Perché Paesi Ue rimanderanno migranti in Italia non è una domanda da giuristi annoiati. È il conto che arriva dopo tre anni di porte chiuse, e arriva tutto insieme, in pieno agosto, mentre il governo era impegnato a spiegarci che finalmente in Europa comandiamo noi.
Faccio questo mestiere dal 1998. Una cosa l’ho imparata: sull’asilo le regole europee non cambiano mai per caso, e non si applicano mai soltanto quando conviene a Roma. Quello che è successo negli ultimi dieci giorni lo dimostra meglio di qualsiasi conferenza stampa.
Vi metto davanti i fatti, con le fonti ufficiali. Poi vi dico cosa ne penso. E se pensate che stia esagerando, scrivetemelo: la casella dei commenti serve a questo.
In sintesi
- Dal 12 giugno 2026 il vecchio Dublino III è sostituito dal Regolamento Ue 2024/1351: cambia il nome, resta il principio del primo Paese d’ingresso.
- Nel 2025 l’Italia ha ricevuto 24.152 richieste di ripresa in carico e ne ha accettate 85.
- Sette Paesi hanno annunciato o già avviato i trasferimenti verso l’Italia. Francia e Spagna, per ora, no.
- La Corte di giustizia dell’Ue si è pronunciata due volte. Il governo ha tirato dritto.
Perché Paesi Ue rimanderanno migranti in Italia: la regola non è mai cambiata
Partiamo dalla parola che avete letto ovunque in questi giorni: dublinanti. Non esiste in nessun testo di legge europeo. È gergo giornalistico e politico italiano, e indica una persona che ha chiesto protezione internazionale ma si trova in uno Stato diverso da quello che, secondo le regole comuni, deve esaminare la sua domanda.
Esempio concreto. Un ragazzo sbarca in Sicilia, viene identificato, gli prendono le impronte. Sei mesi dopo è ad Amburgo e chiede asilo lì. La Germania interroga Eurodac, la banca dati europea riformata dal Regolamento Ue 2024/1358, e scopre il passaggio italiano. Se nessun criterio precedente — minori non accompagnati, familiari, visti, titoli di studio — indica un altro Stato, la responsabilità resta a Roma.
Il 12 giugno 2026 il Regolamento di Dublino è andato in soffitta. Al suo posto è entrato in applicazione il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, il pilastro del nuovo Patto. Ho letto il testo: il criterio dell’ingresso irregolare è ancora lì, vivo e vegeto.
Cosa dice davvero la norma
Chi decide. Lo Stato di primo ingresso irregolare resta competente se la domanda arriva entro 20 mesi dall’attraversamento della frontiera esterna (con Dublino III erano 12). Per chi sbarca dopo un soccorso in mare il termine è di 12 mesi.
Quanto tempo c’è. Il trasferimento va eseguito, in via ordinaria, entro sei mesi.
Il dettaglio che pochi raccontano. Se quei sei mesi scadono, la responsabilità passa allo Stato che avrebbe dovuto eseguire il trasferimento. Ecco perché per tre anni non rispondere ha funzionato: bastava far scadere il cronometro.
85 su 24.152: il numero che spiega tutto il resto
Qui i numeri parlano da soli, e non sono numeri dell’opposizione: sono dati Eurostat, ripresi da tutte le agenzie.
24.152
richieste ricevute dall’Italia nel 2025: il numero più alto d’Europa
85
quelle effettivamente accettate: lo 0,35%
80.000
richieste arrivate a Roma dal dicembre 2022 alla fine del 2025
Guardate ora l’altra parte del tavolo. Nel 2025 la Germania ha inviato quasi 36 mila richieste e ha portato a termine 5.377 trasferimenti. Berlino ha applicato le regole. Noi le abbiamo archiviate.
E attenzione: tra il 2018 e il 2022, quindi anche con governi di colore diverso, in Italia erano rientrate 17.605 persone. Non è che prima il sistema fosse un paradiso. È che prima esisteva.
La circolare del 5 dicembre 2022 e due sentenze lasciate cadere
Il punto di svolta ha una data precisa. Il 5 dicembre 2022, poche settimane dopo l’insediamento del governo Meloni, il Viminale manda una circolare: sospendere temporaneamente i trasferimenti verso l’Italia per indisponibilità di posti nell’accoglienza, salvo i ricongiungimenti dei minori non accompagnati.
«Temporaneamente». Quel temporaneo è durato quasi quattro anni.
La cronologia che il governo preferisce non ricordare
5 dicembre 2022
Circolare del ministero dell’Interno: stop ai trasferimenti verso l’Italia.
Dicembre 2024
La Corte di giustizia dell’Ue (causa C-185/24) stabilisce che la sospensione unilaterale decisa da Roma non basta, da sola, a dimostrare carenze sistemiche che impediscano i trasferimenti.
5 marzo 2026
La Corte torna sul tema (causa C-458/24): uno Stato competente non può liberarsi della propria responsabilità annunciando che i trasferimenti non li accetta.
12 giugno 2026
Entra in applicazione il nuovo Patto. Roma sostiene che le pratiche vecchie siano azzerate.
Agosto 2026
Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e Irlanda applicano le regole. Vienna ha già trasferito i primi richiedenti.
Due pronunce del massimo tribunale europeo in quindici mesi. In un Paese normale sarebbero state un allarme rosso. Qui sono diventate una nota a piè di pagina.
Il boomerang: da Ceuta a Schengen, fino ai trasferimenti
Ricordate fine luglio? La crisi di Ceuta, decine di migliaia di persone ammassate alla frontiera dell’exclave spagnola, oltre ottanta morti. Una tragedia vera, gestita male da tutti.
La risposta italiana è arrivata il 1° agosto: ripristino dei controlli di frontiera su navi e aerei dalla Spagna per trenta giorni. I giornali l’hanno chiamata «sospensione di Schengen». Tecnicamente è una facoltà prevista dal Codice frontiere; politicamente era un messaggio agli elettori, in un momento in cui la destra di governo viene tallonata da Roberto Vannacci.
Undici giorni dopo Berlino annuncia che i trasferimenti verso l’Italia riprendono. Poi Berna, che ha già prenotato i primi voli. Poi Vienna, che li aveva già fatti partire. Poi Helsinki, Stoccolma, L’Aia, Dublino.
Il punto
Non puoi passare tre anni a dire che le regole europee vanno rispettate alla lettera e poi stupirti quando qualcuno le rispetta alla lettera anche con te.
Perché è successo proprio adesso? Perché il nuovo Patto ha ridato ai partner un appiglio politico pulito. Chiedere all’Italia di applicare Dublino sembrava accanimento. Chiedere di applicare un regolamento che l’Italia stessa ha negoziato e rivendicato come vittoria, no.
Cosa rischia l’Italia adesso, numeri alla mano
Nell’immediato, poco. I trasferimenti annunciati si contano sulle dita: la Germania ne ha chiesti tre, l’Austria ne ha eseguiti quattro. Il ministro Piantedosi ha parlato di polemiche sterili e ha chiarito che il governo non dirà sì in automatico, ma valuterà «singole richieste».
Nel medio periodo il problema è un altro, ed è di credibilità. La linea di Roma è che il Patto abbia fatto tabula rasa delle pratiche aperte prima del 12 giugno. Berlino la legge diversamente e sostiene che l’intesa dell’autunno 2025 dicesse un’altra cosa. Nessuno, al momento, ha dato ragione all’Italia per iscritto.
E c’è un terzo livello, quello che mi preoccupa di più: il sistema di accoglienza. Per rifiutare i trasferimenti abbiamo certificato per anni di non avere posti. È una tesi comoda finché serve a dire no, molto scomoda quando ti presenti a Bruxelles a chiedere solidarietà.
L’argomento di chi difende il governo, e va detto. Il criterio del primo ingresso scarica sui Paesi di frontiera un peso sproporzionato: chi ha 8.000 chilometri di coste non può avere gli stessi obblighi di chi confina solo con altri Stati membri. Su questo l’Italia ha ragione da vent’anni, e non è una ragione di destra o di sinistra.
Ma. Quella battaglia si vince cambiando le norme in sede di negoziato, non ignorando le sentenze. L’Italia ha negoziato per quattro anni e ha ottenuto molto di ciò che chiedeva sulle procedure di frontiera. Non ha ottenuto la cancellazione del criterio del primo ingresso. Quella firma è nostra.
La mia opinione, senza giri di parole
Uno. Il governo ha venduto il nuovo Patto come un successo italiano. Adesso scopre che dentro quel successo c’era anche il conto dei movimenti secondari. Chiamarlo tradimento europeo è disonesto: sta scritto nero su bianco nel regolamento che abbiamo votato.
Due. Ignorare due sentenze della Corte di giustizia non è fermezza, è debito. E i debiti in Europa si pagano sempre, di solito nel momento peggiore. Questo è il momento peggiore.
Tre. Nel frattempo, in mezzo a questo scambio di comunicati tra cancellerie, ci sono persone reali. Ottantacinque su ventiquattromila non sono una statistica: sono migliaia di vite in sospeso, in attesa che qualcuno decida chi deve occuparsene. Nessuno dei governi coinvolti, nemmeno quelli che oggi fanno la lezione a Roma, esce bene da questa storia.
Ecco perché Paesi Ue rimanderanno migranti in Italia, e perché continueranno a farlo: non per punire Giorgia Meloni, ma perché per la prima volta da tre anni hanno una regola nuova, appena entrata in vigore, che nessuno può liquidare come un residuo del passato.
E voi che ne pensate?
L’Italia deve applicare il regolamento e riprendersi i dublinanti, o ha ragione a resistere finché l’Europa non cambia il criterio del primo ingresso? Scrivetelo nei commenti: leggo tutto, e le obiezioni migliori finiscono nel prossimo articolo.
Fonti
Regolamento (UE) 2024/1351 e 2024/1358 (EUR-Lex) · Corte di giustizia dell’Unione europea, cause C-185/24 e C-458/24 · Dati Eurostat 2025 ripresi da ANSA e Il Sole 24 Ore · Ricostruzione della circolare del 5 dicembre 2022 in Pagella Politica · Altri approfondimenti su Dietro Le Notizie.
Leggi anche: Vannacci all’8%: cosa dicono davvero i sondaggi — perché la propaganda sull’immigrazione non spiega il costo della vita in Italia.
Fonti verificate7
- Regolamento Ue 2024/1358 — eur-lex.europa.eu
- Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione — eur-lex.europa.eu
- causa C-185/24 — infocuria.curia.europa.eu
- causa C-458/24 — infocuria.curia.europa.eu
- ANSA — ansa.it
- Il Sole 24 Ore — ilsole24ore.com
- Pagella Politica — pagellapolitica.it
Ultimo accesso alle fonti: 14 Ottobre 2026
