Opinioni

Trump voleva piegare il Canada. Potrebbe avergli insegnato a vivere senza l’America

Lo scontro Trump-Canada: dazi al 50%, una legge del 1930, contro-dazi e divieti. Perché Ottawa guarda all'Europa e cosa insegna agli altri alleati americani.

DiMohamed Bourbiza
Pubblicato: · Aggiornato:
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Grafica editoriale sui dazi di Trump al Canada e sulla svolta di Ottawa verso l'Europa, settembre 2026

Opinione · Geopolitica · 13 settembre 2026

Lo scontro Trump-Canada non è una lite commerciale come le altre. Donald Trump voleva usare il peso economico e strategico degli Stati Uniti per costringere Ottawa a cedere. Potrebbe invece aver prodotto l’effetto opposto: convincere il Canada che dipendere troppo da Washington è diventato un rischio. E quando guardo a Corea del Sud, Golfo, Brasile e Messico, vedo lo stesso problema ripetersi con forme diverse.

La mia tesi

Il problema per Trump non è se il Canada sceglierà l’Europa o la Cina. Il problema è che Trump ha dato al Canada un motivo per capire che deve poter scegliere.

Prima ancora del Canada, Trump aveva già iniziato a ridisegnare il mondo

Dalla vittoria del novembre 2024, ancora prima di rientrare alla Casa Bianca, Donald Trump ha iniziato a parlare della geografia come se fosse un elenco di proprietà, passaggi strategici e territori da comprare, riprendere, rinominare o mettere sotto pressione. Groenlandia. Canale di Panama. Canada come 51° Stato. Poi il Golfo del Messico diventato, negli atti federali americani, “Gulf of America”. A febbraio 2025 è arrivata persino la proposta che gli Stati Uniti prendessero il controllo di Gaza e la trasformassero, dopo il trasferimento dei palestinesi altrove, in quella che Trump definì una “Riviera del Medio Oriente”.

Non sono tutte la stessa cosa e non voglio fingere che lo siano. La Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca ed è autonoma; Panama è uno Stato sovrano; il Canada è un alleato; Gaza è un territorio devastato da una guerra. Ma il filo politico è difficile da ignorare: Trump tende a trattare sovranità, alleanze e perfino nomi geografici come strumenti negoziali della potenza americana.

La cosa è arrivata fino alle mappe che milioni di persone usano ogni giorno. Dopo il cambio imposto da Washington sul Golfo del Messico, Google Maps ha dovuto adottare tre visualizzazioni diverse: negli Stati Uniti compare “Gulf of America”, in Messico resta “Gulf of Mexico”, mentre nel resto del mondo vengono mostrati entrambi i nomi. Non è Google che “non sa più come si chiama il mare”: è il sintomo quasi grottesco di una politica in cui persino la cartografia è diventata terreno di scontro.

Non è tutto uguale e non voglio fingere che lo sia. Ma il filo è lo stesso, e porta direttamente al Canada: la stessa logica che dice “sono più forte, quindi alla fine cederai” può vincere il prossimo round e perdere il rapporto per i prossimi vent’anni.

Il gesto simbolico che racconta il problema

Il 27 agosto Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per rinominare, negli atti federali americani, il Lago Ontario “Lake America”. Pochi giorni dopo ha pubblicato una mappa con la bandiera americana distesa su una parte enorme del continente e oltre. Si può considerare provocazione, propaganda o teatro politico. Ma per un vicino come il Canada il messaggio è difficile da liquidare come una semplice battuta.

Perché nello stesso periodo Washington non stava soltanto usando parole. Stava usando dazi, restrizioni commerciali e una vecchia norma del 1930 per aumentare la pressione su Ottawa. Ed è qui che, secondo me, la storia smette di essere folclore trumpiano e diventa strategia.

Trump-Canada: quando la dipendenza diventa vulnerabilità

Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito, con una decisione 6-3, che l’International Emergency Economic Powers Act non autorizza il presidente a imporre dazi. Dopo quella sentenza l’amministrazione Trump ha dovuto cercare altre basi giuridiche. Nel confronto con il Canada ha riesumato la Section 338 del Tariff Act of 1930, una norma quasi mai utilizzata in questo modo.

La Casa Bianca ha quindi imposto dazi del 50% su categorie di prodotti canadesi facendo leva su quella disposizione. Il punto non è la curiosità storica della legge del 1930: è che Washington ha cambiato strumento dopo che la Corte Suprema aveva chiuso la strada dei poteri economici d’emergenza.

Secondo una stima del Council on Foreign Relations, il costo diretto per gli Stati Uniti dei nuovi dazi al 50% è di circa 10 miliardi di dollari, meno di un ventesimo di punto percentuale del PIL americano. Una cifra piccola per l’economia statunitense; abbastanza, però, per mettere sotto pressione un rapporto costruito in decenni.

Il 21 agosto Mark Carney ha scritto nero su bianco che “America has changed” e che il Canada non tornerà alla vecchia relazione con gli Stati Uniti. Il giorno dopo, in un discorso pubblico, ha detto che Washington aveva chiesto troppo e offerto troppo poco, mettendo in dubbio l’affidabilità di qualsiasi accordo.

E lo scontro non si è fermato lì. L’8 settembre sono entrati in vigore i contro-dazi canadesi su 27,6 miliardi di dollari canadesi di merci americane — acciaio, latticini, elettrodomestici, macchinari agricoli, carta, elettronica. Lo stesso giorno Washington ha risposto con misure di natura diversa: non più dazi, ma divieti d’importazione su moto, alcuni latticini e alcolici canadesi, e l’esclusione dei prodotti canadesi dai programmi di appalto pubblico federale per oltre cinquanta miliardi di dollari l’anno.

Il passaggio dal dazio al divieto e all’esclusione dagli appalti è un salto di qualità: non si tratta più di rendere un prodotto più caro, ma di toglierlo dal mercato. Ne avevo scritto anche nel riepilogo dell’8 settembre, il giorno in cui le due ritorsioni sono scattate insieme.

Questa è la parte che Trump sembra sottovalutare. Gli Stati Uniti hanno una leva enorme sul Canada, e negarlo sarebbe ridicolo. Ma una leva funziona in due modi: può consolidare un’alleanza oppure può convincere chi la subisce che deve liberarsene gradualmente.

I sondaggi dicono che il danno politico è già profondo. Pew Research ha rilevato che nel 2022 l’83% dei canadesi considerava gli Stati Uniti un partner affidabile; nel 2026 la quota è scesa al 35%. Un sondaggio Léger pubblicato il 5 settembre ha trovato che il 41% dei canadesi considera ormai gli Stati Uniti un Paese “nemico”, contro il 22% che li considera alleati. E attenzione alla data del dato più spettacolare: il 91% favorevole a ridurre la dipendenza commerciale dagli USA viene da Angus Reid nel febbraio 2025, non da questa settimana. È un dato più vecchio, ma dimostra che il problema era già iniziato prima dell’ultima escalation.

Avere ragione sul fatto che l’altro non può scappare non è una strategia. È soltanto sapere di avere una leva. La domanda è cosa succede quando l’altro passa dieci anni a costruire alternative.

L’Europa è già una porta aperta

Qui bisogna evitare il titolo facile. Il Canada non sta “entrando nell’Unione Europea”.

Oggi, 13 settembre, il Wall Street Journal riferisce che Carney sta esplorando con i leader europei una forma di rapporto straordinariamente più profonda, fino alla formula politica di “associate member”. Non è uno status previsto dai Trattati europei e non è un accordo firmato. Gli sviluppi della giornata li trovi nel punto quotidiano del 13 settembre.

Ma il ponte esiste già. Canada e UE hanno CETA, una partnership di sicurezza e difesa, cooperazione su minerali critici e sicurezza economica. Sul programma SAFE la cronologia corretta è questa: l’accordo con il Canada è stato autorizzato e firmato nel febbraio 2026; il Consiglio UE lo ha poi formalmente concluso il 15 giugno. Per questo Ottawa può dire di essere diventata in febbraio il primo Paese non europeo a entrare nel meccanismo, mentre Bruxelles indica giugno come data della conclusione formale. Non c’è contraddizione: sono due passaggi diversi dello stesso processo.

Questo per me vale più della parola “membro associato”. Significa che il Canada sta già costruendo interdipendenza con l’Europa nella difesa, nell’industria e nella tecnologia. Non per sostituire gli Stati Uniti domattina, ma per fare in modo che Washington non resti l’unica porta disponibile.

La Cina è un’altra porta, ma non raccontiamoci favole

Carney è andato a Pechino a gennaio e ha annunciato una nuova partnership strategica con la Cina. Il Canada vuole più commercio, più mercati e meno dipendenza da un solo vicino. Questo è un fatto.

Ma c’è un altro fatto che va messo nello stesso paragrafo, non nascosto perché rovina la tesi: pochi giorni dopo Carney ha escluso un accordo di libero scambio con la Cina, richiamando gli obblighi dell’USMCA. Quindi no, Trump non ha “consegnato il Canada a Pechino”. Sarebbe propaganda scriverlo.

La realtà è più interessante: Ottawa vuole poter commerciare con la Cina senza trasformare la Cina nel proprio nuovo centro strategico. A gennaio Carney parlava già di una dozzina di nuovi accordi economici e di sicurezza su quattro continenti. Il progetto è diversificare, non cambiare padrone.

E qui la storia smette di essere soltanto canadese

Se questa fosse soltanto una lite tra Trump e Carney, sarebbe una storia importante ma limitata. Il problema è che lo stesso dubbio sulla prevedibilità americana sta comparendo altrove.

In Corea del Sud il generale Xavier Brunson ha confermato al Senato americano che gli Stati Uniti stanno trasferendo intercettori THAAD verso il Medio Oriente. Ma va detto correttamente: il sistema THAAD resta in Corea del Sud. Non stanno “smontando lo scudo” e portandolo via interamente. Stanno prelevando una parte delle munizioni intercettrici. È comunque una notizia strategicamente pesante, perché dimostra che le risorse americane non sono infinite e che un alleato asiatico può vedere parte delle proprie scorte ridistribuita verso un altro teatro.

Questa, secondo me, è la domanda che conta a Seul, Tokyo e Taipei: quando gli Stati Uniti hanno contemporaneamente troppi fronti aperti, quale promessa viene prima?

Nel Golfo gli alleati stanno imparando la stessa lezione

Gli Emirati Arabi Uniti stanno ampliando rotte commerciali ed energetiche alternative per non restare ostaggio dello Stretto di Hormuz. Anwar Gargash ha riassunto il problema con una frase ancora più netta: «La nostra sicurezza è la nostra priorità. Quando dipendiamo interamente da altri, non possiamo dare per scontato che sia sempre anche la loro». Majed Al-Ansari, portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, ha aggiunto che l’alleanza strategica con gli Stati Uniti resta importante, ma non basta: i Paesi del Golfo devono rafforzare la propria capacità di difesa. Reuters ha raccolto una posizione simile anche da Doha.

Non significa che Arabia Saudita, Emirati o Qatar stiano “abbandonando gli Stati Uniti”. Significa qualcosa di più sottile e forse più importante: anche loro stanno ragionando in termini di riduzione della dipendenza. La garanzia americana resta fondamentale, ma non viene più considerata sufficiente da sola.

Brasile e Messico: quando il commercio diventa pressione politica

In Brasile la frizione con Washington è entrata direttamente nella politica interna. Gli Stati Uniti hanno imposto nuovi dazi fino al 37,5% su alcune merci brasiliane; Lula li ha definiti un errore strategico e ha accusato Washington di interferenza. Il governo brasiliano ha attivato il processo previsto dalla propria legge di reciprocità e sta cercando nuovi mercati.

Con il Messico il linguaggio della sovranità è ancora più sensibile. Claudia Sheinbaum ha ripetuto che con gli Stati Uniti vuole cooperazione, non subordinazione, e ha respinto l’ipotesi di interventi militari americani contro i cartelli sul territorio messicano. Anche qui il punto non è che il Messico possa “scappare” dagli Stati Uniti. Non può. Il punto è che Washington sta trasformando rapporti di interdipendenza in discussioni su sovranità e autonomia.

La lezione che Washington continua a non imparare

A questo punto qualcuno obietterà che sto sottovalutando la forza americana. Non la sottovaluto. Il punto è un altro, ed è scritto nella storia recente degli Stati Uniti: saper imporre una decisione oggi non significa saperne controllare le conseguenze domani.

Il caso più grave in corso è l’Iran. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una vasta offensiva contro la Repubblica islamica. Su chi abbia spinto per colpire per primo circolano ricostruzioni giornalistiche discordanti, e il ruolo attribuito a Benjamin Netanyahu resta oggetto di versioni non conciliabili: la decisione, in ogni caso, resta americana e resta di Trump. Pochi mesi dopo il problema non è più come entrare, ma come uscire.

Trump aveva costruito una parte della propria identità politica sulla promessa di non trascinare l’America in nuove guerre interminabili. Oggi la campagna contro l’Iran viene paragonata sempre più spesso alle “forever wars” del dopo 11 settembre: superiorità militare enorme, obiettivi iniziali dichiarati con sicurezza, e poi la domanda alla quale nessuna bomba può rispondere — qual è l’uscita politica? Lo Stretto di Hormuz è diventato uno dei centri della crisi, il traffico energetico mondiale ne paga il prezzo e gli alleati del Golfo si ritrovano esposti alle conseguenze di una guerra che non avevano chiesto.

Il precedente che dovrebbe stare su ogni scrivania

Non dirò che gli Stati Uniti “non hanno vinto una guerra dal Vietnam”, perché sarebbe falso: la Guerra del Golfo del 1991 fu una vittoria militare chiara. Il problema americano è più serio di uno slogan. Da decenni Washington dimostra di saper vincere battaglie molto più facilmente di quanto riesca a costruire l’ordine politico che dovrebbe venire dopo.

L’Afghanistan è l’esempio che dovrebbe stare sulla scrivania di qualsiasi presidente prima di aprire un nuovo fronte. Vent’anni di guerra. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, circa 2,3 trilioni di dollari spesi nel teatro Afghanistan-Pakistan e circa 243.000 morti diretti complessivi; tra questi, oltre 2.400 militari americani. Nel 2021 il ritiro non avvenne “in un giorno”, ma il governo afghano collassò con una velocità impressionante mentre l’evacuazione finale era ancora in corso. Alla fine i Talebani tornarono al potere, esattamente il movimento che gli Stati Uniti avevano rovesciato nel 2001.

E anche qui bisogna essere precisi. Non è vero che Washington “regalò” ai Talebani tutto il proprio arsenale. Gran parte del materiale era stato consegnato negli anni alle forze armate afghane. Ma il rapporto finale del SIGAR calcola che circa 7,1 miliardi di dollari di equipaggiamento americano precedentemente fornito alle forze afghane rimasero nel Paese dopo il collasso, e che mezzi, armi e infrastrutture finiti sotto il controllo talebano hanno contribuito al nuovo apparato di sicurezza del regime.

Vale per una guerra, vale per un dazio, vale per un alleato, vale perfino per una mappa.

Trump ha ragione su una cosa importante

Ora la concessione che serve per rendere questo pezzo credibile: il Canada non può sostituire economicamente gli Stati Uniti nel breve periodo. Né può farlo il Messico. L’Europa non può assorbire in pochi anni tutto quello che attraversa il confine canadese. La Cina comporta rischi politici e industriali reali. La NATO resta indispensabile per molti alleati europei. La presenza militare americana in Asia continua a essere un pilastro della deterrenza contro Corea del Nord e Cina.

Se Trump dice che l’America ha ancora una leva enorme, ha ragione.

Ma è proprio per questo che la strategia mi sembra miope. Se possiedi una leva che nessuno può sostituire, il massimo successo strategico sarebbe fare in modo che tutti continuino a voler dipendere da te. Se invece la usi continuamente come minaccia, insegni agli altri che il loro obiettivo deve diventare ridurre quella dipendenza.

La vittoria tattica che può diventare una sconfitta strategica

Trump può vincere un negoziato commerciale. Può strappare concessioni. Può perfino dimostrare, numeri alla mano, che per il Canada perdere il mercato americano sarebbe economicamente devastante.

Ma il negoziato più importante non è quello sui dazi. È quello sulla fiducia.

Per decenni gli Stati Uniti hanno posseduto qualcosa che Cina e Russia avrebbero pagato qualunque prezzo per avere: alleati convinti che, pur con tutti i difetti di Washington, fosse razionale costruire il proprio futuro dentro un sistema guidato dall’America.

Oggi vedo il Canada aprire porte in Europa e Asia. Vedo la Corea del Sud fare i conti con una redistribuzione di intercettori. Vedo gli Emirati costruire vie d’uscita da Hormuz e parlare apertamente di maggiore autonomia. Vedo Brasile e Messico usare la parola “sovranità” sempre più spesso quando parlano degli Stati Uniti.

Non significa che l’America abbia “perso tutti”. Sarebbe una sciocchezza. Significa che un numero crescente di alleati e partner sta facendo una domanda che prima non aveva bisogno di fare con la stessa urgenza: quanto rischio c’è nel dipendere troppo da Washington?

Il punto, senza giri di parole

Trump voleva dimostrare che il Canada ha bisogno dell’America. Non serviva una guerra commerciale per provarlo: lo sapevano tutti. Il rischio è che, nel tentativo di dimostrarlo, abbia insegnato al Canada — e forse non solo al Canada — che quella dipendenza va ridotta.

Il vero autogol

La frase più importante, per me, resta questa: il problema per Trump non è se il Canada sceglierà l’Europa o la Cina. Il problema è che Trump ha dato al Canada un motivo per capire che deve poter scegliere.

E quando questa idea entra nella testa di un governo, non sparisce con il prossimo vertice e nemmeno con il prossimo presidente americano. Le catene industriali cambiano lentamente, gli accordi di difesa ancora più lentamente, ma la fiducia può rompersi in poche settimane.

Un impero che costringe i propri alleati a prepararsi al giorno in cui non potranno più contare su di lui non sta dimostrando forza. Sta trasformando la propria forza in un incentivo per gli altri a costruirne di propria.

Questa, secondo me, è la parte che Trump non vede. E potrebbe essere la parte che la storia ricorderà.

Fonti principali verificate — apri l’elenco
  1. Casa Bianca — Executive Order 14422, “Lake America”, 27 agosto 2026
  2. Casa Bianca — dazi contro il Canada e Section 338 del Tariff Act of 1930, 20 luglio 2026
  3. Governo del Canada — Carney: “America has changed”, 21 agosto 2026
  4. Pew Research Center — fiducia canadese negli USA: 83% nel 2022, 35% nel 2026
  5. Léger — 41% dei canadesi considera gli USA un Paese nemico, 5 settembre 2026
  6. Angus Reid Institute — 91% favorevole a ridurre la dipendenza commerciale dagli USA, febbraio 2025
  7. Wall Street Journal — progetto di rapporto speciale Canada-UE, 13 settembre 2026
  8. Consiglio UE — conclusione formale dell’accordo SAFE con il Canada, 15 giugno 2026
  9. Governo del Canada — nuova partnership strategica con la Cina, 16 gennaio 2026
  10. Reuters — Carney esclude un accordo di libero scambio con la Cina, 25 gennaio 2026
  11. Arms Control Association — trasferimento di intercettori THAAD dalla Corea verso il Medio Oriente, maggio 2026
  12. Reuters — il sistema THAAD resta in Corea; trasferite munizioni/intercettori, 21 aprile 2026
  13. Reuters — Emirati, autonomia energetica e limiti della sola protezione USA, 7 settembre 2026
  14. Reuters — Brasile avvia il processo di reciprocità contro i dazi USA, 13 agosto 2026
  15. Reuters — Sheinbaum: cooperazione senza subordinazione, 5 gennaio 2026
  16. Euronews — Qatar e UAE: la sicurezza del Golfo non può dipendere solo dagli USA, 8 settembre 2026
  17. Reuters — Corte Suprema USA: IEEPA non autorizza i dazi presidenziali, 20 febbraio 2026
  18. Council on Foreign Relations — costo economico dello scontro commerciale USA-Canada, 27 agosto 2026
  19. Reuters — primi 100 giorni: Groenlandia, Canale di Panama, Canada e svolta espansionista, 27 aprile 2025
  20. Google — come Maps visualizza “Gulf of America” e “Gulf of Mexico” in base al Paese, 10 febbraio 2025
  21. Reuters — Trump propone il controllo statunitense di Gaza, 5 febbraio 2025
  22. Reuters — attacco USA-Israele all’Iran e rischi strategici, 28 febbraio 2026
  23. Reuters — difficoltà di trovare un’uscita dalla guerra e influenza di Netanyahu sulla decisione iniziale, 26 marzo 2026
  24. Reuters — la guerra all’Iran e il paragone con le “forever wars”, 10 settembre 2026
  25. Brown University, Costs of War — costi economici e umani della guerra in Afghanistan
  26. SIGAR — rapporto finale sull’Afghanistan e sull’equipaggiamento rimasto dopo il ritiro

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