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El Pedocin, la spiaggia divisa per uomini e donne dal 1903 (e nessuno la chiama islamica)

A Trieste c'è una spiaggia divisa per uomini e donne dal 1903. Perché quando lo fa un Paese musulmano diventa un caso, e qui no? La mia analisi su El Pedocin.

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DiMohamed Bourbiza
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El Pedocin, la spiaggia di Trieste divisa da un muro tra settore uomini e settore donne

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A Trieste c’è una spiaggia divisa da un muro: uomini da una parte, donne dall’altra, dal 1903. Quest’estate ha fatto il pieno di bagnanti. Se la stessa cosa la proponesse una comunità musulmana, la chiameremmo integralismo. Qui la chiamiamo tradizione. Vale la pena chiedersi perché.

Comincio con un fatto che a molti sembrerà una curiosità da cartolina, e invece è tutt’altro. A Trieste, a due passi da Piazza Unità, esiste dal 1903 uno stabilimento balneare comunale diviso in due da un muro di 74 metri: da una parte gli uomini, dall’altra le donne e i bambini. Si chiama ufficialmente Bagno Popolare Alla Lanterna. Tutti, in città, lo chiamano El Pedocin.

Non è un reperto archeologico tenuto in vita per i turisti. Quest’estate, tra maggio e luglio 2026, El Pedocin ha registrato 106.696 ingressi, con un incasso complessivo vicino ai 120.000 euro: un record assoluto, secondo i dati diffusi da Il Piccolo e ripresi dall’Ansa. Solo a luglio sono stati staccati 53.610 biglietti, molti di più dei 34.885 dello stesso mese nel 2025. Non sto raccontando una nicchia folkloristica: sto raccontando uno dei luoghi più frequentati della città.

E qui nasce la mia domanda. Quando si parla di spiagge separate per sesso, sui social e in certi dibattiti, il riflesso è quasi automatico: si pensa all’Islam, all’integrazione mancata, a un modello culturale incompatibile con l’Europa. Ma a Trieste, in pieno centro, con il Comune che gestisce la struttura e i cittadini che la difendono, la stessa identica separazione fisica tra uomini e donne viene raccontata come tradizione, folklore, persino orgoglio cittadino. Perché?

El Pedocin in breve

Nome ufficiale: Bagno Popolare Alla Lanterna. Comunale, gestito dal Comune di Trieste.

Apertura: 1903, epoca austro-ungarica. Costruito dalla ditta Rocco & Compagni sul tratto di spiaggia dietro il molo di Santa Teresa.

Il muro: 74 metri, alto circa 3, prosegue in mare. Separa il settore maschile da quello femminile, con ingressi distinti.

Bambini: nel settore femminile sono ammessi i maschi fino a 12 anni.

Ingresso: 1,20 euro, uno dei più bassi d’Italia per uno stabilimento balneare.

Estate 2026: 106.696 presenze da maggio a luglio, circa 120.000 euro di incassi. Frequentato soprattutto da donne.

Il muro che nessuno vuole abbattere

Prima di giudicare, però, guardiamo i fatti, perché la storia di questo muro non è quella di un’imposizione calata dall’alto e mai discussa. Alla fine dell’Ottocento Trieste, allora città austro-ungarica, non aveva strutture balneari degne di questo nome: le rive vicine alle fabbriche erano sporche e inadatte. Il Comune ottenne in concessione il tratto di spiaggia dietro il molo di Santa Teresa e nel 1903 vi costruì il Bagno Popolare Alla Lanterna. All’inizio la separazione tra i sessi era garantita da un semplice steccato, sostituito in seguito da un muro in mattoni, per rispettare la morale e la decenza pubblica dell’epoca.

Quello che trovo curioso è che questo muro, nel corso di oltre un secolo, sia sopravvissuto a due guerre mondiali, al fascismo, al passaggio dall’Impero austro-ungarico all’Italia, al boom economico e alla rivoluzione dei costumi degli anni Sessanta e Settanta. E che, quando qualcuno ha provato a toccarlo, siano stati proprio i cittadini a fermarlo.

1903

Apertura ufficiale del Bagno Popolare Alla Lanterna. Separazione tra i sessi fin dall’origine.

1959

Il muro viene spostato per dare più spazio al settore femminile, da sempre il più affollato.

FINE ANNI ’80

Si discute di abbattere il muro. I triestini, di fronte alla proposta, scelgono di conservarlo.

2026

Stagione da record: 106.696 presenze in tre mesi, il numero più alto mai registrato.

Non sono riuscito a trovare fonti solide su una data precisa e su una consultazione popolare formale, quindi non la userò come fatto certo: quello che più testate concordano nel raccontare è un clima diffuso, alla fine degli anni Ottanta, in cui l’ipotesi di eliminare il muro fu discussa e respinta dall’opinione pubblica cittadina. Ancora oggi esiste un gruppo social, “Gli Amici del Pedocin”, che si mobilita per difendere lo stabilimento così com’è, non per cambiarlo.

Perché si chiama “Pedocin”

Il nome ufficiale, La Lanterna, richiama semplicemente il faro che sorgeva lì vicino dal 1832, oggi spento. Ma quasi nessuno a Trieste lo chiama così. Tutti dicono El Pedocin, e sull’origine di questo soprannome esistono almeno tre teorie, nessuna delle quali è mai stata confermata in modo definitivo.

La prima, la più raccontata, dice che “pedocin” in dialetto triestino significhi “piccolo pidocchio”, e che il nome derivi dai soldati dell’esercito austro-ungarico che venivano qui a “spidocchiarsi” al mare durante la guerra, oppure semplicemente dall’affollamento tipico dell’alta stagione, con i bagnanti stretti uno sull’altro come pidocchi su un corpo. La seconda teoria collega il nome ai “pedoci”, cioè le cozze, un tempo allevate proprio nelle acque vicine alla Lanterna: la folla ammassata sulla piccola spiaggia ricorderebbe i mitili attaccati agli scogli. La terza, meno nota ma non meno affascinante, fa derivare il nome da “ciodin”, il piccolo chiodo a cui i bagnanti più poveri appendevano i vestiti prima di entrare in acqua.

Non sto dicendo che una di queste versioni sia quella giusta. Quello che trovo bello è che, qualunque sia l’origine vera, il nome popolare abbia completamente sostituito quello ufficiale nell’uso comune. Non è un dettaglio da nulla: dice quanto questo luogo sia sentito come proprio dalla città, al punto da meritarsi un nome coniato dal basso, in dialetto, invece del toponimo istituzionale.

Ora la domanda scomoda

Il punto, secondo me, è un altro rispetto alla semplice curiosità storica. Se un ente locale in Italia decidesse oggi, da zero, di aprire uno stabilimento balneare separato per sesso su richiesta di una comunità musulmana, la notizia diventerebbe nazionale nel giro di ore. Si parlerebbe di segregazione, di valori incompatibili con la Costituzione, di un cedimento all’integralismo religioso. Lo abbiamo visto succedere, in scala minore, ogni volta che si è discusso di orari riservati alle donne in piscina o di richieste simili avanzate da associazioni islamiche in alcune città italiane.

Eppure a Trieste la stessa identica architettura sociale — un muro fisico che separa i corpi maschili da quelli femminili in un luogo pubblico — esiste da 123 anni, è gestita dal Comune con soldi pubblici, e viene difesa con orgoglio dalla popolazione. Non sto dicendo che le due situazioni siano identiche: lo dirò tra poco, con tutte le differenze che meritano di essere dette. Ma prima voglio che la domanda resti sul tavolo, senza scorciatoie: perché una barriera tra uomini e donne diventa immediatamente un simbolo religioso quando la associamo ai musulmani, e diventa “tradizione asburgica” quando la associamo a Trieste?

La separazione fisica tra uomini e donne in uno spazio balneare non appartiene automaticamente a una religione. El Pedocin lo dimostra da prima che l’Islam avesse un solo praticante a Trieste.

Il mondo musulmano non è un blocco unico

Qui arrivo al secondo pezzo di questa riflessione, quello che nei dibattiti social viene quasi sempre saltato: il mondo musulmano non è un blocco compatto con un’unica regola sul rapporto tra uomini, donne e spazio pubblico. Le differenze, da un Paese all’altro, sono enormi.

In Marocco, in Tunisia, in Egitto e in Turchia, la stragrande maggioranza delle spiagge — pubbliche e private — è mista. Uomini e donne condividono lo stesso arenile e la stessa acqua. Alcune donne indossano il burkini o costumi più coprenti per scelta personale o religiosa, altre il normale costume da bagno: sono compresenti sulla stessa sabbia, senza muri, senza orari riservati, senza settori separati. È una situazione radicalmente diversa da quella iraniana, dove la segregazione tra sessi su spiagge, piscine e parchi è invece imposta dalla legge dello Stato, così come in Arabia Saudita, dove convivono spiagge segregate legate a strutture religiose e conservatrici e spiagge “all’occidentale” nei resort internazionali, frequentate anche da saudite in costume intero.

Confronto internazionale

Marocco, Tunisia, Egitto, Turchia: spiagge miste come regola. Nessuna separazione fisica o legale per sesso.

Iran: segregazione tra uomini e donne imposta dalla legge su spiagge, piscine e parchi pubblici.

Arabia Saudita: convivono spiagge segregate e spiagge “occidentali” nei resort e club privati.

Trieste, Italia: un solo stabilimento comunale, El Pedocin, mantiene una separazione fisica volontaria e difesa dalla popolazione, non imposta dalla legge dello Stato.

Trattare “i musulmani” come un blocco unico che vuole ovunque spiagge separate significa ignorare che in gran parte del mondo musulmano — compreso il Paese nordafricano più vicino geograficamente e culturalmente all’Italia — le spiagge sono miste da sempre, e lo sono più delle nostre in molti casi, visto che a Trieste un muro del genere resiste ancora.

Il caso marocchino: quando fu lo Stato a dire no

C’è un episodio marocchino che vale la pena raccontare, con la cautela che merita perché la documentazione disponibile è meno ricca di quella su El Pedocin. Verso la fine degli anni Novanta, il movimento islamista Al Adl Wal Ihsane (in arabo العدل والإحسان, “Giustizia e Spiritualità”), fondato da Abdessalam Yassine e tuttora non riconosciuto ma tollerato dalle autorità marocchine, organizzò quelle che diverse fonti giornalistiche descrivono come vere e proprie “discese” sulle spiagge del Paese: militanti in abiti islamici, preghiere collettive sull’arenile, e la rivendicazione del diritto ad avere propri campi vacanza estivi riservati agli affiliati del movimento. Le autorità marocchine intervennero per contenere queste iniziative.

Non ho trovato un decreto ufficiale, una data esatta o il nome di un provvedimento specifico che vieti in modo formale un “progetto di spiaggia separata”: per questo non lo presento come un fatto scolpito nella pietra, ma come un episodio ricostruito da fonti giornalistiche marocchine e internazionali, che merita di essere citato con questa cautela. Quello che invece è documentato con maggiore continuità nel tempo è che lo Stato marocchino, negli anni, ha più volte limitato le iniziative pubbliche di Al Adl Wal Ihsane, comprese colonie e attività ricreative organizzate dal movimento, anche in anni recenti.

Il punto che trovo interessante non è tanto il dettaglio del singolo episodio, quanto la direzione del vettore: qui non è un governo europeo a impedire una richiesta religiosa di separazione, ma uno Stato a maggioranza musulmana a frenare le pretese islamiste di segregare gli spazi pubblici, in nome di un modello di società che il Marocco considera più aperto. Questo da solo dovrebbe bastare a complicare la narrazione secondo cui “l’Islam vuole le spiagge separate”: in Marocco, semmai, è successo l’esatto contrario.

Le obiezioni che meritano una risposta

Sarebbe disonesto, a questo punto, fingere che non esistano differenze sostanziali tra El Pedocin e la segregazione di genere che si discute a proposito di alcuni contesti islamici. Provo a elencarle, perché chi legge ha diritto a un quadro completo, non a una tesi precostituita.

Primo: El Pedocin è un’eccezione, non la regola. In tutta Italia e in quasi tutta Europa esiste un solo stabilimento così. Nessuno propone di estendere il modello ad altre spiagge. Quando la segregazione è imposta per legge a livello nazionale, come in Iran, parliamo di un fenomeno strutturale che riguarda l’intera popolazione femminile di un Paese, non una singola struttura conservata per affetto locale.

Secondo: a Trieste la separazione è frutto di una scelta comunitaria dal basso, più volte confermata quando qualcuno ha proposto di eliminarla, e non di un obbligo legale che impedisce a chi non la vuole di scegliere altrimenti: chi preferisce una spiaggia mista a Trieste ne ha decine a disposizione a pochi minuti di distanza. In un contesto dove la segregazione è imposta dallo Stato, questa alternativa non esiste.

Terzo: il contesto normativo complessivo conta. Un conto è un muro su una spiaggia difeso per tradizione dentro un ordinamento che garantisce piena parità giuridica tra uomini e donne; un altro è la stessa separazione fisica inserita in sistemi giuridici dove le donne hanno diritti limitati anche fuori dall’acqua. Non è la stessa cosa, e non voglio far finta che lo sia.

Chi vuole legittimamente sollevare queste obiezioni ha ragione. Ma proprio per questo, la stessa onestà intellettuale dovrebbe far vedere l’altro lato della medaglia: nessuna di queste differenze rende automaticamente “innocuo” El Pedocin o automaticamente “sinistro” ogni muro simile altrove. Il criterio giusto non è la religione di chi lo costruisce, ma se la separazione è scelta o imposta, se esiste un’alternativa reale, e se convive con la parità di diritti nel resto della vita civile.

Il punto, secondo me

Non sto scrivendo questo pezzo per difendere El Pedocin, e nemmeno per attaccarlo: è una tradizione locale che i triestini hanno il diritto di conservare finché la vogliono, esattamente come avrebbero il diritto di eliminarla se cambiassero idea. Non sto nemmeno scrivendo per giustificare la segregazione di genere ovunque si presenti, con qualunque etichetta religiosa o culturale: dove è imposta per legge, resta un problema di diritti, non un dettaglio folkloristico da rispettare acriticamente.

Sto scrivendo per un motivo più semplice: la coerenza. Se un muro che separa uomini e donne su una spiaggia comunale italiana ci sembra pittoresco, e lo stesso principio applicato altrove ci sembra una minaccia alla civiltà europea, forse il problema non è il muro. È chi lo costruisce, e cosa proiettiamo su di lui prima ancora di guardare i fatti. El Pedocin non è islamico, non lo è mai stato, e continuerà probabilmente a non esserlo. Ma la domanda che pone, involontariamente, da 123 anni, resta scomoda per tutti: quanto delle nostre reazioni dipende davvero dal principio in gioco, e quanto dipende solo da chi lo mette in pratica?

Domande frequenti su El Pedocin

Qual è la spiaggia con un muro che divide uomini e donne in Italia?
È il Bagno Popolare Alla Lanterna di Trieste, conosciuto da tutti come El Pedocin. Dal 1903 un muro separa il settore maschile da quello femminile.
Dove si trovano i bagni separati a Trieste?
Si trovano al Bagno Popolare Alla Lanterna, sul lungomare di Trieste, vicino al molo di Santa Teresa. Lo stabilimento comunale è noto con il nome popolare El Pedocin.
C’è un muro in mare sulla spiaggia di Trieste?
Sì. A El Pedocin il muro che divide uomini e donne è lungo circa 74 metri, alto circa 3 metri e prosegue fino in mare, mantenendo separati anche gli accessi all’acqua.
Dove si trova il bagno La Lanterna a Trieste?
Il Bagno Marino La Lanterna si trova a Trieste, nell’area del molo di Santa Teresa. È lo storico stabilimento comunale che i triestini chiamano El Pedocin.

✓Fonti verificateConsulta le fonti utilizzate per questo articolo
  • Ansa, i dati record di presenze e incassi 2026 al Pedocin — ansa.it
  • Gazzetta del Sud, il confronto tra gli ingressi 2024-2026 e il prezzo del biglietto — gazzettadelsud.it
  • Il Giornale, la storia del muro, le tre teorie sul nome e il tentativo di abolizione degli anni Ottanta — ilgiornale.it
  • Il Post, storia dello stabilimento e origine del soprannome — ilpost.it
  • FAI – Fondo Ambiente Italiano, scheda storica del Bagno Marino La Lanterna — fondoambiente.it
  • Comune di Trieste, beni culturali, scheda architettonica del Fabbricato Molo Bandiera 2 — beniculturali.comune.trieste.it
  • Jeune Afrique, le “discese” di Al Adl Wal Ihsane sulle spiagge marocchine alla fine degli anni Novanta — jeuneafrique.com
  • Wikipedia (FR), profilo storico del movimento Al Adl Wal Ihsane — fr.wikipedia.org
  • Il Manifesto, la nuova legge iraniana sulla separazione fisica tra uomini e donne — ilmanifesto.it
  • Il filo di Arianna, la segregazione di spiagge, piscine e parchi in Iran — aracne-galatina.it
  • Tremenza, spiagge segregate e spiagge “occidentali” in Arabia Saudita — tremenza.com

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