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Narciso ed Eco: siamo diventati prigionieri della nostra immagine?

Dal mito di Narciso ed Eco ai social network: Mohamed Bourbiza racconta come l'immagine di sé e il bisogno di approvazione influenzano la nostra vita.

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Mohamed Bourbiza accanto a una rappresentazione di Narciso che contempla il proprio riflesso nell'acqua, con Eco sullo sfondo

Un racconto e una riflessione di Mohamed Bourbiza.

Un ragazzo si innamora del proprio riflesso.

Una voce è condannata a ripetere le parole degli altri. I Greci raccontavano queste due storie molto prima dell’invenzione degli smartphone. Eppure, oggi, Narciso ed Eco sembrano abitare i nostri social network.

Guarda il racconto di Narciso ed Eco, narrato da Mohamed Bourbiza

Racconto video narrato da Mohamed Bourbiza. Apri il video su YouTube.

Il ragazzo che si innamorò di un’immagine

Nella mitologia greca Narciso è un giovane di straordinaria bellezza. Chi lo incontra ne resta affascinato, ma lui respinge chi cerca di avvicinarsi. Non vede i sentimenti degli altri, non li riconosce, non riesce ad amarli.

Un giorno si ferma davanti a uno specchio d’acqua. Guarda la superficie immobile e scopre un volto bellissimo. Sorride. Si china. Allunga una mano. L’immagine ricambia ogni gesto, ma sparisce non appena prova a toccarla.

Narciso non comprende subito la verità: quello che desidera è il proprio riflesso. Resta prigioniero di un’immagine che non può raggiungere. Nella versione più conosciuta del mito, si consuma accanto all’acqua fino alla morte. Al suo posto nasce un fiore che porterà il suo nome.

Da questa storia deriva una parola che tutti conosciamo: narcisismo. Ma io credo che la domanda più interessante sia un’altra. Il problema è amare se stessi, oppure innamorarsi tanto della propria immagine da perdere di vista tutto il resto?

Oggi a Narciso basterebbe uno smartphone

Se Narciso vivesse oggi, non avrebbe bisogno di cercare uno stagno. Gli basterebbero la fotocamera frontale di un telefono e un profilo social.

Pensiamoci. Un tempo, per vedere il proprio volto, bisognava cercare uno specchio. Oggi quello specchio lo portiamo in tasca. Fotografiamo i viaggi, le cene, i figli, i compleanni, le vacanze. A volte fotografiamo perfino la nostra tristezza.

Non c’è nulla di sbagliato nel conservare un ricordo o condividerlo. Il punto è un altro: stiamo mostrando la nostra vita, oppure soltanto la versione che vogliamo far vedere agli altri?

Scegliamo la luce, l’inquadratura, l’espressione. Scartiamo ciò che non ci piace. Correggiamo il colore. E quando finalmente pubblichiamo la fotografia, spesso comincia una seconda attesa: chi l’ha vista? Chi ha reagito? Chi ha commentato? E chi, invece, non ha detto nulla?

Abbiamo inventato un pubblico per il nostro specchio. Non ci basta più guardarci: vogliamo essere guardati.

Il valore di un momento non si misura in «mi piace»

Vorrei fare una domanda molto semplice: se nessuno avesse visto quella fotografia, quel momento sarebbe stato meno bello?

Se nessuno avesse saputo dove eravamo, la vacanza avrebbe perso valore? Se nessuno avesse reagito alla nostra cena, alla nostra conquista o alla nostra felicità, avremmo vissuto meno intensamente?

Quando iniziamo a misurare il valore di un’esperienza attraverso la reazione degli altri, rischiamo di perdere il rapporto con l’esperienza stessa. La vita diventa una scena. Noi diventiamo, contemporaneamente, attori, registi e spettatori.

Questo non significa che i social siano il male, né che chi pubblica fotografie sia necessariamente narcisista. Significa riconoscere una possibilità: possiamo finire per confondere ciò che siamo con ciò che mostriamo.

La prigione del personaggio che abbiamo creato

C’è un passaggio ancora più delicato. Quando costruiamo un’immagine pubblica, prima o poi possiamo sentirci obbligati a difenderla.

Chi si è sempre presentato come una persona forte fatica ad ammettere la propria debolezza.

Chi mostra soltanto successi può avere paura di raccontare un fallimento.

Chi ha costruito un personaggio attorno a un’opinione potrebbe arrivare a difenderla anche quando comincia a dubitarne.

Succede anche nel mondo dei media. A volte un commentatore teme più di deludere il proprio pubblico che di correggere un errore. Cambiare idea dovrebbe essere il risultato naturale di una nuova conoscenza. E invece può sembrare un tradimento dell’immagine costruita nel tempo.

Così iniziamo a scegliere parole, emozioni e posizioni non soltanto in base a ciò che pensiamo, ma in base a ciò che gli altri si aspettano da noi.

A un certo punto, rischiamo di diventare gli addetti stampa di noi stessi.

Eco: la voce che poteva soltanto ripetere

Nel mito di Narciso compare un’altra figura: Eco. Secondo il racconto antico, questa ninfa viene condannata a non poter parlare liberamente. Le resta soltanto la possibilità di ripetere le ultime parole pronunciate dagli altri.

Osserviamo questi due personaggi.

Lo specchio

Narciso guarda soltanto la propria immagine.

La voce

Eco ripete soltanto la voce degli altri.

Uno è prigioniero dello specchio; l’altra delle parole altrui.

Vi ricorda qualcosa?

Sui social network succedono entrambe le cose. Da una parte mostriamo continuamente noi stessi. Dall’altra ripetiamo opinioni, frasi, giudizi e indignazioni che abbiamo appena incontrato. Un’espressione diventa virale; migliaia di persone la ripetono. Un’opinione viene premiata dal proprio gruppo; molti smettono di metterla in discussione.

Naturalmente non accade sempre, e non a tutti. Ma il parallelismo è potente: uno specchio e un’eco. Due antiche figure che ci aiutano a osservare il presente.

Quando l’immagine resta, anche dopo di noi

C’è infine una differenza enorme tra il mondo di Narciso e il nostro. Oggi le immagini possono continuare a circolare quando non ci siamo più.

Lasciamo fotografie, video, messaggi, commenti, parole. Una memoria digitale che può sopravvivere alla persona. Chi non ci ha conosciuti potrebbe incontrare soltanto quella rappresentazione, inevitabilmente incompleta.

E allora torno alla domanda dalla quale sono partito: quanto spazio lasciamo tra la persona che siamo e quella che cerchiamo di mostrare?

Quanto della nostra vita abbiamo vissuto davvero? E quanto abbiamo vissuto soprattutto per poterlo raccontare agli altri?

Lo specchio può aiutarci a vedere il nostro volto. Non dovrebbe diventare il luogo in cui perdiamo noi stessi.

Mohamed Bourbiza — giornalista e documentarista

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