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Milano ha bisogno di un sindaco o di un comandante? Una città non è una caserma

Burgio candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale: perché presentare una città con il lessico della sicurezza è un errore politico. L'opinione di Mohamed Bourbiza.

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DiMohamed Bourbiza
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Carmelo Burgio sindaco Milano, elaborazione grafica con Roberto Vannacci sul ruolo dei generali nella politica
Vannacci ha annunciato Burgio candidato sindaco di Milano raccontandolo attraverso il suo curriculum operativo. Il problema non è l’uomo, e non sono i militari. Il problema è l’idea che l’uniforme sia in sé la risposta politica alla complessità di una metropoli europea.

Opinione di Mohamed Bourbiza — giornalista dal 1998

L’8 agosto 2026, dal palco della Versiliana, Roberto Vannacci ha annunciato che il candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale sarà Carmelo Burgio, generale dei Carabinieri in congedo. Milano voterà nella primavera del 2027.

Vannacci ha costruito la presentazione quasi interamente sulla sicurezza: ha definito Burgio un uomo delle istituzioni, ne ha ricordato il passato da paracadutista e i comandi provinciali di Trapani e Caserta, e ha detto di essere convinto che, se gli si chiedesse di «rastrellare Rogoredo», saprebbe come farlo — aggiungendo che ci riuscirebbe senza bisogno dei consigli del prefetto Franco Gabrielli, fino a febbraio delegato del sindaco Sala alla sicurezza.

In sintesi

  • Chi: Carmelo Burgio, generale dei Carabinieri in congedo, classe 1957.
  • Chi lo candida: Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale — anche lui generale in congedo.
  • Quando è stato annunciato: 8 agosto 2026, Versiliana.
  • Quando si vota: primavera 2027. Mancano circa venti mesi.
  • Il tema scelto: la sicurezza urbana, con Rogoredo come simbolo.

È questo modo di presentare un candidato alla guida di una delle città più importanti d’Europa che mi porta a una riflessione. E la riflessione va oltre il nome del candidato, e persino oltre Milano.

Chi è Carmelo Burgio, per correttezza

Prima di criticare un’impostazione, credo che si debba dare a una persona quello che le spetta.

Il curriculum

Nato ad Anzio nel 1957, formato al collegio militare Nunziatella e all’Accademia di Modena. Ha servito nel 1° Reggimento Paracadutisti «Tuscania», è arrivato ai vertici del Gruppo di intervento speciale, ha lavorato nei servizi di scorta al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ha avuto esperienza alla Direzione investigativa antimafia. Ha operato in Libano, Bosnia-Erzegovina, Albania, Iraq e Afghanistan. A Caserta si è misurato con il clan dei Casalesi. Ha ricevuto numerose decorazioni, italiane e statunitensi.

È un curriculum di servizio allo Stato che merita rispetto, e lo dico senza alcuna riserva.

Non ho nulla contro Carmelo Burgio come persona. Non ho nulla contro i militari, e non metto in discussione il ruolo fondamentale delle Forze armate e dell’Arma dei Carabinieri nella difesa dello Stato e nella sicurezza dei cittadini.

La mia domanda è diversa: perché una parte della politica italiana sembra sempre più convinta che, di fronte a un problema difficile, la risposta sia un generale?

Un generale che candida un generale

C’è un dettaglio che trovo il più interessante di tutta la vicenda, e che nella cronaca è passato quasi inosservato.

Anche Roberto Vannacci è un generale in congedo.

Quindi qui non abbiamo semplicemente un militare che entra in politica — cosa perfettamente legittima e accaduta in tutte le democrazie. Abbiamo un generale che, alla guida di un movimento politico, sceglie come volto per la più grande città economica del Paese un altro generale, e lo presenta al pubblico attraverso il suo curriculum operativo.

Non è un fatto biografico. È una proposta culturale: l’idea che l’esperienza di comando sia, di per sé, la credenziale politica migliore.

Ed è questa proposta che voglio discutere.

Milano non è un campo di battaglia

Un generale costruisce gran parte della propria carriera intorno al comando, alla disciplina, alla sicurezza, alla gestione di strutture gerarchiche e — a seconda del corpo e degli incarichi — alla preparazione di situazioni operative estremamente difficili.

Sono capacità reali e serie. Ma una città non è una caserma.

Milano non è un territorio occupato da un esercito straniero. Rogoredo non è una trincea. E l’Italia non sta combattendo una guerra contro una forza invasore che richieda di consegnare l’amministrazione delle città a chi ha comandato reparti.

Sulla parola «rastrellare»

Voglio essere preciso, perché non attribuisco a nessuno intenzioni che non ha dichiarato. Non presumo che chi la usa voglia evocare la storia che quella parola porta con sé in italiano. Mi limito a osservare una cosa che in ventotto anni di mestiere ho imparato: il lessico non è un accessorio della politica, è politica.

Una cosa è dire che lo Stato deve arrestare gli spacciatori, contrastare le bande criminali, garantire sicurezza nelle stazioni e nelle periferie, permettere a una donna di tornare a casa la sera senza paura. Su questo sono completamente d’accordo, senza sfumature. Un’altra cosa è cominciare a descrivere un quartiere della propria città con il vocabolario dell’operazione militare — perché il vocabolario, alla lunga, costruisce un modo di pensare. E quando una città diventa nel linguaggio un territorio da riconquistare, cambia anche l’idea di che cosa sia un sindaco.

Milano non è soltanto criminalità, droga e “maranza”

Vannacci ha detto che con Burgio Milano tornerà «la città della Madonnina e non dei maranza».

È qui che secondo me la politica rischia l’errore più grande.

Milano non è soltanto Rogoredo. Non è soltanto spaccio, furti, aggressioni, criminalità di strada. Milano è moda, design, università, impresa, finanza, industria, editoria, commercio, cultura, turismo, innovazione, lavoro. È una città che compete con Monaco, Barcellona, Parigi, Amsterdam — non un presidio da tenere.

Un sindaco deve certamente saper affrontare la sicurezza. Ma deve anche saper affrontare il costo delle abitazioni, il degrado delle periferie, i trasporti, l’assistenza sociale, i servizi per le famiglie, le scuole comunali, le infrastrutture, il commercio, lo sviluppo economico.

E deve saper dialogare con Regione Lombardia e con lo Stato su problemi che il Comune non può risolvere da solo. Un sindaco non governa il sistema sanitario lombardo e non decide la politica industriale italiana. Ma deve avere una visione abbastanza ampia da sedersi a un tavolo con Regione, governo, imprese, università e parti sociali, e sapere quale città vuole costruire nei prossimi dieci o vent’anni.

Questa è amministrazione. Il comando, da solo, non basta.

Fermiamo uno spacciatore. E il giorno dopo?

Proviamo a spostare la discussione. Supponiamo che Milano riesca davvero a mettere più agenti nelle strade e a ridurre drasticamente lo spaccio. Benissimo: sarebbe una notizia eccellente, e la scriverei con soddisfazione.

E il giorno dopo?

  • Come rendiamo le case accessibili ai giovani?
  • Come aiutiamo il piccolo imprenditore che non riesce più a sostenere i costi?
  • Come trasformiamo le periferie in luoghi dove una famiglia desidera vivere, invece di quartieri da cui vuole scappare?
  • Come sosteniamo le scuole comunali e rafforziamo l’assistenza sanitaria territoriale?
  • Come facciamo tornare il Made in Italy alla capacità industriale, creativa e commerciale che dagli anni Sessanta agli anni Novanta ha reso il nome dell’Italia un marchio riconosciuto in tutto il mondo?

Sono domande a cui la disciplina non risponde. Rispondono le imprese, l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture, gli investimenti, un’amministrazione efficiente e una politica economica con una visione.

La sicurezza è indispensabile. Ma la sicurezza da sola non ha mai prodotto prosperità in nessun luogo del mondo.

E poi c’è una criminalità che a Rogoredo non trovi

C’è un secondo errore che non accetto: identificare la criminalità con il ragazzo di strada, lo spacciatore, il piccolo delinquente, l’immigrato irregolare.

La criminalità che fa più danni a una grande piazza economica europea — e vale per Milano come per Francoforte, Londra o Amsterdam — si presenta spesso in altri modi.

Le forme che non si “rastrellano”

Mafie  ·  riciclaggio  ·  corruzione  ·  appalti truccati  ·  frodi fiscali  ·  criminalità finanziaria  ·  infiltrazione nell’economia legale  ·  cybercriminalità  ·  sfruttamento del lavoro

Non serve nominare nessuno per dire una cosa che le relazioni della DIA e della Banca d’Italia ripetono da anni: il danno maggiore al tessuto economico di una metropoli non arriva necessariamente dalla strada.

Per questo una politica seria della sicurezza deve andare molto oltre il concetto di rastrellamento. Deve usare intelligence, magistratura, investigazione economica, controlli finanziari, prevenzione, servizi sociali e forze dell’ordine insieme. La sicurezza di una grande città è infinitamente più sofisticata di un’operazione di ordine pubblico.

E qui, paradossalmente, il curriculum di Burgio alla Direzione investigativa antimafia sarebbe l’argomento più forte a suo favore. È curioso che chi lo ha candidato abbia scelto di raccontarlo attraverso Rogoredo.

Quello che dice la Costituzione

Costituzione italiana — Articolo 52

«L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica»

Per me il significato politico è chiarissimo. In una democrazia le Forze armate sono un’istituzione dello Stato, fondamentali per proteggerlo. Ma è l’ordinamento militare che si conforma allo spirito democratico, non il contrario.

Lo stesso principio è scritto anche altrove. Il Codice di condotta OSCE del 1994 sugli aspetti politico-militari della sicurezza — sottoscritto anche dall’Italia — stabilisce il controllo democratico delle forze armate e la loro responsabilità verso autorità politiche democraticamente legittimate.

È l’Italia in cui voglio vivere. E non è una posizione di parte: è il testo costituzionale.

Un cambio di piano: perché quel confine vale

Nota di lettura. Da qui lascio Milano e lascio i nomi: la parte che segue non riguarda né Burgio né Vannacci, e non va letta così. Riguarda i modelli istituzionali, ed è il mestiere che faccio da ventotto anni — guardare come funzionano gli Stati.

Myanmar

I militari rovesciarono il governo nel febbraio 2021. Cinque anni dopo, elezioni tenute in tre fasi tra dicembre 2025 e gennaio 2026 hanno consegnato una vittoria schiacciante al partito sostenuto dall’esercito, in un voto criticato duramente dalle Nazioni Unite e non svolto in una parte del Paese. Nel marzo 2026 Min Aung Hlaing ha lasciato la carica di capo di stato maggiore per entrare nel processo di selezione presidenziale: molti osservatori lo hanno letto come il consolidamento del controllo militare sotto un governo nominalmente civile.

Burkina Faso

Due colpi di Stato nel 2022 — a gennaio con Damiba, a settembre con Traoré. Il 29 gennaio 2026 un decreto ha dissolto tutti i partiti politici del Paese, compresi quelli che avevano sostenuto il golpe, trasferendone i beni allo Stato.

Egitto

Una storia diversa. Abdel Fattah al-Sisi era ministro della Difesa e capo delle Forze armate quando nel luglio 2013 Mohamed Morsi fu deposto; è presidente dal 2014. Gli indici internazionali di democrazia classificano oggi il sistema politico egiziano come autoritario, con un peso rilevante degli apparati militari e di sicurezza.

Algeria

Non è una giunta militare, e su questo bisogna essere precisi: ha istituzioni civili formali. Ma è documentato che l’esercito mantenga storicamente un peso molto rilevante nella vita politica del Paese.

Sono storie, culture e istituzioni profondamente diverse tra loro, e il mio punto non è che si assomiglino. È esattamente il contrario: proprio perché sono diverse, il confronto mostra quanto la distinzione tra sfera militare e sfera politica sia una conquista fragile e preziosa, in qualunque contesto.

Una precisazione, perché ci tengo: non uso l’espressione «Terzo Mondo» come sinonimo di arretratezza, e non esistono popoli politicamente inferiori. Sto confrontando architetture istituzionali, non il valore dei birmani, dei burkinabè, degli algerini o degli egiziani.

L’Italia appartiene a un’altra famiglia istituzionale — Germania, Paesi Bassi, Canada, Australia, Giappone, Stati Uniti — dove, con sistemi costituzionali diversi, vale un principio comune: il potere militare è subordinato alle istituzioni civili democratiche. È con questo livello che l’Italia deve confrontarsi.

Non temo i generali. Temo una politica che pensi di averne sempre bisogno

Voglio essere chiarissimo, perché non desidero che questo articolo venga letto come un attacco personale.

Carmelo Burgio ha pieno diritto di candidarsi. Un militare in congedo ha esattamente gli stessi diritti politici di qualsiasi altro cittadino. E potrebbe perfino rivelarsi un amministratore migliore di molti politici professionisti: non lo escludo affatto, e sarei il primo a riconoscerlo.

Quello che contesto è l’idea che un generale vada scelto perché è un generale — come se l’uniforme fosse in sé la risposta politica alla complessità di una società.

La logica che non si ferma

Oggi: problema di sicurezza, serve un generale.
Domani: problema di immigrazione, serve un generale.
Poi un’emergenza, un ministero, un commissariamento: un generale.

A un certo punto la domanda diventa inevitabile: se per ogni problema serve un generale, a che cosa serve ancora la politica?

Io non ho paura che un ex generale entri democraticamente in politica. Ho paura del giorno in cui la politica, incapace di governare, convincerà gli italiani che senza generali non si governa niente.

La domanda che farei a Burgio

Milano ha bisogno di sicurezza. Gli spacciatori vanno arrestati, i criminali perseguiti, le periferie rese vivibili. Su questo non c’è dubbio.

Ma Milano deve anche sapere dove vuole essere nel 2035. Come resta capitale della moda e del design. Come attrae investimenti. Come permette ai giovani di viverci. Come sostiene le imprese e affronta il costo delle abitazioni. Come migliora trasporti e quartieri. Come collabora con Regione e Stato su sanità e servizi sociali. Come contribuisce a rilanciare l’economia italiana.

Queste non sono missioni. Sono politica, amministrazione, economia, visione, compromesso, ascolto, capacità di tenere insieme interessi diversi.

Per questo, se Carmelo Burgio vuole diventare sindaco, non gli chiederei soltanto come intende ripulire Rogoredo.

La domanda

«Qual è la sua Milano fra dieci anni?»

Quella risposta mi interesserebbe molto di più. E c’è tutto il tempo per darla: si vota nella primavera del 2027. Venti mesi sono abbastanza per un confronto vero sui programmi, se qualcuno vuole farlo.

L’Italia non è in guerra contro un esercito invasore. Milano non deve essere conquistata. Milano deve essere amministrata.

Questo è un articolo di opinione. Le opinioni espresse sono personali dell’autore e riguardano un’impostazione politica e culturale, non la persona o l’onorabilità dei soggetti citati. Le dichiarazioni riportate sono tratte da fonti pubbliche dell’8 agosto 2026. Carmelo Burgio e Roberto Vannacci, come qualsiasi persona citata, possono esercitare il diritto di replica scrivendo alla redazione: ogni precisazione sarà pubblicata integralmente.

Leggi anche: Vannacci all’8%: cosa dicono davvero i sondaggi — Futuro Nazionale supera Forza Italia, ma il centrodestra senza Vannacci scende al 39,2%.

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