionali hanno chiesto formalmente agli organismi internazionali di intervenire. Nel settembre 2025 la Federcalcio turca ha scritto a FIFA e UEFA chiedendo l’esclusione di Israele dalle competizioni internazionali. Nel novembre dello stesso anno l’assemblea della Football Association of Ireland ha approvato con 74 voti favorevoli, 7 contrari e 2 astensioni una mozione per chiedere alla UEFA la sospensione immediata della federazione israeliana.
La UEFA non ha sospeso Israele e le squadre israeliane hanno continuato a partecipare alle competizioni previste. In Irlanda, la FAI ha successivamente deciso di disputare gli incontri di Nations League contro Israele, spiegando che un rifiuto avrebbe esposto il calcio irlandese a pesanti conseguenze sportive e finanziarie. Questo non cancella il voto precedente: la stessa federazione aveva formalmente chiesto alla UEFA la sospensione di Israele.
È questo il contesto in cui Al Bano sale sul palco di Tel Aviv e ci spiega che la musica non conosce confini. Intorno a lui, però, broadcaster europei hanno boicottato Eurovision, artisti hanno rinunciato a concerti e federazioni sportive hanno chiesto sanzioni istituzionali. Non significa che tutti debbano pensarla allo stesso modo. Significa che presentare quel concerto come un gesto completamente separato dalla realtà politica e umanitaria mi sembra sempre meno credibile.
Non confondiamo Israele, gli israeliani e il governo Netanyahu
Voglio mettere un limite molto chiaro alla mia critica. Non considero responsabile ogni cittadino israeliano delle decisioni del governo Netanyahu, così come non considero ogni palestinese responsabile delle azioni di Hamas. Sarebbe una semplificazione ingiusta e pericolosa.
Non sto neppure dicendo che cantare davanti a un pubblico israeliano equivalga automaticamente a sostenere il governo israeliano. Sarebbe un salto logico.
La mia critica è diversa: in un momento storico così grave, scegliere Tel Aviv, celebrare pubblicamente il sold out e poi rifugiarsi nell’idea che la musica sia al di sopra dei confini significa, secondo me, sottovalutare il peso simbolico delle proprie azioni.
La libertà artistica protegge il diritto di Al Bano a salire su quel palco. Protegge anche il mio diritto di dire che quella scelta mi ha deluso profondamente.
Il punto, senza giri di parole
Per me il problema non è che Al Bano abbia cantato per degli israeliani. Il problema è aver trasformato quella serata in una normalità festosa mentre, tutt’intorno, la realtà palestinese racconta morti, sfollamenti, demolizioni e un’accusa di genocidio formulata da una Commissione d’inchiesta dell’ONU. Dire dopo che “la musica non conosce confini” non cancella il contesto: lo rende ancora più evidente.
La mia “Felicità” del 1984 e quella di Tel Aviv non sono più la stessa cosa
Io continuerò probabilmente ad avere un ricordo affettuoso della prima volta in cui sentii quella canzone. È legata a mia madre, ai miei fratelli, a una cena di famiglia e a un ragazzo di 14 anni che non sapeva ancora parlare italiano.
Ma oggi so cosa significano quelle parole.
E proprio perché lo so, mi pesa ascoltarle in quel contesto.
Al Bano dice che la musica non conosce confini. Io vorrei credergli. Ma un ponte non è un ponte se arriva soltanto da una parte.
Il 13 settembre a Tel Aviv la musica ha attraversato un confine. La felicità, per me, no.
Fonti principali verificate — apri l’elenco
- la Repubblica — Al Bano in concerto a Tel Aviv, 15 settembre 2026
- Corriere della Sera — concerto, repertorio e polemiche, 15 settembre 2026
- Fanpage — la risposta di Al Bano: musica, pace e confini, 16 settembre 2026
- OCHA — Humanitarian Situation Report, Gaza e Cisgiordania, 11 settembre 2026
- Commissione internazionale indipendente d’inchiesta ONU — Gaza, genocidio e violazioni contro i bambini, 23 giugno 2026
- Commissione ONU — conclusioni sul genocidio a Gaza, 16 settembre 2025
- Reuters — Eurovision 2026 e boicottaggio di cinque Paesi
- Reuters — Macklemore, Finneas e gli artisti usciti dal tour di Ed Sheeran, 15 settembre 2026
- Associated Press — Oscar 2026, Javier Bardem e gli appelli per Gaza
- Commissione ONU — responsabilità individuali di Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir e altri ministri israeliani
- Relatrice speciale ONU — richiesta di indagini e mandati per Ben-Gvir, Katz e Smotrich, 23 marzo 2026
- Corte penale internazionale — mandati d’arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant
- Reuters — la Federcalcio turca chiede a FIFA e UEFA la sospensione di Israele
- RTÉ — la federazione irlandese vota per chiedere alla UEFA la sospensione di Israele
- RTÉ — la FAI decide di disputare le partite di Nations League contro Israele, luglio 2026
- Sky TG24 — Romina Power contro Al Bano in Russia: “non è il luogo né il momento di cantare Felicità”, 23 giugno 2025
- ANSA — la risposta di Al Bano alle polemiche sul concerto di Tel Aviv, 15 settembre 2026