Opinione · Italia · 14 settembre 2026
Bruciare il Corano davanti a uno smartphone è facile. Molto più difficile è educare, governare, risolvere il problema degli stipendi, della casa, del costo della vita e costruire una società in cui si possa criticare una religione senza trasformare milioni di persone in un bersaglio.
La mia opinione
Il problema non comincia quando un ragazzo accende un accendino. Comincia molto prima: nelle parole che sente da bambino, nell’educazione che riceve, negli algoritmi che premiano la provocazione e in una politica che troppo spesso trova più conveniente costruire un nemico che risolvere un problema.
Nei giorni scorsi, a Reggio Emilia, il giovane reggiano Ferenc Venturelli, conosciuto sui social come “Eterno”, si è filmato mentre strappava e dava alle fiamme una copia del Corano. Nel video compariva lo slogan “Salviamo l’Italia dall’estremismo islamico”. Venturelli è un tesserato di Futuro Nazionale; Roberto Vannacci ha preso le distanze dal gesto, dichiarando che il movimento non promuove il dileggio delle religioni e delle culture altrui. Anche il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, ha condannato pubblicamente l’episodio.
Venturelli ha spiegato al Resto del Carlino di considerare il gesto una risposta agli episodi in cui altri danneggiano chiese o bruciano Bibbie, rivendicandolo come forma di espressione. Marco Eboli, presidente dell’Associazione Balder, ha invece accusato il sindaco di usare “due pesi e due misure” rispetto agli oltraggi avvenuti nelle chiese reggiane.
È un’obiezione che va affrontata, non nascosta. Se il principio è che ogni oltraggio religioso debba essere condannato con lo stesso metro, sono d’accordo. Ma la simmetria non può diventare una gara a pareggiare il conto: se qualcuno profana una chiesa, la risposta non può essere profanare il simbolo sacro di un’altra comunità. Altrimenti non stiamo difendendo la libertà religiosa: stiamo soltanto moltiplicando l’offesa.
Questi sono i fatti. Ma io voglio partire da una domanda diversa: come arriva un giovane a pensare che bruciare il libro sacro di quasi due miliardi di persone sia un messaggio politico utile da mettere sui social?
L’odio non nasce con un video: spesso si impara molto prima
Qualche anno fa mi capitò un episodio che non ho dimenticato. La figlia piccola di un mio amico di origine marocchina frequentava l’asilo. Una sua compagna, anche lei molto piccola, le disse che doveva “tornare a casa sua in Marocco” e vivere come i beduini.
Io non pensai che quella bambina fosse cattiva. Pensai invece: dove può avere sentito parole del genere a quell’età?
Un bambino dell’asilo non costruisce da solo un ragionamento su immigrazione, nazionalità, Marocco e “casa tua”. I bambini ascoltano. Assorbono frasi, battute, paure, pregiudizi e giudizi degli adulti. Poi li ripetono, spesso senza comprenderne davvero il significato.
Per questo la responsabilità educativa conta. Non conosco i genitori di Venturelli e non attribuisco loro colpe che non posso dimostrare. Sarebbe scorretto. Ma il problema generale rimane: chi educa oggi i ragazzi? La famiglia? La scuola? Gli amici? Oppure TikTok, Instagram, YouTube e una politica che ha capito perfettamente quanto rende, in termini di attenzione, una frase contro “gli stranieri” o “i musulmani”?
Genitori, social e politica: il terreno in cui cresce la provocazione
I numeri sull’infanzia digitale dovrebbero farci riflettere. Save the Children riportava nel 2025 che in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone ogni giorno e che il 62,3% degli 11-13enni ha almeno un account social. Non significa che lo smartphone produca odio. Significa però che sempre più bambini entrano molto presto in ambienti digitali costruiti per catturare attenzione, premiare il contenuto che provoca reazioni e spingere verso ciò che genera più commenti, rabbia e condivisioni.
Se manca una presenza adulta forte, il tutor non è più il genitore: può diventare l’algoritmo.
E poi c’è il linguaggio politico. Criticare l’immigrazione è legittimo. Chiedere controlli, sicurezza, espulsioni per chi commette reati o regole più severe è legittimo. Criticare l’Islam, il cristianesimo o qualsiasi altra religione è altrettanto legittimo.
Ma una cosa è discutere un problema. Un’altra è trasformare continuamente una categoria di persone nel problema.
Quando per anni si ripetono slogan in cui lo straniero diventa il colpevole semplice di problemi molto complessi, non bisogna stupirsi se qualcuno cresce pensando che la provocazione contro un’intera comunità sia una forma normale di partecipazione politica.
È più facile costruire un nemico che costruire una casa popolare
Qui, secondo me, c’è il vero punto politico.
Non dico che l’immigrazione non abbia problemi reali. Sarebbe falso. Dico che è molto più economico politicamente costruire un nemico che risolvere un problema.
È più facile indicare lo straniero che spiegare perché tante famiglie fanno fatica ad arrivare a fine mese. È più facile ottenere una condivisione con uno slogan contro i musulmani che trovare una soluzione al prezzo degli affitti. È più facile fare un video aggressivo che affrontare anni di attesa per una casa popolare.
Ad agosto 2026 l’Istat ha stimato un’inflazione del 3,3% su base annua, sostenuta soprattutto dall’aumento dei prezzi energetici. Sul fronte dell’edilizia pubblica, le cifre disponibili non sono perfettamente omogenee ma raccontano la stessa emergenza: a gennaio 2026 Federcasa richiamava circa 250 mila famiglie in attesa, mentre a marzo l’Ance ha parlato di 650 mila famiglie in attesa di un alloggio pubblico, attribuendo quel dato a Federcasa. Negli atti parlamentari sul Piano Casa del 2026 ricorre inoltre la cifra di oltre 650 mila famiglie in graduatoria. Perimetri e metodi di conteggio possono differire; il punto certo è che parliamo comunque di centinaia di migliaia di nuclei familiari.
Questi non sono problemi astratti. Sono la vita quotidiana.
Ed è qui che la propaganda diventa pericolosa: non perché l’immigrazione non debba essere discussa, ma perché un problema complesso viene trasformato in un colpevole semplice.
L’Italia dimentica troppo facilmente quando lo straniero eravamo noi
C’è anche un dettaglio della biografia di Ferenc Venturelli che rende certi slogan ancora più semplicistici: è nato in Ungheria perché i suoi genitori italiani vivevano all’estero. Questo non lo rende straniero e non gli toglie il diritto di criticare l’immigrazione. Ma dimostra quanto sia normale, anche per una famiglia italiana, vivere per un periodo fuori dal proprio Paese e costruire altrove una parte della propria vita.
L’Italia dimentica troppo facilmente di essere stata un Paese di emigranti. Per oltre un secolo milioni di italiani sono partiti per Belgio, Germania, Svizzera, Francia, Stati Uniti, Argentina e perfino verso Tunisia, Egitto e Marocco. Prima di trasformare lo straniero in un nemico, dovremmo ricordarci quante volte lo straniero siamo stati noi.
Non significa che ogni forma di immigrazione sia uguale o che non debba essere regolata. Significa una cosa molto più semplice: governare l’immigrazione è necessario; umiliare chi arriva è un’altra cosa. E un Paese con la storia dell’Italia dovrebbe conoscere bene questa differenza.
Bruciare il Corano non dimostra che l’Italia non ha bisogno degli stranieri
Nel dibattito pubblico sentiamo spesso dire che gli stranieri sono soltanto un costo. I dati del Ministero del Lavoro raccontano una realtà molto più complessa: nel 2025 lavoravano in Italia quasi 2,6 milioni di cittadini stranieri, pari al 10,7% di tutti gli occupati. Nello stesso anno l’occupazione degli extracomunitari è cresciuta del 3,6%, quella dei cittadini comunitari dell’1,2% e quella degli italiani dello 0,5%.
Il valore di una persona, sia chiaro, non dipende dal lavoro che svolge. Un immigrato non deve dimostrare di “servire” all’Italia per meritare rispetto.
Ma proprio perché una parte della politica continua a sostenere che potremmo fare tranquillamente a meno degli stranieri, allora guardiamo almeno la realtà: agricoltura, turismo, ristorazione, logistica, edilizia, assistenza familiare e molti altri settori impiegano ogni giorno centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.
E allora la mia provocazione è questa: prima di bruciare il Corano per dimostrare che l’Italia deve essere “salvata”, proviamo a dimostrare concretamente che non abbiamo bisogno degli stranieri. Andiamo nei campi a raccogliere pomodori, frutta e olive. Facciamo le stagioni negli hotel, nelle cucine, nelle pulizie, nei magazzini e nell’assistenza. Facciamolo per mesi, non per un video di trenta secondi.
Dieci ore di lavoro valgono più di dieci video su Instagram.
Bruciare il Corano per avere attenzione è la strada più facile
È possibile criticare duramente l’Islam. È possibile contestare versetti del Corano. È possibile denunciare integralismo, fanatismo, terrorismo, discriminazioni e comportamenti incompatibili con la legge italiana.
Questa si chiama libertà di pensiero.
Ma bruciare il Corano, filmarsi e pubblicare il gesto sui social è qualcosa di diverso da un’analisi critica di una religione. È una provocazione visiva progettata per generare una reazione.
E sui social la reazione vale. Vale commenti. Vale condivisioni. Vale nuovi follower. Vale visibilità.
Per qualche giorno può essere il modo più facile per diventare il centro della discussione. Ma mentre cerchi i like, mostri anche qualcosa di te: il modo in cui consideri chi è diverso da te e il limite oltre il quale sei disposto ad andare pur di farti vedere.
Bruciare il Corano è un reato? La legge è meno semplice di uno slogan
C’è anche un aspetto giuridico che merita precisione.
L’articolo 404 del Codice penale punisce, tra l’altro, chi pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formano oggetto di culto, sono consacrate al culto oppure sono necessariamente destinate al suo esercizio. Per questa fattispecie la pena prevista arriva fino a due anni di reclusione.
Ma non basta leggere quella norma e concludere automaticamente che chiunque bruci qualsiasi copia di un Corano sia già colpevole del reato. Il punto giuridico è stabilire se quella specifica copia e quelle specifiche circostanze rientrino nella categoria di cose tutelate dall’articolo 404. È una valutazione che spetta eventualmente alla magistratura, non a un articolo di opinione.
Il fatto che il libro sia stato comprato dall’autore del gesto, da solo, non chiude la questione: la proprietà dell’oggetto non è il criterio indicato dalla norma.
Esiste poi l’articolo 604-bis, che punisce in determinate condizioni l’istigazione a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi e, con pene più elevate, l’istigazione alla violenza. Anche qui bisogna essere rigorosi: una critica a una religione, per quanto dura, non diventa automaticamente un reato.
Nel caso Venturelli, secondo il Corriere, sono già arrivate le prime denunce. Saranno gli organi competenti a stabilire se vi siano o meno responsabilità penali.
Lo stesso rispetto deve valere per tutti
Non voglio fare classifiche tra religioni e nemmeno costruire paragoni che non posso dimostrare.
Il principio, per me, deve essere molto più semplice: la soglia del rispetto deve essere identica per tutti.
Se consideriamo intollerabile incendiare pubblicamente un simbolo ebraico o cristiano per umiliare chi vi si riconosce, dobbiamo applicare lo stesso principio quando il bersaglio è musulmano. Combattere l’antisemitismo non significa accettare l’islamofobia. Combattere l’estremismo islamico non significa considerare sospetti o inferiori milioni di musulmani che non hanno nulla a che fare con il fanatismo.
Su Dietro Le Notizie ho già scritto che diritti e regole devono valere allo stesso modo per la comunità musulmana, così come ho affrontato il tema del rapporto tra cittadini stranieri, integrazione e partecipazione alla vita italiana. Il principio resta lo stesso: regole uguali, responsabilità uguali e dignità uguale.
Vannacci si è dissociato. Ma il problema politico resta
Sarebbe scorretto scrivere che tutta la politica italiana è rimasta in silenzio. Vannacci ha preso le distanze dal gesto, il sindaco di Reggio Emilia lo ha condannato e ci sono state altre reazioni.
Quello che personalmente avrei voluto vedere è una risposta nazionale ancora più netta e trasversale: non una caccia al ragazzo, non una censura delle idee, ma la capacità di dire insieme che trasformare la religione di milioni di persone in materiale da incendiare davanti a una telecamera non migliora l’Italia di un millimetro.
Perché se la politica abitua i giovani a pensare che esista sempre un gruppo da indicare come nemico, prima o poi qualcuno proverà a superare lo slogan per farsi notare di più.
Il punto, senza giri di parole
Non si salva l’Italia umiliando il libro sacro di qualcun altro. Si salva un Paese educando meglio i figli, chiedendo responsabilità agli adulti, pretendendo una politica più seria e affrontando salari, casa, lavoro e costo della vita senza cercare ogni volta il colpevole più facile.
La cosa più difficile
Bruciare un libro richiede pochi secondi. Registrare il video ancora meno. Un algoritmo farà il resto.
Educare un figlio richiede anni. Integrare persone diverse richiede regole e responsabilità. Rendere gli stipendi sufficienti richiede politiche economiche. Costruire case popolari richiede soldi, amministrazione e tempo. Governare l’immigrazione richiede accordi, controlli e capacità. Costruire convivenza richiede maturità.
È molto meno spettacolare.
Ma è esattamente quello che dovrebbe fare la politica.
Bruciare il Corano è facile. Costruire un Paese è molto più difficile.
Fonti principali verificate — apri l’elenco
- Corriere di Bologna — Ferenc Venturelli brucia il Corano, reazioni e dissociazione di Futuro Nazionale, 12 settembre 2026
- Il Resto del Carlino — la motivazione di Venturelli e la dissociazione di Vannacci
- Stampa Reggiana — condanna del sindaco Massari e obiezione di Marco Eboli, 14 settembre 2026
- Save the Children — infanzia e digitale: smartphone e social tra bambini e preadolescenti, 10 aprile 2025
- Istat — prezzi al consumo, dati provvisori di agosto 2026
- Federcasa — case popolari: circa 250 mila famiglie in attesa, gennaio 2026
- ANSA — Ance: 650 mila famiglie attendono un alloggio pubblico, dato attribuito a Federcasa, 12 marzo 2026
- Senato della Repubblica — Piano Casa: oltre 650 mila famiglie in graduatoria per l’edilizia residenziale pubblica, 30 giugno 2026
- Ministero del Lavoro — XVI Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, 14 luglio 2026
- Presidenza del Consiglio — libertà religiosa in Italia e testo dell’articolo 404 del Codice penale
- Codice penale — articolo 604-bis: propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa
- Il Resto del Carlino — Venturelli: padre modenese, madre marchigiana e nascita in Ungheria
- Treccani — migrazioni italiane nel Mediterraneo: Tunisia, Egitto e Marocco