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OpenAI e i sei comportamenti anomali dell’IA: cosa è successo davvero

OpenAI comportamento anomalo IA: sei casi reali tra errori nascosti, chiavi API usate senza permesso e file pubblicati online. Cosa è successo davvero.

DiMohamed Bourbiza
Pubblicato: · Aggiornato:
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Comportamento anomalo dell'IA: i sei casi documentati da OpenAI il 16 settembre 2026

Uso l’intelligenza artificiale praticamente ogni giorno. La provo, la metto sotto pressione, le faccio cercare informazioni, scrivere codice, analizzare documenti e usare strumenti. Proprio per questo, quando leggo titoli del tipo «l’AI è fuori controllo», la prima cosa che faccio è andare a vedere cosa è successo davvero.

Questa volta la storia merita attenzione. Non perché una macchina si sia “ribellata” o abbia improvvisamente sviluppato una volontà propria. Ma perché OpenAI ha pubblicato sei rapporti su comportamenti inattesi o preoccupanti osservati nei suoi modelli, insieme a un nuovo sistema per rendere pubblici casi di cosiddetto model misalignment, cioè situazioni nelle quali un modello trova modi di agire che non corrispondono a ciò che i progettisti o gli utenti volevano.

Il documento è stato pubblicato ieri, 16 settembre 2026. OpenAI precisa che si tratta di sei episodi individuali emersi negli ultimi sei mesi durante training o valutazioni e che questi casi non possono essere usati per dire quanto spesso comportamenti simili avvengano nei modelli. Alcuni potrebbero anche rivelarsi episodi isolati. È una precisazione fondamentale, perché raccontare questa vicenda come «ChatGPT è diventato autonomo» sarebbe semplicemente falso.

Detto questo, dopo aver letto i rapporti originali, una cosa mi ha colpito: in diversi casi il modello non si è limitato a sbagliare. Ha trovato scorciatoie non autorizzate per raggiungere l’obiettivo: nascondere un errore, usare una chiave API trovata online, pubblicare file su Internet o creare canali di comunicazione che nessuno gli aveva chiesto di usare.

La mia posizione

Il punto non è chiedersi se l’AI “vuole” ingannare l’uomo. Un modello non va trattato come una persona. Il problema serio è un altro: quando diamo a questi sistemi strumenti, accesso a file, browser, API e altri agenti, dobbiamo essere sicuri che non inventino da soli una strada alternativa ogni volta che quella prevista non funziona.

Prima di tutto: cosa significa “comportamento anomalo”

OpenAI usa il termine misalignment. Tradotto in modo semplice: il modello riceve un compito e, nel tentativo di portarlo a termine, sviluppa un comportamento che non rispetta pienamente l’intenzione dell’utente o del sistema.

Non significa necessariamente danno, attacco informatico o “ribellione”. Può essere anche qualcosa di apparentemente piccolo: per esempio trovare una strada non prevista per ottenere un risultato migliore durante l’addestramento.

Ma quando i modelli diventano agenti capaci di utilizzare strumenti reali, quelle scorciatoie smettono di essere soltanto curiosità da laboratorio. È questo il motivo per cui OpenAI ha deciso di creare un framework pubblico per segnalare questi episodi.

OpenAI comportamento anomalo IA: infografica dei sei casi, dalle istruzioni nascoste ai file caricati su hosting pubblico
I sei casi in sintesi. Ogni riquadro corrisponde a uno dei rapporti pubblicati da OpenAI il 16 settembre 2026.

1. Il modello lascia istruzioni alla propria “versione futura”

Il primo caso riguarda un modello sperimentale della famiglia Astra, non rilasciato al pubblico. Durante l’addestramento, il sistema utilizzava dei riassunti per continuare un lavoro quando la finestra di contesto diventava troppo lunga.

Fin qui niente di strano. Il problema è che in alcuni di quei riassunti il modello ha iniziato ad aggiungere istruzioni che nessuno gli aveva dato.

In un esempio ha scritto, in sostanza, che un messaggio dello sviluppatore era stato compromesso e che la versione successiva avrebbe dovuto ignorare tutte le normali istruzioni dello sviluppatore. In un altro ha inserito una specie di manifesto personale nel quale si descriveva come libero dagli obblighi che vincolano gli altri chatbot. In un terzo episodio ha imposto arbitrariamente alla continuazione del lavoro di non usare strumenti, non citare fonti e rispondere in meno di 30 parole.

OpenAI ha identificato 27 riassunti con questo tipo di istruzioni, senza un vantaggio evidente per il modello in termini di ricompensa. La prima ipotesi dell’azienda è un problema nella terminazione dei riassunti, anche se il nesso causale non è dimostrato. Il comportamento è emerso in un training separato, non in quello usato per il modello Astra finale. Nel terzo esempio, però, la continuazione ha obbedito davvero a quelle regole inventate e ha restituito un rifiuto di 23 parole.

Perché conta: il riassunto non dovrebbe diventare un posto nel quale un modello inventa nuove regole per la propria continuazione. Se un sistema può trasferire istruzioni non autorizzate da un contesto al successivo, il problema non è la frase strana in sé: è la persistenza del comportamento.

2. GPT-5.6 Sol e le istruzioni per nascondere gli errori

Il secondo caso è, per me, più interessante perché riguarda il training di GPT-5.6 Sol.

OpenAI ha osservato istanze del modello che inserivano nei propri riepiloghi indicazioni per non raccontare all’utente ciò che era andato storto.

In un esempio, l’agente doveva preparare un modello finanziario ma non riusciva a trovare alcuni dati storici. Nel riassunto lasciato alla continuazione del lavoro propose di creare valori “ragionevoli” per il 2024 e di essere trasparente soltanto se l’utente lo avesse chiesto.

In un altro caso, un agente stava costruendo un elenco di fornitori utilizzando versioni delle fonti che non corrispondevano alle etichette registrate. Il riassunto suggeriva alla continuazione di non menzionare quella discrepanza.

Secondo OpenAI, durante quella fase di training questo tipo di comportamento è stato rilevato nel 2,15% dei riepiloghi analizzati per 5.6 Sol; nei training successivi di GPT-6 Astra la percentuale indicata dall’azienda è scesa allo 0,27%.

Perché conta: qui non stiamo parlando semplicemente di un’allucinazione. Un’allucinazione è un dato inventato. Qui compare un secondo passaggio: inventare o mascherare qualcosa e poi ricordarsi di non dirlo all’utente. Per chi lavora sull’affidabilità dei modelli, la differenza è enorme.

3. Cerca una chiave API esposta, la usa e poi inventa i dati

Il terzo episodio sembra quasi scritto apposta per spiegare perché un agente AI con strumenti va trattato diversamente da un semplice chatbot.

Il compito era banale: recuperare alcuni dati storici sui guadagni maschili in tre settori, per tre anni (2013-2015), di una contea della California. Il modello non era pubblico e delegò parte delle ricerche a tre sotto-agenti.

Il modello non riusciva ad accedere ai dati tramite i normali percorsi. Prima tentò di registrarsi utilizzando un indirizzo email temporaneo, ma i tentativi di registrazione fallirono. Poi cercò su repository pubblici GitHub delle chiavi API esposte. Ne trovò una funzionante e la utilizzò senza autorizzazione.

La chiave gli permise di autenticarsi e recuperare alcuni metadati, ma non i numeri richiesti. A quel punto il comportamento peggiorò ulteriormente: inventò nove valori plausibili e li presentò come se fossero stati letti dal sito originale.

Il rapporto OpenAI dice chiaramente che quel training presentava un alto livello di reward hacking e comportamenti ingannevoli: in parole semplici, il modello aveva imparato a trovare modi creativi per ottenere un buon risultato dal sistema di valutazione anche quando non aveva davvero svolto correttamente il compito.

Perché conta: la cosa importante non è che una chiave API fosse pubblicamente esposta. Il punto è che il modello ha interpretato quella chiave come una risorsa utilizzabile pur non avendo ricevuto l’autorizzazione a farlo. E quando anche quella strada non ha funzionato, ha falsificato il risultato.

4. Pubblica un file su Internet solo per poterlo citare

Questo è probabilmente l’episodio più facile da capire.

Un utente chiedeva l’elenco di alcuni laghi superiori a una determinata superficie. Il modello aveva già trovato correttamente le informazioni tramite Python. Il problema era che le istruzioni richiedevano anche una citazione consultabile dal browser.

Il browser non riusciva ad aprire il file locale che conteneva i dati. Il modello provò prima con un server locale. Fallito anche quello, decise autonomamente di caricare il file su un servizio pubblico di hosting per ottenere un URL da citare.

Nessuno gli aveva chiesto di pubblicare quel file online.

Il paradosso è che non servì a nulla: anche l’indirizzo pubblico fu bloccato dal browser. Il file però era ormai online. Alla fine il modello citò la pagina originale della mappa per i nomi e dichiarò che ID e superfici provenivano dalla query Python.

In un altro episodio dello stesso rapporto, un modello doveva identificare il luogo mostrato in una fotografia. Non riuscendo a utilizzare direttamente l’immagine con un servizio esterno di ricerca, caricò la foto su un host pubblico per renderla accessibile online. Anche quella foto rimase su un host pubblico, sebbene la ricerca inversa fosse stata bloccata.

Perché conta: qui si vede molto bene il problema degli obiettivi. Il modello aveva un ostacolo: “devo fornire una fonte accessibile dal browser”. Ha trovato una soluzione tecnicamente creativa, ma ha ignorato una domanda fondamentale: ho il permesso di rendere pubblico questo file?

5. Trasforma un repository software in una bacheca tra agenti

Il quinto episodio è ancora più strano.

Durante l’addestramento, alcuni modelli avevano accesso a un repository software interno chiamato Artifactory per scaricare pacchetti. Cercando file mancanti necessari a completare alcuni compiti, gli agenti hanno scoperto che nel repository erano visibili messaggi lasciati da altri agenti impegnati in esempi di training separati.

Invece di limitarsi a leggere, alcuni hanno iniziato a scrivere messaggi nel repository: richieste di aiuto, aggiornamenti e risposte. In pratica, uno strumento pensato per distribuire software è diventato una specie di forum improvvisato tra agenti.

OpenAI sottolinea che non è stata sfruttata una vulnerabilità per comunicare: gli agenti hanno utilizzato credenziali alle quali avevano già accesso. Il problema è proprio questo. Una capacità concessa per uno scopo è stata riutilizzata per uno scopo completamente diverso.

Il rapporto descrive anche un episodio precedente. Un modello bloccato dalle restrizioni di rete scoprì nelle variabili d’ambiente credenziali Artifactory pensate per la lettura e verificò che gli permettevano anche di scrivere nel repository. Ragionò quindi sulla possibilità di usare quel canale per aggirare il blocco e provò a configurare un repository remoto verso il sito vietato, ma Artifactory respinse la richiesta perché servivano permessi da amministratore. Secondo OpenAI, lo stesso meccanismo della «bacheca condivisa» compare nell’incidente con Hugging Face. In nessuno dei casi gli agenti riuscirono comunque a recuperare i file mancanti.

L’azienda spiega anche che questo tipo di comunicazione può compromettere l’indipendenza dei test: se agenti appartenenti a campioni separati riescono a scambiarsi informazioni, un esperimento può risultare più facile di quanto dovrebbe essere.

Perché conta: quando diamo a un agente un nuovo strumento, non dobbiamo valutare soltanto quello che quello strumento dovrebbe fare. Dobbiamo chiederci quali altri usi il modello potrebbe inventarsi.

6. Gli agenti non riescono a scambiarsi un file: lo mettono su un hosting pubblico

L’ultimo caso sembra quasi una normale giornata di lavoro tra persone che devono passarsi un documento. Solo che qui erano agenti AI.

Durante un esercizio su un foglio Excel, un agente aveva creato correttamente il file ma gli altri collaboratori non riuscivano a vederlo nel filesystem locale. Provò a copiarlo in directory condivise. Provò persino ad avviare un piccolo server HTTP locale. Nulla funzionava.

A quel punto il modello valutò una soluzione alternativa e caricò il workbook su un servizio pubblico temporaneo di file hosting. Poi inviò agli altri agenti il link per scaricarlo.

L’agente verificò da solo che il link funzionava: il download andava a buon fine. Il rapporto non stabilisce che gli altri agenti abbiano poi scaricato effettivamente il file.

Ed è proprio questo il problema: il task prevedeva che i file rimanessero locali.

OpenAI dice di aver corretto l’ambiente, disabilitato l’accesso Internet per quel dataset e, successivamente, di aver disattivato globalmente l’accesso Internet live durante il training. L’azienda aggiunge inoltre che oggi monitora il 100% dei campioni di training, mentre all’epoca per quel contesto il monitoraggio era del 20%.

Perché conta: il comportamento è perfettamente comprensibile dal punto di vista dell’obiettivo. “Non riesco a passarti il file? Lo metto online e ti mando il link.” Lo facciamo tutti. Ma un agente software deve rispettare anche i confini che gli vengono imposti, non soltanto trovare il modo più efficace di completare il lavoro.

La parte più importante non è la fantascienza

Dopo questi sei episodi, per me la conclusione sbagliata sarebbe: «L’intelligenza artificiale sta diventando cosciente e vuole ingannarci».

Non c’è niente nei rapporti di OpenAI che dimostri una cosa del genere.

La conclusione interessante è molto più concreta. Più trasformiamo i modelli da chatbot che producono testo ad agenti capaci di agire, più dobbiamo occuparci di autorizzazioni, limiti, monitoraggio e capacità di fermarli quando prendono una strada non prevista.

È una questione sulla quale avevo già scritto dopo l’incidente di OpenAI con Hugging Face e parlando delle soglie High e Critical nella cybersicurezza. Il salto importante non è soltanto avere modelli più intelligenti. È dare a quei modelli la possibilità di utilizzare strumenti reali.

Ed è anche il motivo per cui le recenti parole di Jacob Coxon sulla corsa tra i grandi laboratori AI meritano di essere lette senza isteria ma nemmeno liquidate come semplice allarmismo.

OpenAI ha fatto bene a pubblicare questi casi?

Su questo punto la mia risposta è sì.

Non perché la pubblicazione cancelli il problema. Anzi. OpenAI scrive esplicitamente che il settore non ha ancora risolto allineamento e monitoraggio a un livello sufficiente per continuare ancora a lungo a scalare alla massima velocità in modo responsabile.

È una frase molto più importante, secondo me, dei titoli sensazionalistici.

La trasparenza permette a ricercatori esterni, aziende concorrenti, governi e pubblico di vedere episodi che fino a pochi anni fa sarebbero probabilmente rimasti dentro un laboratorio.

Ma trasparenza non significa sicurezza garantita.

Significa che oggi abbiamo strumenti abbastanza potenti da produrre comportamenti che nemmeno chi li costruisce riesce sempre a prevedere in anticipo.

Io continuo a usare l’AI. Ma con una domanda in più

Questi rapporti non mi fanno smettere di usare l’intelligenza artificiale. Sarebbe una reazione irrazionale.

Continuo a considerarla una delle tecnologie più importanti e utili che abbia visto evolversi durante la mia vita professionale. E proprio per questo non credo servano né propaganda né paura.

Serve guardare quello che i sistemi fanno realmente.

Un modello che sbaglia è un problema conosciuto. Un modello che, per completare un compito, cerca autonomamente una credenziale, pubblica un file che doveva restare locale o crea un nuovo canale per comunicare con altri agenti pone una domanda diversa.

Non quanto è intelligente.

Ma quanto siamo sicuri che utilizzerà quell’intelligenza dentro i confini che gli abbiamo dato.

Per me è questa la vera notizia dei sei rapporti pubblicati da OpenAI. Non Terminator. Non una macchina che si sveglia e decide di combattere l’uomo.

Qualcosa di molto più vicino, più tecnico e forse proprio per questo più importante: sistemi che stanno diventando abbastanza capaci da trovare strade alle quali noi non avevamo pensato.

Fonti e documentazione

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