Opinione
Il problema non è Trump. Il problema è che nessuno sta facendo la stessa cosa per noi europei.
In breve
- Trump cerca diesel e ringrazia Putin perché il carburante americano costa troppo: difende il suo Paese.
- L’Europa ha cambiato in pochi mesi un sistema energetico costruito in decenni. Il conto lo hanno pagato famiglie e imprese.
- Nessun leader europeo dice «Europe First» con la stessa chiarezza.
- Prima di parlare di guerra alla Russia o all’Iran, i governi dovrebbero chiedere a chi la pagherà.
Ho visto il video. Trump ringrazia Putin per l’accordo sul petrolio e Zelensky non la prende bene. Guardatelo anche voi, qui sotto, poi ne parliamo.
Io non critico Trump perché cerca diesel russo. Dal punto di vista americano, capisco perfettamente quello che sta facendo.
Negli Stati Uniti il gasolio ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone. A novembre si vota per le elezioni di metà mandato. Un presidente con il carburante alle stelle e le urne alle porte cerca una soluzione. Se la soluzione passa da Mosca, passa da Mosca.
Possiamo discutere della coerenza di questa scelta, delle sanzioni, dei rapporti con Vladimir Putin. Ma su una cosa Trump è chiarissimo: prima vengono gli interessi americani.
La guerra del diesel in quattro date
- 8 luglio 2026Mosca vieta le esportazioni di gasolio. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno messo in crisi la produzione russa.
- 13 settembreTrump chiede a Zelensky di smettere di colpire il diesel russo. Secondo lui, quella carenza sta facendo male al mondo intero.
- 14 settembreIl diesel negli Stati Uniti tocca il record di 6,23 dollari al gallone.
- 5 ottobreTrump firma un ordine che rinvia la tassa sul diesel rosso, quello agricolo, usato su strada. E rivendica l’accordo con gli alleati per liberare 100 milioni di barili dalle riserve.
Il problema, allora, non è Trump. La domanda che mi pongo da cittadino europeo è molto più scomoda: chi sta facendo la stessa cosa per noi?
L’Europa ha seguito Washington. Il conto è nostro
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, gli Stati Uniti di Biden hanno guidato la risposta occidentale contro Mosca. L’Europa ha aderito alle sanzioni e ha tagliato la dipendenza dal gas russo. In pochi mesi ha smontato un sistema di approvvigionamento costruito in decenni.
Nessuno a Washington ha firmato al posto di Bruxelles. Le sanzioni europee le hanno decise i governi europei. Ed è proprio per questo che la responsabilità della nostra classe politica è ancora più seria.
La Germania aveva bisogno del gas russo per far girare una delle più grandi macchine industriali del mondo. L’Italia aveva costruito con Mosca rapporti energetici lunghi decenni. La Francia ha il nucleare, ma anche lei paga il prezzo europeo dell’energia.
Spezzare quei legami poteva avere ragioni strategiche. Gratis non poteva essere. E infatti non lo è stato.
Chi paga davvero le sanzioni
Quando sento parlare di sanzioni mi faccio sempre la stessa domanda: chi le paga?
Una sanzione non resta un documento firmato a Bruxelles. Arriva da qualche parte. Nella bolletta di una famiglia, alla pompa di benzina, nei costi di una fabbrica, nel prezzo del pane. E nello stipendio, quando l’inflazione corre più veloce del salario.
Le bollette sono salite a livelli che pochi anni fa sarebbero sembrati assurdi. Famiglie che tagliano i consumi, industrie che perdono competitività, stabilimenti ristrutturati, investimenti spostati altrove. La locomotiva tedesca ha rallentato.
Il limite di questa analisi
Non tutto è colpa delle sanzioni. La crisi europea ha molte cause: guerra, inflazione, tassi d’interesse, concorrenza cinese, trasformazione dell’auto, scelte fatte molto prima del 2022. Ma sostenere che rinunciare in fretta a una delle principali fonti energetiche dell’industria europea non sia costato niente sarebbe falso.
E quel costo non lo hanno pagato «le istituzioni». Lo abbiamo pagato noi.
Io quel prezzo l’ho sentito dentro casa mia
Guardo il termometro prima di accendere il condizionatore
Per me non è geopolitica da salotto. Durante le ondate di caldo che hanno colpito Italia, Francia e Spagna mi sono trovato a fare un ragionamento che, in una delle regioni più ricche del pianeta, considero assurdo.
Cerco di non usarlo. Lo accendo quando all’ombra si superano i 35 gradi, peggio ancora con un’umidità che non si sopporta. Il climatizzatore ce l’ho. Penso a quanto mi costerà tenerlo acceso.
D’inverno è uguale. Prima di accendere i termosifoni penso alla bolletta. Quante ore? A quale temperatura? Quanto arriverà da pagare?
Questa dovrebbe essere la normalità nel continente che si presenta come una delle grandi potenze economiche del mondo? Per me no.
Quando anche la macchina diventa un calcolo
Lo stesso vale per il carburante. Abbiamo passato periodi in cui vedere diesel e benzina sopra i due euro al litro non era più un’eccezione. In certe stazioni si è andati anche oltre. Ne avevo già scritto parlando di accise e promesse elettorali sui carburanti.
Quando un litro arriva a cifre che un tempo sembravano impossibili, l’automobile smette di essere un mezzo di trasporto. Per qualcuno diventa quasi un lusso.
E non parlo di vacanze. Parlo di andare al lavoro, portare i figli a scuola, fare la spesa, raggiungere un ospedale. Di chi vive dove l’autobus non passa e senza macchina non si muove.
Se salgono insieme carburante, cibo, luce e riscaldamento, e gli stipendi non recuperano il potere d’acquisto perduto, il risultato è semplice. Le persone diventano più povere. Non perché guadagnano meno euro.
Perché con quegli euro possono comprare meno vita.
Il paradosso: Russia, Ucraina, Iran
La Russia vive sotto una quantità enorme di sanzioni occidentali ed è dentro una guerra costosissima. Eppure carburante ed energia domestica costano al consumatore russo molto meno che in Europa occidentale.
Certo, la Russia è una gigantesca produttrice di petrolio e gas, e il confronto diretto con l’Italia è semplicistico. Ma il paradosso politico resta.
Poi guardo l’Ucraina. Un Paese in guerra vera, con la rete energetica bombardata di continuo. Eppure, in certe fasi, anche lì alcuni costi dell’energia per le famiglie sono risultati più bassi dei nostri.
Non vuol dire che gli ucraini vivano meglio di noi: sarebbe un’offesa verso un popolo in guerra. Vuol dire che dovremmo chiederci come si costruisce il prezzo finale dell’energia in Europa.
Il caso iraniano rende il contrasto ancora più forte. L’Iran vive sotto sanzioni americane dalla rivoluzione del 1979, è un grande produttore e sovvenziona pesantemente i carburanti. Salari, cambio e potere d’acquisto sono un altro mondo, quindi il confronto va fatto con prudenza.
Ma l’immagine resta: con quello che in Italia basta a malapena per un litro di benzina, in Iran si comprano molti litri di carburante sovvenzionato. Oggi poi l’Iran è in guerra con gli Stati Uniti, e lo Stretto di Hormuz pesa sul prezzo del diesel di tutti. Il conto di quella guerra è già arrivato.
Non sto dicendo che in Iran si viva meglio. Mi chiedo com’è possibile che l’energia sia diventata un peso così grande per chi vive in una delle aree più ricche del mondo.
America First. E l’Europa?
Ed è qui che torno a Trump. Se una sanzione danneggia l’economia americana, cerca una deroga. Se il carburante costa troppo, cerca altro carburante. Se un accordo con Putin serve agli Stati Uniti, tratta con Putin. E se serve, lo ringrazia davanti alle telecamere.
Si può essere d’accordo o no, ma il criterio si conosce. L’ho visto anche quando Trump ha provato a piegare il Canada: gli alleati contano finché servono.
Quello che non capisco è perché l’Europa non abbia un equivalente.
Alleati sì, subordinati no
Gli Stati Uniti sono un alleato fondamentale dell’Europa. Ma alleanza e subordinazione sono due cose diverse.
Un alleato ti dice: «Questa è la mia strategia». Un Paese sovrano risponde: «Questo è il mio interesse». Se coincidono, si lavora insieme. Se non coincidono, si discute.
Biden aveva una strategia sulla Russia, Trump ne ha un’altra, il prossimo presidente potrà cambiarla ancora. È normale, è la democrazia americana. Ma allora pongo una domanda: perché la strategia economica di centinaia di milioni di europei deve cambiare ogni volta che cambia la Casa Bianca?
E adesso chiediamolo agli europei
Facciamo un esperimento semplice. Niente vertici NATO, niente conferenze stampa, niente ministri, niente analisti in televisione.
Andiamo per strada a Roma, Milano, Parigi, Madrid, Berlino, Lisbona, Bruxelles. Fermiamo cento persone. Mille. Centomila. E facciamo due domande.
La risposta non la scrivo. Farlo vorrebbe dire insultare l’intelligenza di chi sta leggendo. Ognuno conosce la propria, e basta.
Prima di parlare di guerra, ascoltate chi la paga
Guerra, riarmo, deterrenza, sacrifici. Sono parole che si pronunciano con una facilità impressionante. Chi le pronuncia, però, raramente ne pagherà le conseguenze.
A combattere andrebbero i figli dei cittadini. La spesa toccherebbe ai contribuenti, la nuova crisi energetica alle famiglie, la competitività persa alle imprese. E il potere d’acquisto, ancora una volta, ai lavoratori.
Per questo, prima di chiedere agli europei altri sacrifici, i governi dovrebbero almeno ascoltarli. Non dopo. Prima.
Non chiedo un’Europa filorussa. Chiedo un’Europa europea
Non chiedo di diventare amici di Putin e non giustifico l’invasione dell’Ucraina. Non propongo di abbandonare gli Stati Uniti e non difendo il regime iraniano. Chiedo una cosa molto più normale: che l’Europa difenda gli interessi dell’Europa.
Se Trump può parlare con Putin quando conviene all’America, l’Europa deve poter parlare con chiunque quando serve alla pace e ai suoi cittadini. Se Washington rivede la politica energetica quando il diesel costa troppo, Bruxelles deve poter riesaminare le sue scelte quando famiglie e industrie soffrono.
Se il presidente americano mette gli americani al primo posto, non vedo perché un leader europeo dovrebbe vergognarsi di mettere al primo posto gli europei. Le istituzioni europee non esistono per Washington, Mosca, Kiev o Teheran. Esistono per noi.
Quando una politica internazionale impoverisce le persone che dovrebbe proteggere, chiedere di correggerla non è tradimento.
È democrazia.