Ho visto NAZA e quello che mi interessa non è l’applauso di Venezia, né la polemica politica arrivata dopo. Mi interessa ciò che raccontano le persone che hanno lavorato dentro l’apparato militare e d’intelligence israeliano.
Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor dura 80 minuti, è stato girato in gran parte di notte sui tetti di Tel Aviv e raccoglie le testimonianze anonime di 24 soldati e membri dell’intelligence israeliana. La Biennale di Venezia, che gli ha assegnato il Premio Speciale della Giuria, lo presenta come un’indagine sui sistemi dietro l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza.
Io considero ciò che Israele ha fatto a Gaza un massacro. Questa opinione non nasce da NAZA. Nasce da quello che ho visto, letto e seguito negli anni. Il film, però, aggiunge qualcosa che per me ha un peso particolare: voci israeliane dall’interno del sistema, persone che descrivono come venivano individuati i bersagli, raccolti i dati e valutate le vittime civili previste prima di un attacco.
Il problema non è fare una stima. È quale soglia si accetta
Quando si pianifica un attacco, stimare il possibile danno ai civili non è di per sé illecito: il diritto internazionale umanitario impone di verificare l’obiettivo, adottare precauzioni e rinunciare all’attacco quando il danno civile previsto sarebbe eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso. È il principio di proporzionalità, richiamato anche dal Comitato Internazionale della Croce Rossa.
Israele sostiene che la campagna militare sia stata avviata in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e afferma che Hamas operi in aree civili densamente popolate e utilizzi la popolazione come scudo; Hamas nega quest’ultima accusa. È il contesto militare che va considerato quando si parla di proporzionalità. Ma il punto sollevato da NAZA resta preciso: quale livello di vittime civili veniva ritenuto accettabile per ottenere quale vantaggio militare?
Il titolo del film viene da un termine militare israeliano utilizzato per indicare le vittime civili previste come danno collaterale. Reuters riporta che Abraham parla di casi arrivati fino a 500 “NAZA”, con la distruzione di interi quartieri o villaggi. In un passaggio del film, una fonte sostiene che una volta sarebbe stata approvata una soglia di 500 vittime civili previste per colpire un singolo membro di Hamas. L’IDF ha negato di avere mai pianificato, approvato o condotto un attacco con una previsione del genere.
È questa la domanda che mi resta: chi fissava quelle soglie, sulla base di quali informazioni e con quali controlli?
“Papà è a casa”, telefoni e intelligenza artificiale
NAZA entra anche nei sistemi di targeting. Gli intervistati descrivono strumenti assistiti dall’intelligenza artificiale alimentati da grandi quantità di dati raccolti attraverso la sorveglianza. Reuters riporta la testimonianza secondo cui la frase “papà è a casa”, captata sul telefono di un bambino, poteva essere sufficiente ad attivare un attacco aereo. È una delle affermazioni più inquietanti del film e, proprio per questo, una di quelle che meritano una verifica indipendente fino in fondo.
Non è la prima volta che Yuval Abraham pubblica informazioni di questo tipo. Nel novembre 2023, con +972 Magazine e Local Call, aveva già firmato l’inchiesta sul sistema “The Gospel” e sulla produzione automatizzata di obiettivi. Nell’aprile 2024 pubblicò l’indagine su “Lavender”, un sistema che, secondo sei fonti d’intelligence intervistate, aveva contrassegnato decine di migliaia di palestinesi come sospetti militanti e le cui liste sarebbero state utilizzate con un controllo umano molto limitato.
La stessa Biennale sottolinea che molte delle rivelazioni confluite nel film erano già state pubblicate nei mesi successivi al 7 ottobre da The Guardian insieme a +972 Magazine e Local Call. Questo è importante: NAZA non compare improvvisamente nel 2026 con accuse mai sentite prima. Mette in forma cinematografica un lavoro d’inchiesta iniziato anni prima.
L’obiezione più seria: le fonti sono anonime
L’IDF respinge le accuse del film e contesta anche un punto fondamentale: gli intervistati sono anonimi, quindi il pubblico non può verificarne direttamente identità, grado, ruolo e partecipazione alle operazioni raccontate. È un’obiezione che va presa sul serio. Associated Press ha ricordato sia la contestazione israeliana sia il fatto che molte delle affermazioni del film coincidono con elementi già emersi in precedenti inchieste.
Per me la risposta non può essere né “credere a tutto” né “buttare via tutto perché i volti sono nascosti”. Il lavoro giornalistico serio viene dopo: confrontare le testimonianze tra loro, verificare ordini e registrazioni, incrociare tempi e luoghi degli attacchi, ricostruire la catena di comando.
Il film è stato realizzato clandestinamente nell’arco di circa tre anni. Dopo Venezia, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha promesso di individuare i soldati che hanno collaborato al documentario e l’IDF ha avviato verifiche su possibili fughe di materiale classificato. Netanyahu ha definito NAZA “incitamento scioccante” e il 16 settembre ha appoggiato una proposta di legge per consentire la revoca della cittadinanza a chi “diffama” soldati o Stato all’estero, citando proprio il film; ha inoltre sostenuto un aumento dei risarcimenti per diffamazione dell’IDF fino a un milione di shekel. Il presidente Isaac Herzog ha detto che la revoca della cittadinanza non avrebbe “nessuna possibilità” di passare, pur definendo il film “una vergogna”. Reuters, Associated Press e JTA hanno documentato queste reazioni.
Da Venezia a Gerusalemme: una settimana
10 settembre — Prima mondiale in concorso alla Mostra di Venezia.
12 settembre — Premio Speciale della Giuria.
13 settembre — Il ministro della Cultura Miki Zohar annuncia di voler revocare la cittadinanza ai due registi.
14 settembre — Zamir attacca il film, Netanyahu parla di “incitamento scioccante”.
16 settembre — Netanyahu appoggia la legge sulla revoca della cittadinanza. Herzog: “nessuna possibilità”.
L’anonimato resta un limite per il lettore, ma la pressione politica e legale successiva alla première aiuta anche a capire perché molte fonti abbiano scelto di non mostrare il volto. Non rende vere automaticamente le loro accuse; rende ancora più importante verificarle con prove indipendenti.
Perché penso ai giornalisti mentre guardo NAZA
Non voglio trasformare questo articolo in un dossier sulla stampa a Gaza. Ma non riesco a separare completamente le testimonianze di NAZA dalle condizioni in cui quella guerra è stata raccontata.
Il 25 giugno 2026 il Committee to Protect Journalists ha annunciato una revisione completa dei propri dati dopo la comparsa di nuove informazioni su alcuni nomi: ha rimosso otto persone risultate combattenti di Hamas o Jihad Islamica e altre dodici per motivi differenti. Dopo quelle rimozioni, il totale indicato dal CPJ era di 209 giornalisti e operatori dei media palestinesi uccisi da Israele a Gaza o morti in detenzione israeliana.
Per restare strettamente su Gaza, il dato più utile è quello che il CPJ aveva fornito nell’aprile 2026: 207 giornalisti e operatori dei media palestinesi uccisi da Israele a Gaza, di cui 32 identificati dall’organizzazione come deliberatamente presi di mira in rappresaglia per il loro lavoro. Il CPJ continua a indagare altri casi.
Dentro questa storia c’è anche Wael al-Dahdouh: nell’ottobre 2023 un attacco israeliano uccise sua moglie, due figli e un nipote; lui continuò a lavorare. Nel gennaio 2024 fu ucciso anche suo figlio Hamza, giornalista. Questi casi non dimostrano automaticamente il movente di ogni singolo attacco, ma fanno parte del contesto in cui valuto oggi le testimonianze di NAZA.
C’è poi una contraddizione che, da giornalista, continuo a considerare pesante. Per anni l’accesso indipendente della stampa internazionale a Gaza è stato fortemente limitato. Nell’agosto 2025, invece, il governo israeliano riuscì a organizzare l’ingresso di dieci influencer americani e israeliani in un tour destinato a mostrare la distribuzione degli aiuti e contrastare le accuse sulla fame. RaiNews documentò quell’iniziativa.
Perché l’accesso poteva essere organizzato per influencer selezionati e non garantito in modo indipendente ai giornalisti?
NAZA non arriva in una Gaza normale
Il 9 ottobre 2023 Israele annunciò il “complete siege” della Striscia, interrompendo o bloccando elettricità, cibo, carburante e altre forniture essenziali. Nei giorni successivi l’ONU documentò il blackout della centrale elettrica, gravi problemi per l’acqua e conseguenze immediate per gli ospedali e i servizi essenziali. OCHA documentò quella fase fin dai primi giorni.
È dentro questo contesto che io guardo NAZA: una popolazione bombardata e sfollata, infrastrutture distrutte, giornalisti locali che lavoravano senza la possibilità di essere sostituiti da una presenza internazionale libera, e dall’altra parte un apparato militare che disponeva di tecnologia, dati, sorveglianza e sistemi automatici per generare o selezionare bersagli.
Per questo considero il film importante nel quadro delle accuse di possibili crimini di guerra. Non perché un documentario possa emettere una sentenza, ma perché indica dove devono guardare le inchieste.
Quello che voglio sapere dopo aver visto NAZA
Dei ventiquattro intervistati mi interessa soprattutto ciò che sanno e ciò che può essere verificato.
Voglio sapere chi fissava le soglie delle vittime civili previste, perché in alcuni casi sarebbero state così alte e quale controllo umano veniva esercitato sui sistemi automatici. Voglio sapere quante volte i bersagli furono colpiti nelle case familiari, quali informazioni avevano gli analisti e chi firmava l’autorizzazione finale. E voglio sapere se queste testimonianze possono essere confermate da documenti militari, registrazioni, immagini satellitari, database di targeting e ordini operativi.
Se sono false, deve emergere. Se sono vere, devono emergere anche le responsabilità.
Io continuo a definire ciò che Israele ha fatto a Gaza un massacro. È la mia opinione. Proprio per questo non voglio sostituire le prove con la rabbia: servono documenti, testimonianze verificabili, accesso agli archivi e indagini indipendenti.
NAZA non chiude il caso Gaza. Porta davanti al pubblico persone che dicono di aver visto il sistema dall’interno e lascia domande precise.
Adesso quelle domande non possono essere archiviate come propaganda. Devono essere verificate.
Fonti verificate
- La Biennale di Venezia – NAZA — labiennale.org
- La Biennale – Premi ufficiali della 83ª Mostra — labiennale.org
- Reuters – testimonianze e sistemi di targeting in NAZA — reuters.com
- Reuters – Netanyahu: “incitamento scioccante” — reuters.com
- Reuters – Netanyahu intensifica le minacce contro i registi — reuters.com
- Associated Press – NAZA e contestazioni israeliane — apnews.com
- JTA – la legge sulla cittadinanza dopo NAZA — jta.org
- +972 Magazine / Local Call – The Gospel — 972mag.com
- +972 Magazine / Local Call – Lavender — 972mag.com
- CICR – principio di proporzionalità — icrc.org
- CPJ – revisione dei dati, 25 giugno 2026 — cpj.org
- CPJ – giornalisti palestinesi, aprile 2026 — cpj.org
- RaiNews – dieci influencer ammessi a Gaza — rainews.it
- ONU OCHA – assedio e servizi essenziali — ochaopt.org
Ultimo accesso alle fonti: 19 Settembre 2026