Opinioni

Trump torna a parlare con l’Iran. Ma il conto della guerra è già arrivato

Trump Iran colloqui: Axios riferisce nuovi contatti attesi questa settimana. La mia opinione su Hormuz, guerra e ritorno alla diplomazia.

DiMohamed Bourbiza
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Donald Trump, Iran e petroliere nello Stretto di Hormuz durante le tensioni e i nuovi colloqui USA-Iran

Ho letto oggi su Axios una notizia che, dal mio punto di vista, racconta molto bene il punto in cui è arrivata questa guerra. Donald Trump ha detto a Barak Ravid di aspettarsi nuovi colloqui con l’Iran già questa settimana, appena un giorno dopo aver respinto l’ultima proposta iraniana. Axios riferisce inoltre che fonti regionali si aspettano un nuovo round di negoziati indiretti già da lunedì, con il Qatar ancora impegnato nella mediazione.

La cosa che mi colpisce è semplice: Trump parla di nuovi colloqui, ma nello stesso tempo non esclude nuovi attacchi. La diplomazia torna quindi al centro proprio mentre la minaccia militare resta sul tavolo.

IN SINTESI

  • Trump: ad Axios ha detto di aspettarsi nuovi colloqui con l’Iran questa settimana, dopo aver respinto sabato l’ultima proposta iraniana.
  • Hormuz: un funzionario della Difesa USA ha confermato ad Axios che venerdì notte sono transitati 22 milioni di barili attraverso lo Stretto.
  • La mia opinione: considero un errore aver puntato così a lungo sull’escalation militare per poi tornare ancora alla diplomazia.
Il fatto nuovo
Secondo Axios, Washington e Teheran potrebbero tornare a parlarsi nei prossimi giorni. L’Iran vuole concentrare il confronto sullo Stretto di Hormuz e sul blocco navale statunitense; l’amministrazione Trump chiede invece concessioni sul dossier nucleare. Il Qatar sta cercando un compromesso tra le due posizioni.

Trump cerca nuovi colloqui dopo aver respinto la proposta iraniana

Axios ricostruisce che gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno già tenuto un nuovo round di negoziati indiretti con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi a margine dell’Assemblea generale dell’ONU. I funzionari qatarioti hanno fatto da tramite tra le due delegazioni.

L’Iran aveva proposto di riaprire lo Stretto di Hormuz e riprendere i colloqui nucleari in cambio, tra le altre condizioni, della revoca del blocco navale americano, della rimozione delle sanzioni sulle vendite di petrolio e del ripristino di un cessate il fuoco regionale. Trump ha respinto la proposta, ma il giorno dopo ha detto di aspettarsi nuovi contatti.

Axios sottolinea che le parti restano ancora lontane. Il punto, però, è che la via diplomatica non è scomparsa. Anzi, continua a riemergere dopo mesi di guerra e pressione militare.

Dal mio punto di vista, Trump ha seguito una strada sbagliata

Qui separo chiaramente i fatti dalla mia opinione. Dal mio punto di vista, Trump ha seguito troppo da vicino la linea di Benjamin Netanyahu e ha trascinato gli Stati Uniti in una guerra che non si è chiusa rapidamente come sembrava immaginare.

Oggi siamo ancora qui a discutere di Hormuz, di blocco navale, di petrolio, di cessate il fuoco e di come far tornare americani e iraniani allo stesso tavolo. Questo, per me, dice già molto.

Io non vedo una soluzione semplice né una vittoria netta. Vedo una guerra che ha moltiplicato i rischi e che adesso costringe le stesse parti a cercare nuovamente una formula diplomatica.

Hormuz mostra quanto questa guerra riguarda tutti

Axios scrive che Trump sostiene che il fine settimana abbia visto transitare attraverso lo Stretto di Hormuz la quantità di petrolio più alta dall’inizio della guerra. Un funzionario della Difesa americana ha confermato ad Axios un flusso di 22 milioni di barili nella notte di venerdì.

Questo dato, per me, è molto importante. Se la Casa Bianca sente il bisogno di sottolineare quanta quantità di petrolio riesce a passare attraverso Hormuz, significa che quello stretto non è un dettaglio militare: è uno dei punti da cui passa la sicurezza energetica internazionale.

Ed è qui che la guerra smette di essere soltanto una questione tra Washington e Teheran. Ogni blocco, ogni minaccia e ogni nuova escalation su Hormuz aumenta l’incertezza per trasporti, energia, imprese e famiglie. Anche negli Stati Uniti il prezzo dell’energia diventa inevitabilmente una questione politica interna, perché una crisi in uno dei principali passaggi petroliferi del mondo non resta confinata al Medio Oriente.

La mia lettura
Non attribuisco ogni problema economico mondiale a Trump e non sostengo che un solo presidente possa determinare da solo il prezzo del petrolio. Ma ritengo che scegliere l’escalation militare in una regione attraversata da una rotta energetica come Hormuz abbia aumentato un rischio che oggi ricade molto oltre i confini dell’Iran.

E le vittime non possono diventare una nota a margine

Ogni guerra produce vittime. Questo non è uno slogan politico: è la realtà di qualsiasi conflitto prolungato. Dal mio punto di vista, quando si decide di allargare una guerra bisogna assumersi anche la responsabilità politica delle conseguenze umane che quella scelta può contribuire a produrre.

Per questo non riesco a guardare questa vicenda solo attraverso comunicati militari, mappe o dichiarazioni di vittoria. Dietro ogni nuova escalation ci sono soldati, civili, famiglie e intere economie che subiscono effetti molto più lunghi di una conferenza stampa.

Alla fine si torna sempre alla diplomazia

È questo il passaggio che trovo più significativo nell’articolo di Axios. Dopo tutto quello che è successo, il Qatar continua a fare la spola tra le parti, gli americani continuano a mandare Witkoff e Kushner ai colloqui e Araqchi continua a dire che l’Iran è pronto a negoziare.

Trump ritiene che Teheran voglia un accordo ma che le condizioni iraniane non siano quelle che lui intende accettare. L’Iran, invece, attende ancora una risposta ufficiale attraverso i mediatori. Nel mezzo ci sono Hormuz, il blocco navale, le sanzioni sul petrolio e il dossier nucleare.

Dal mio punto di vista, è difficile non fare una domanda: se alla fine servono ancora mediatori, concessioni reciproche e negoziati, perché arrivare a questo stesso tavolo dopo mesi di guerra?

La mia critica a Trump parte dal risultato

Non penso che l’Iran abbia automaticamente ragione perché critico Trump. Sarebbe una lettura troppo semplice. La mia critica riguarda la scelta americana e il risultato che oggi abbiamo davanti.

Trump ha puntato molto sulla forza e sulla pressione. Ora, però, parla di nuovi colloqui, mentre il Qatar cerca una mediazione e l’Iran continua a chiedere una soluzione diplomatica. Per me questo dimostra che la guerra non ha prodotto quella conclusione rapida e definitiva che i sostenitori dell’escalation potevano aspettarsi.

Per questo continuo a criticare Trump. Credo che abbia seguito Netanyahu troppo a lungo, abbia sottovalutato quanto fosse difficile chiudere il conflitto e abbia contribuito ad allargare una crisi che oggi pesa sulla sicurezza, sull’energia e sull’economia internazionale.

La domanda che mi resta, dopo aver letto Axios, è questa: se adesso si torna a negoziare, quanto è costata la strada scelta per arrivare di nuovo al tavolo?

Leggi anche: le notizie del 27 settembre 2026 e il riepilogo del 22 settembre con gli sviluppi su Hormuz.

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  1. Axios — Trump dice di aspettarsi nuovi colloqui con l’Iran questa settimana