Opinione — di Mohamed Bourbiza
In sintesi
Io sto con la comunità bengalese di Mestre sul diritto ad avere un luogo di culto regolare, trasparente e conforme alle norme. Non difendo minacce o slogan sul “fermare Venezia”: difendo una cosa più semplice, cioè che un diritto non può diventare il premio concesso a una comunità solo quando qualcuno la considera abbastanza integrata.
E prima di raccontare l’Islam come qualcosa di estraneo a Venezia conviene ricordare la storia: dal 1621 il Fontego dei Turchi sul Canal Grande ospitava mercanti ottomani, una grande stanza destinata a moschea e uno spazio per il bagno rituale.
Te lo dico subito: io quella moschea a Mestre la lascerei costruire, se rispetta le stesse regole che chiediamo a qualunque altro luogo di culto. Non perché una comunità debba avere privilegi. Esattamente per il motivo contrario: perché non dovrebbe averne meno.
In questi giorni la discussione è esplosa attorno al progetto nell’area dell’ex segheria di via Giustizia e alle parole di Prince Howlader, che ha evocato manifestazioni e perfino uno sciopero capace di fermare Fincantieri e una parte del turismo veneziano. Ma qui bisogna separare le cose. Lo sciopero, per ora, non risulta proclamato formalmente e la stessa comunità bengalese non è affatto compatta su quella linea. Ai cancelli di Fincantieri molti lavoratori hanno mostrato più prudenza che voglia di battaglia.
Bene. Per me è persino meglio così. Perché la questione vera non è se qualcuno riesca o meno a bloccare Venezia. La questione è un’altra: un diritto religioso può dipendere dal giudizio politico su quanto una comunità sia “integrata”?
Non sto chiedendo un privilegio per i bengalesi. Sto chiedendo che una moschea venga giudicata con le stesse norme con cui giudicheremmo qualsiasi altro luogo di culto.
Moschea a Mestre: un diritto non è un premio per chi si comporta bene
Il sindaco Simone Venturini ha spiegato che oggi non ci sarebbero le condizioni per andare avanti e ha richiamato questioni di integrazione: lingua italiana, rispetto delle regole, condizione delle donne, comportamenti nella vita cittadina. Sono temi seri. Ma proprio perché sono seri non vanno mescolati.
Se una persona abbandona rifiuti dove non deve, si sanziona quella persona. Se un esercizio commerciale viola una norma, si interviene su quell’esercizio. Se qualcuno commette un reato, ne risponde davanti alla legge. È così che funziona uno Stato di diritto. Non si prende un’intera comunità e le si dice: prima dimostratemi che siete abbastanza bravi, poi discuteremo se potete pregare in un luogo regolare.
Una moschea non dovrebbe essere una medaglia all’integrazione. E una chiesa non lo è. Una sinagoga non lo è. Un tempio non lo è. Le regole urbanistiche, di sicurezza, finanziarie e amministrative devono valere per tutti. Ma devono essere quelle, non un esame collettivo sull’identità di chi prega.
I bengalesi vanno bene quando costruiscono navi, ma diventano un problema quando chiedono diritti?
A Marghera entrano ogni giorno migliaia di lavoratori tra Fincantieri e indotto. La presenza bengalese è importante. La ritroviamo anche negli alberghi, nella ristorazione, nei servizi. Persone che lavorano, pagano affitti, crescono figli, comprano nei negozi, prendono autobus, versano contributi e tengono in piedi pezzi dell’economia veneziana.
E allora faccio una domanda semplice al lettore: quando saldano una nave sono abbastanza veneziani, ma quando chiedono un luogo di culto tornano improvvisamente stranieri?
Questa è la contraddizione che mi interessa. Non mi interessa trasformare i bengalesi in santi, perché sarebbe una sciocchezza uguale e contraria a trasformarli in un problema. Sono persone. Tra loro ci sono posizioni diverse, interessi diversi, caratteri diversi. Proprio per questo trovo sbagliato parlare della “comunità bengalese” come se fosse un unico individuo da promuovere o bocciare.
Lo sciopero? Capisco la rabbia, ma non trasformerei un diritto in una minaccia
Su questo voglio essere altrettanto chiaro. Non mi piace l’idea di dire: se non ci date la moschea, fermiamo la città. Capisco la frustrazione di chi sostiene di aspettare da anni. Capisco anche la volontà di mostrare quanto lavoro viene svolto da cittadini di origine bengalese. Ma una battaglia giusta può essere danneggiata da una frase sbagliata.
Se il messaggio diventa “senza di noi Venezia si ferma”, il giorno dopo qualcuno userà quelle parole per parlare di ricatto, invasione, comunità parallele. È un regalo perfetto a chi vive politicamente di paura e contrapposizione. Io non glielo farei.
Difenderei invece il punto più difficile da contestare: stesse norme, stessi controlli, stessi diritti. Niente scorciatoie per la moschea. Ma nemmeno ostacoli speciali perché si tratta di una moschea.
Le stesse verifiche richieste a ogni altro edificio aperto al pubblico.
Il Comune ha diritto di sapere da dove arrivano i soldi.
La fede di chi prega non può diventare una regola urbanistica aggiuntiva.
Venezia non ha scoperto l’Islam con i bengalesi di Mestre
E qui arriviamo alla parte che trovo quasi ironica. Ogni volta che si parla di Islam qualcuno tira fuori l’identità, le radici, la nostra storia. Va bene. Allora parliamo davvero di storia.
Venezia è stata per secoli uno dei grandi punti di incontro tra l’Europa cristiana e il mondo musulmano. I mercanti veneziani commerciavano con Alessandria, Cairo, Damasco, Costantinopoli e con altri grandi centri del Mediterraneo orientale. Le relazioni non furono sempre pacifiche, naturalmente: ci furono guerre, rivalità e interessi contrapposti. Ma il commercio e la diplomazia continuarono a legare Venezia ai Mamelucchi, agli Ottomani e ai Safavidi.
Il Metropolitan Museum of Art ha dedicato un’intera ricostruzione storica a questo rapporto, mostrando quanto gli scambi con il mondo islamico abbiano inciso anche sull’arte, sui tessuti, sul vetro, sulla ceramica, sulle tecniche e sul gusto veneziano. Venezia non ha costruito la propria grandezza chiudendosi in una stanza. Ha commerciato, trattato, copiato, influenzato ed è stata influenzata.
E c’è un fatto ancora più concreto. Nel 1621 la Repubblica destinò il Fontego dei Turchi, sul Canal Grande, ai mercanti ottomani. Il Museo di Storia Naturale di Venezia, che oggi ha sede proprio lì, racconta che al piano terra c’erano i magazzini, una grande stanza destinata a moschea e il luogo per il bagno rituale.
Quattro secoli fa. Sul Canal Grande.
Perciò a chi oggi presenta una moschea come un corpo estraneo all’identità veneziana vorrei fare una domanda: quale identità? Quella vera, complicata e mediterranea di Venezia, o quella ricostruita oggi per funzionare meglio in un comizio?
Prima di parlare di identità veneziana, bisogna conoscere Venezia. La sua storia non è quella di una città che ha avuto paura del mondo: è quella di una città che con il mondo ha commerciato, trattato e costruito la propria grandezza.
Prima di gridare all’invasione, forse conviene conoscere la storia della propria città
Non serve nemmeno nominare ogni volta Matteo Salvini, Roberto Vannacci o Anna Maria Cisint per capire di quale linguaggio sto parlando. È quello che trasforma continuamente immigrazione e Islam in un test di appartenenza: noi da una parte, loro dall’altra.
A me questa Italia interessa poco. E non perché voglia cancellare identità o confini. Mi interessa poco perché è una lettura troppo povera perfino della nostra storia. Venezia diventò una potenza proprio perché sapeva stare davanti al diverso senza smettere di essere Venezia. Trattava con sultani musulmani e nello stesso tempo difendeva i propri interessi. Importava spezie, seta, cotone e opere d’arte. Esportava vetro, sapone, carta e tessuti. Diplomazia e commercio venivano prima degli slogan.
Il paradosso è che oggi alcuni di quelli che parlano più forte di “radici” sembrano conoscere una versione molto più piccola delle radici veneziane.
Una moschea regolare può essere più integrazione, non meno
C’è poi un aspetto pratico. A Mestre e Marghera esistono già diversi spazi di preghiera, alcuni dei quali hanno avuto problemi urbanistici. Se questo è il problema, allora io vedo un argomento a favore di una struttura regolare, non contro.
Un centro ufficiale può essere sottoposto a norme chiare, controlli, sicurezza, tracciabilità dei finanziamenti, capienza, parcheggi, rapporti con il quartiere. Può avere attività culturali aperte, lingua italiana, occasioni di confronto. Se davvero vogliamo integrazione e trasparenza, mi sembra più intelligente portare tutto alla luce che costringere migliaia di persone a organizzarsi in spazi precari.
Naturalmente i finanziamenti devono essere trasparenti. Il progetto è costoso e su questo il Comune ha tutto il diritto di chiedere documentazione completa. Ma anche qui la regola deve essere semplice: controllare i soldi, non la fede.
Io sto con la comunità bengalese, ma non contro Venezia
La mia posizione quindi è questa. Sto con chi chiede una moschea a Mestre dentro le regole. Sto con i bengalesi che vogliono pregare in un luogo dignitoso. Sto con chi rifiuta l’idea che una comunità intera debba superare un esame politico prima di accedere a un diritto.
Ma non sto con chi pensa che una minaccia di bloccare la città sia il modo migliore per ottenerlo. E non sto con chi dall’altra parte aspetta proprio quella frase per trasformare migliaia di lavoratori, famiglie e cittadini in un nemico comodo.
Perché il punto non è scegliere tra la moschea e Venezia. È esattamente il contrario: capire se Venezia è ancora abbastanza sicura della propria storia da applicare le stesse regole a tutti senza avere paura di una religione.
Regole uguali, diritti uguali
Non chiedo un favore per i bengalesi. Non chiedo al Comune di chiudere gli occhi sull’urbanistica. Non chiedo di ignorare la provenienza dei finanziamenti. Non chiedo nemmeno che tutti siano d’accordo con il progetto.
Chiedo una cosa molto meno spettacolare e molto più difficile da usare in campagna elettorale: la stessa legge per tutti.
Se il progetto non rispetta una norma, si dica quale norma e si corregga. Se ci sono dubbi sui finanziamenti, si documentino e si facciano i controlli. Se esistono problemi di sicurezza, si risolvano tecnicamente. Ma se alla fine il vero ostacolo è che in quell’edificio si pregherà Allah invece di Dio chiamato con un altro nome, allora non stiamo più parlando di urbanistica.
E a quel punto sì, io scelgo da che parte stare. Dalla parte di chi chiede un diritto dentro le regole. Anche quando quel diritto appartiene a qualcuno che parla un’altra lingua, arriva da un altro Paese e prega in un altro modo.
Leggi anche: Perché alcuni Paesi UE rimanderanno migranti in Italia e Una città non è una caserma.
Fonti verificate
Il Post — il caso della moschea a Mestre e la minaccia di sciopero.
La Nuova Venezia — sciopero non proclamato, lavoratori e comunità non compatti.
Fondazione Musei Civici di Venezia — storia del Fontego dei Turchi: dal 1621 alloggi, magazzini, stanza destinata a moschea e bagno rituale.
The Metropolitan Museum of Art — rapporti commerciali, diplomatici e artistici tra Venezia e il mondo islamico.
Questo è un articolo di opinione. Riflette la posizione personale dell’autore e distingue i fatti documentati dalle valutazioni politiche.
