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Diritto di voto agli stranieri: Mostafa vive qui da 30 anni e non vota

Diritto di voto agli stranieri: Mostafa vive e lavora in Italia da 30 anni ma non vota. Ti spiego il paradosso con dati Istat, Ministero del Lavoro e INPS.

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Diritto di voto agli stranieri in Italia

Opinione — di Mohamed Bourbiza

Te lo dico subito

Nel 2002, a Dallas, ho dato un passaggio a un signore di 86 anni che doveva andare al consolato italiano. Parlava a stento la nostra lingua ed era stato in Italia due volte in tutta la vita, da turista. Aveva pieno diritto di voto politico italiano.

Mostafa, invece, può vivere qui trent’anni, lavorare, pagare tasse e contributi, e continuare a non votare alle politiche finché non ottiene la cittadinanza. Non voglio togliere la scheda al primo. Voglio capire perché il secondo debba restare senza voce. E voglio spiegartelo con i numeri veri.

Un uomo che l’Italia l’aveva vista due volte poteva contribuire a scegliere chi avrebbe governato Mostafa. Mostafa, dopo trent’anni di vita italiana, ancora no.

Dallas, 2002: quel viaggio in macchina non me lo sono più tolto dalla testa

Lascia che ti racconti da dove nasce questo articolo, perché non nasce da una statistica: nasce da un pomeriggio in macchina.

Nel 2002 ero a Dallas, in Texas, dalla mia famiglia. Un giorno accompagnai un anziano signore americano di origine italiana, vicino di casa di mio fratello maggiore. Doveva andare al consolato italiano a rinnovare il passaporto.

Aveva 86 anni. Durante il tragitto abbiamo parlato e ho scoperto che l’italiano lo masticava a fatica. In tutta la sua vita era stato in Italia due volte, tutte e due da turista. Non era un emigrato che aveva lavorato quarant’anni qui e poi era partito: il suo legame con l’Italia era familiare e giuridico. Era cittadino italiano. Punto.

Ti dico subito una cosa, così non ci fraintendiamo: quel ricordo è mio, personale, e non pretende di valere come dato. Ma i numeri ufficiali, come vedrai fra poco, raccontano che quel caso è tutt’altro che raro. Ed è proprio quel viaggio verso il consolato che mi torna in mente ogni volta che si parla di diritto di voto agli stranieri che vivono stabilmente in Italia.

Non voglio togliere una scheda elettorale a Carlos. Voglio metterne una, dopo una lunga residenza regolare, anche nelle mani di Mostafa.

Adesso ti presento Mostafa: trent’anni di Italia, zero voto politico

Pensa a Mostafa. È cittadino extra-UE, vive legalmente in Italia da trent’anni, ha un lavoro regolare e non ha la cittadinanza italiana. Ti chiedo di restare con me su questo caso preciso: qui non sto parlando di chi vive fuori dalla legalità né di altre situazioni. Parlo del residente di lungo periodo che lavora e contribuisce.

Mostafa prende uno stipendio. Paga le imposte sul reddito. Versa i contributi previdenziali insieme al datore di lavoro. Paga l’IVA quando beve un caffè o fa la spesa, paga IVA e accise quando mette benzina, paga il bollo se ha un’auto. Vive in affitto o ha comprato casa. Consuma, produce, risparmia, sostiene imprese e servizi. È dentro l’economia italiana ogni singolo giorno.

Eppure, senza cittadinanza, per Camera e Senato non esiste. L’articolo 48 della Costituzione lega l’elettorato politico alla cittadinanza: sono elettori i cittadini maggiorenni.

Guarda il paradosso in due righe

Carlos, cittadino italiano all’estero

Può non aver mai vissuto stabilmente in Italia. Se è cittadino italiano, maggiorenne e iscritto nelle liste elettorali, vota nella Circoscrizione Estero.

Mostafa, 30 anni in Italia

Può lavorare e contribuire qui per decenni. Senza cittadinanza italiana, alle politiche nazionali non vota.

Gli stranieri non sono una nota a piè di pagina dell’economia italiana

Adesso guardiamo insieme i numeri, perché è lì che la discussione diventa seria. Il XVI Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, pubblicato dal Ministero del Lavoro il 14 luglio 2026, dice che nel 2025 gli occupati stranieri erano quasi 2,6 milioni, il 10,7% di tutti gli occupati. Nello stesso anno l’occupazione extra-UE è cresciuta del 3,6%, quella comunitaria dell’1,2%, quella italiana dello 0,5%. Fonte: Ministero del Lavoro.

Occupati stranieri in Italia — dati 2025

Quota degli occupati stranieri sul totale
10,7%
Crescita occupati extra-UE
+3,6%
Crescita occupati italiani
+0,5%

Quasi 2,6 milioni di occupati stranieri: 10,7% dell’occupazione complessiva.

Elaborazione grafica Dietro Le Notizie su dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Attenzione, però: non sto dicendo che il voto si compri con le tasse. Sarebbe un principio pessimo, e lo rifiuto. Un disoccupato italiano, uno studente, un pensionato hanno esattamente lo stesso diritto politico di chi versa un milione di imposte. Il mio punto è un altro, e voglio che sia chiaro: dopo decenni di residenza, il lavoro, i contributi, la famiglia, la casa e la vita di tutti i giorni dimostrano un legame reale con la comunità su cui quelle decisioni politiche ricadono.

Mostafa non “compra” niente. Mostafa chiede di partecipare alla scelta di chi scrive le leggi sotto cui vive da trent’anni.

Vannacci lo sa? Nel bilancio europeo c’è dentro anche Mostafa

Qui concedimi un po’ di ironia, che fa bene alla discussione. Roberto Vannacci oggi è eurodeputato. La sua retribuzione la paga il bilancio del Parlamento europeo. E quel bilancio non piove dalla Luna: fa parte del bilancio dell’Unione europea, finanziato anche con le risorse versate dagli Stati membri. Italia compresa.

Il punto, senza giri di parole

Nel bilancio europeo c’è anche l’Italia. E dentro l’Italia c’è anche Mostafa.

Mostafa lavora qui, produce reddito, paga le imposte, consuma, paga IVA e accise, contribuisce all’attività economica del Paese. Non prendermi alla lettera oltre il dovuto: non esiste un bonifico con scritto “Mostafa → stipendio di Vannacci”. Il rapporto è indiretto. L’Italia finanzia il bilancio dell’Unione, e l’economia italiana che rende possibile quel contributo è fatta anche del lavoro e dei consumi di milioni di residenti stranieri.

Perciò la domanda politica te la lascio così: quando si parla degli stranieri come se fossero soltanto un problema da amministrare, ci ricordiamo che sono anche lavoratori, contribuenti e consumatori che partecipano alla ricchezza del Paese e, indirettamente, alle risorse con cui l’Italia finanzia l’Unione europea?

Fonti: Parlamento europeo — Roberto Vannacci · retribuzione degli eurodeputati · come è finanziato il bilancio UE.

Italiani all’estero: oltre 7,3 milioni, e la maggioranza è nata fuori

Nel giugno 2026 il Ministero degli Esteri ha indicato oltre 7,3 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Argentina, Brasile e Germania ospitano alcune delle comunità più grandi; un italiano residente all’estero su sei vive in America Latina. Fonte: Ministero degli Esteri.

Ma il dato che voglio metterti davvero sotto gli occhi è dell’Istat: al 31 dicembre 2023 soltanto il 30,8% degli italiani residenti all’estero era nato in Italia. Quindi circa il 69,2% era nato altrove. In Argentina i cittadini italiani nati in Italia erano appena il 10%; in Brasile il 5%. Tradotto: circa il 90% in Argentina e il 95% in Brasile è nato fuori dall’Italia. Fonte: Istat.

Italiani residenti all’estero — dove sono nati?

Totale: nati fuori dall’Italia
69,2%
Argentina: cittadini italiani nati fuori dall’Italia
90%
Brasile: cittadini italiani nati fuori dall’Italia
95%

Elaborazione grafica Dietro Le Notizie su dati Istat. Le percentuali Argentina/Brasile sono il complemento della quota di residenti italiani nati in Italia indicata da Istat.

Non fraintendermi, perché è il punto in cui di solito si litiga: non sto dicendo che chi nasce fuori sia “meno italiano”. Non è la mia tesi e non lo penso. Ti sto facendo notare un’altra cosa: il nostro ordinamento considera il legame giuridico della cittadinanza sufficiente per riconoscere il diritto politico, anche quando la vita quotidiana di quella persona si svolge interamente altrove.

E no, non serve un esame di italiano per infilare la scheda nella busta. Il MAECI indica cittadinanza italiana, maggiore età, iscrizione AIRE e iscrizione nelle liste elettorali come condizioni per votare dall’estero. Per politiche e referendum il sistema ordinario è il voto per corrispondenza tramite la rete consolare.

E non è un voto simbolico: elegge 12 parlamentari

Se stai pensando “vabbè, ma sarà una cosa marginale”, ti fermo. La Circoscrizione Estero elegge oggi 12 parlamentari: 8 deputati e 4 senatori. Quei voti entrano direttamente nella composizione del Parlamento che approva le leggi italiane. Fonte: MAECI.

Un precedente che dovresti conoscere

Nel 2006, quando i senatori eletti all’estero erano sei, quattro andarono all’Unione, uno a Forza Italia e uno all’Associazione Italiani Sud America. Fonte: Senato.

In una legislatura con margini strettissimi al Senato, quei seggi hanno dimostrato in modo concreto che il voto degli italiani all’estero pesa sugli equilibri politici nazionali.

Ecco perché la frase che mi porto dietro dal 2002 non è una provocazione da bar: quel signore di 86 anni che ho accompagnato a Dallas poteva contribuire a scegliere chi avrebbe governato Mostafa. Mostafa, dopo trent’anni qui, no.

«Gli stranieri pagano le pensioni degli italiani che se ne vanno all’estero»

Lo so, è una frase provocatoria. L’ho scritta apposta. Ma dietro c’è un fatto economico reale che voglio spiegarti senza barare sui numeri. Il sistema pensionistico obbligatorio italiano è a ripartizione: l’INPS spiega che i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni correnti. E tra quei lavoratori attivi ci sono milioni di stranieri. Fonte: INPS, sistema a ripartizione.

E l’INPS le pensioni le paga anche fuori dai confini. Nel 2024 sono state oltre 310.000 pensioni all’estero, per circa 1,75 miliardi di euro, in circa 160 Paesi. Fonte: INPS.

310.000+
pensioni pagate all’estero
€1,75 mld
importo complessivo 2024
~160
Paesi raggiunti dai pagamenti INPS

Elaborazione grafica Dietro Le Notizie su dati INPS, Rapporto annuale 2024 sulle pensioni pagate all’estero.

E adesso la precisazione onesta, quella che di solito nessuno fa: quelle 310.000 prestazioni non sono tutte pensioni di italiani trasferiti all’estero. L’INPS comprende sia pensioni in regime nazionale sia in regime internazionale, e tra i beneficiari ci sono situazioni molto diverse. Ma la sostanza del ragionamento regge: anche i contributi dei lavoratori stranieri entrano nel sistema a ripartizione che paga le pensioni correnti, comprese quelle erogate oltre confine.

Quindi mettila così. Un pensionato italiano può legittimamente andare a vivere in Portogallo, Spagna o Tunisia, continuare a ricevere la pensione italiana secondo le regole applicabili e mantenere il diritto di voto, perché resta cittadino italiano. Mostafa può restare qui, continuare a lavorare e a versare contributi, e continuare a non votare.

“E perché Mostafa non chiede semplicemente la cittadinanza?”

Questa me la fai sempre, e hai ragione a farmela: è l’obiezione più prevedibile e merita una risposta seria. Per un cittadino extra-UE, l’articolo 9 della legge sulla cittadinanza prevede che la cittadinanza possa essere concessa dopo almeno dieci anni di residenza legale. Il Ministero dell’Interno ricorda requisiti e procedimento, compresa la conoscenza dell’italiano nei casi previsti. Fonte: Ministero dell’Interno.

Nota bene quel verbo: possa. Dieci anni non trasformano automaticamente una persona in cittadino. È una domanda di concessione, con un procedimento amministrativo dietro. Per questo è giuridicamente possibile avere venti o trent’anni di vita italiana alle spalle e restare senza diritto di voto politico nazionale.

La mia domanda quindi non è se la cittadinanza debba esistere. Certo che deve. La domanda è se, dopo una residenza legale davvero lunga, la cittadinanza debba restare l’unica porta possibile per qualsiasi forma di rappresentanza.

Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Danimarca: altri modelli esistono già

Se qualcuno ti dice che è un’idea campata in aria, mostragli questi tre casi. Non me li sono inventati io: sono democrazie che hanno già scelto strade diverse.

Tre modelli da guardare

Nuova Zelanda — anche alle elezioni nazionali

Può iscriversi e votare anche chi è “resident for electoral purposes”: vive legalmente nel Paese senza obbligo di lasciarlo entro una data determinata, ha almeno 18 anni e ci ha vissuto continuativamente per almeno 12 mesi. Fonte ufficiale.

Paesi Bassi — voto comunale dopo 5 anni

Un cittadino extra-UE può votare alle comunali se, tra gli altri requisiti, risiede legalmente nei Paesi Bassi da almeno cinque anni. Fonte: Governo dei Paesi Bassi.

Danimarca — voto locale e regionale dopo 4 anni

Per chi non rientra nelle categorie UE/Nordiche previste, il portale pubblico danese riconosce il voto comunale e regionale dopo almeno quattro anni di residenza permanente. Fonte: portale pubblico danese.

Non ti sto dicendo che l’Italia debba copiare la Nuova Zelanda. Ti sto dicendo che abbiamo davanti diverse possibilità. Possiamo partire dal voto comunale per i residenti extra-UE di lungo periodo, come Paesi Bassi e Danimarca. Possiamo discutere soglie più lunghe per il livello nazionale. Possiamo pretendere requisiti di residenza legale continuativa e verificabile.

Quello che non accetto più è sentirmi dire che non esiste alternativa. Le alternative esistono già, e funzionano in altre democrazie.

Non è una guerra contro gli italiani all’estero

Voglio essere chiarissimo con te, perché su questo mi arrivano sempre accuse sbagliate: non propongo di togliere il voto agli italiani all’estero. Carlos non è il nemico di Mostafa. Il signore di Dallas non aveva rubato niente a nessuno. Aveva un diritto riconosciuto dalla Repubblica e pieno titolo per esercitarlo.

La contraddizione sta altrove: perché il legame giuridico deve valere politicamente cento, e una vita concreta di trent’anni deve valere zero fino al giorno della cittadinanza?

Su Dietro Le Notizie ti ho già raccontato il rischio di trasformare il passaporto in un criterio che separa persone che vivono la stessa identica realtà quotidiana, quando ho scritto della proposta del 30% di studenti stranieri nelle classi. Anche lì il punto era lo stesso: quando c’è da vivere insieme, la cittadinanza descrive davvero tutta la realtà?

E mentre una parte della politica continua a usare l’immigrazione come terreno identitario, i dati raccontano un Paese in cui milioni di lavoratori stranieri sono già struttura, non eccezione. È una delle ragioni per cui, parlando dei sondaggi e della crescita della destra identitaria, ti ho detto che la politica dovrebbe tornare a misurarsi con lavoro, casa, sanità e disuguaglianze reali.

La mia proposta: cominciamo almeno dalle città

Se il voto politico nazionale ti sembra un passo troppo grande, allora partiamo dalle comunali. Un residente extra-UE che vive legalmente da dieci, quindici o vent’anni nello stesso comune, che lavora, che manda i figli a scuola, che paga i servizi e che ogni giorno si scontra con trasporti, rifiuti, urbanistica, affitti e sicurezza locale dovrebbe almeno poter dire la sua su chi amministra quella città.

Poi discutiamo del livello nazionale, con una soglia seria e prudente di residenza continuativa. Non ho bisogno di fingere di avere la soluzione perfetta in tasca. Voglio che esista finalmente una discussione.

La mia posizione, in chiaro

Il diritto di voto non deve dipendere da quanto guadagni. Mai. Ma una democrazia dovrebbe chiedersi se venti o trent’anni di residenza legale, lavoro, contribuzione e vita reale possano continuare a non produrre nessuna rappresentanza politica.

Trent’anni sotto le leggi decise da altri

Ripenso a quella macchina a Dallas nel 2002. A quell’uomo di 86 anni diretto al consolato italiano. L’Italia l’aveva vista due volte. Aveva il passaporto italiano. Aveva il diritto di voto.

Poi penso a Mostafa.

Trent’anni di sveglie all’alba. Trent’anni di lavoro. Trent’anni di buste paga. Trent’anni di contributi. Trent’anni di caffè, spesa, benzina, affitto o mutuo. Trent’anni sotto governi e leggi scelti da altri.

La domanda che ti lascio

Quanti anni deve vivere una persona dentro l’Italia prima che l’Italia riconosca che quella persona vive anche dentro la sua democrazia?

Io non voglio togliere la scheda elettorale all’uomo di Dallas.

Voglio finalmente metterne una anche nelle mani di Mostafa.

Adesso tocca a te

Dimmi la tua nei commenti: dopo quanti anni di residenza legale riconosceresti il voto comunale a un residente extra-UE? Cinque, dieci, vent’anni, mai? Leggo tutto e rispondo.

Nota editoriale

Questo è un articolo di opinione personale, firmato da me. Il racconto di Dallas del 2002 è un mio ricordo diretto; i dati numerici e le regole elettorali citate sono verificati su fonti istituzionali e raccolti nella sezione “Fonti verificate”. Non sostengo che il diritto di voto debba dipendere dal reddito o dalle tasse pagate.

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