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Francia, il nuovo 1968 nasce nei licei?

Proteste nei licei in Francia: oltre 266mila in piazza il 6 ottobre. Non è ancora un nuovo ’68, ma una scuola che non funziona è una bomba sociale.

DiMohamed Bourbiza
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Studenti francesi protestano davanti a un liceo durante le mobilitazioni dell’ottobre 2026

Opinione · Francia

Quello che sta accadendo in Francia non è un nuovo Maggio ’68, almeno non ancora.

In breve

  • Le proteste dei liceali francesi non sono ancora un nuovo Maggio ’68: manca la saldatura con il mondo del lavoro.
  • I ragazzi non chiedono una rivoluzione, ma una scuola che funzioni: professori, lezioni regolari, edifici sicuri.
  • Il 6 ottobre oltre 266.000 persone in piazza; il governo ha aperto una consultazione nazionale fino al 23 ottobre.

La mia opinione è semplice: quello che sta accadendo in Francia non è un nuovo Maggio ’68, almeno non ancora. Ma sarebbe un errore ancora più grave liquidare questa protesta come una semplice agitazione studentesca. Nel 1968 la scintilla partì dalle università; oggi a bloccare le scuole sono soprattutto liceali, spesso minorenni, che chiedono prima di tutto una cosa molto meno rivoluzionaria: che la scuola funzioni.

È proprio questa differenza che, secondo me, rende la protesta del 2026 così importante.

Non vedo ancora una rivolta generale contro il sistema. Non vedo il livello di mobilitazione sociale che portò milioni di lavoratori francesi allo sciopero nel 1968.

Vedo però qualcosa che la politica non dovrebbe sottovalutare: ragazzi di sedici o diciassette anni che ritengono necessario bloccare il proprio liceo per ottenere attenzione su professori assenti, lezioni saltate, edifici deteriorati, classi sovraffollate e differenze sempre più evidenti tra scuole ricche e scuole fragili.

Il paragone con il 1968 è suggestivo, ma oggi è prematuro

Quando in Francia gli studenti scendono in piazza, il riferimento al Maggio 1968 viene quasi automatico. Ma credo che usare troppo facilmente quel paragone rischi di farci capire meno, non di più.

Nel 1968 il movimento nacque soprattutto nelle università, prima a Nanterre e poi alla Sorbona. Le proteste studentesche si trasformarono rapidamente in qualcosa di molto più grande quando incontrarono il mondo del lavoro e milioni di lavoratori entrarono in sciopero. Fu quello il passaggio decisivo.

Maggio 1968 e ottobre 2026 a confronto
CriterioMaggio 1968Ottobre 2026
Dove nasceUniversità (Nanterre, Sorbona)Licei
Chi protestaStudenti universitariLiceali, spesso minorenni
Cosa chiedonoUn altro modello di societàUna scuola che funzioni
Mondo del lavoroMilioni di lavoratori in scioperoPer ora insegnanti, genitori e sindacati

Oggi non siamo ancora lì. Nell’ottobre 2026 la protesta nasce soprattutto nei licei e questo, per me, è il primo elemento da osservare.

Il punto della mia opinione

Non credo che la Francia stia vivendo un nuovo 1968. Credo però che sia politicamente grave quando ragazzi minorenni ritengono che bloccare una scuola sia più efficace dei normali strumenti istituzionali per ottenere professori, lezioni regolari e strutture adeguate.

Nel 1968 molti studenti contestavano l’autorità, l’organizzazione sociale, il capitalismo e più in generale il modello di società. Oggi molti liceali francesi chiedono innanzitutto di poter studiare normalmente. Questa non è una distinzione marginale: è il centro della mia lettura.

Non chiedono una rivoluzione. Chiedono una scuola normale

Quello che mi colpisce maggiormente è la concretezza delle richieste. Gli studenti denunciano corsi che saltano perché gli insegnanti non vengono sostituiti, classi troppo numerose, edifici in cattive condizioni, giornate scolastiche pesanti e incertezza legata all’orientamento e a Parcoursup.

Per me questo rende la situazione più preoccupante, non meno. Se migliaia di ragazzi scendessero in piazza per chiedere una trasformazione radicale della società, potremmo almeno parlare di un grande conflitto ideologico. Qui invece molti chiedono servizi che dovrebbero già essere normali.

Un professore presente. Una classe che funzioni. Un edificio sicuro. Un percorso scolastico comprensibile.

Se per ottenere queste cose un ragazzo deve arrivare a bloccare il proprio liceo, significa che qualcosa nel rapporto tra cittadini e istituzioni si è già deteriorato.

La vera bomba è la disuguaglianza tra studenti

C’è poi un aspetto che, secondo me, merita ancora più attenzione della protesta stessa: non tutti gli studenti francesi partono dalle stesse condizioni.

La Francia costruisce una parte fondamentale della propria identità sulla parola Égalité. Ma quella parola perde significato se due ragazzi della stessa età ricevono opportunità educative molto diverse soltanto perché sono nati in quartieri differenti.

Un ragazzo che frequenta una scuola fragile può partire con meno ore di insegnamento, meno continuità, strutture peggiori e quindi meno possibilità. Questa disuguaglianza, se diventa permanente, prima produce sfiducia. Poi rabbia.

I 266mila manifestanti sono il primo vero campanello d’allarme

Il 6 ottobre più di 266.000 persone hanno manifestato in Francia, circa 56.000 delle quali a Parigi. Alla mobilitazione degli studenti si sono aggiunti insegnanti, genitori e organizzazioni sindacali.

La protesta in cifre

oltre 1.200Istituti coinvoltinei giorni precedenti
oltre 266.000Manifestanti6 ottobre
circa 56.000A Parigi6 ottobre

Per me questo è il passaggio da osservare con maggiore attenzione. Non il numero delle barricate. Non le immagini più spettacolari degli scontri. Bisogna guardare se la protesta riesce a uscire dai licei.

È esattamente questo che rese il 1968 qualcosa di diverso da una protesta universitaria: il momento in cui studenti e lavoratori iniziarono a muoversi contemporaneamente.

Il segnale da osservare

Fino a quando il movimento del 2026 resterà prevalentemente scolastico, parlare di un nuovo Maggio ’68 continuerà a sembrarmi esagerato. Se invece insegnanti, famiglie, sindacati e soprattutto grandi settori del mondo del lavoro dovessero entrare stabilmente nella mobilitazione, allora il discorso cambierebbe.

Sulla violenza bisogna essere chiari da entrambe le parti

Non voglio però romanticizzare questa protesta. Quando ci sono incendi, aggressioni, distruzioni o violenze, lo Stato deve intervenire. Una protesta legittima non concede a nessuno il diritto di devastare una città o aggredire altre persone.

Ma vale anche il principio contrario. Uno Stato democratico non può confondere automaticamente un ragazzo che manifesta con un criminale.

La responsabilità quindi è doppia. Il governo deve impedire un uso sproporzionato della forza. Gli studenti devono isolare chi utilizza la protesta come occasione per la violenza. Quando lo scontro diventa l’unica notizia, hanno perso sia il governo sia gli studenti.

Ascoltare non basta: servono risultati verificabili

Il governo francese ha compreso almeno una cosa: ignorare la protesta non è più possibile. Dal 5 al 23 ottobre è prevista una consultazione nazionale rivolta ai liceali e dal 7 ottobre gli istituti devono dedicare una mezza giornata al confronto con gli studenti.

La risposta del governo

  1. 5 ottobre 2026Apre la consultazione nazionaleRivolta ai liceali.
  2. 7 ottobre 2026Confronto negli istitutiMezza giornata dedicata al dialogo.
  3. 23 ottobre 2026Chiude la consultazioneRaccolta dei contributi.

Ma qui la mia posizione è molto netta: ascoltare i ragazzi è necessario, ma ormai non basta. I problemi li hanno già indicati. Adesso servono numeri, responsabilità e scadenze.

  • Quanti insegnanti mancano?
  • Quante ore di lezione vengono perse?
  • Quali scuole hanno le situazioni peggiori?
  • Quali edifici necessitano interventi urgenti?
  • Quanto costano gli interventi?
  • Chi deve realizzarli?
  • Ed entro quale data?

La mia proposta

Io pubblicherei questi dati scuola per scuola. Non una promessa generale, ma una tabella verificabile, istituto per istituto, con problema, intervento previsto, finanziamento e scadenza. Il modo migliore per ridurre la sfiducia non è chiedere ai ragazzi di fidarsi: è dare loro la possibilità di controllare se le promesse vengono mantenute.

Non basta mettere più soldi

Naturalmente servono investimenti. Ma non credo che questa crisi si risolva semplicemente annunciando qualche miliardo in più. Il problema riguarda anche come vengono utilizzate le risorse, quanto tempo passa prima di sostituire un docente, quali territori ricevono priorità, quanto pesa la burocrazia e quanto siano comprensibili i meccanismi di Parcoursup.

E soprattutto riguarda il sentimento di essere ascoltati. Una generazione può accettare anche decisioni difficili se pensa che le istituzioni siano credibili. Ma quando comincia a convincersi che nessuno ascolti finché non si blocca una scuola o non si scende in strada, il problema cambia natura.

Non è il nuovo 1968. Ed è proprio per questo che bisogna intervenire adesso

Io quindi non direi che la Francia sta vivendo un nuovo Maggio ’68. Sarebbe una semplificazione. Le rivendicazioni sono diverse. La società è diversa. Le dimensioni della mobilitazione sono ancora diverse. E soprattutto manca, almeno per ora, quella saldatura stabile tra studenti e mondo del lavoro che trasformò il 1968 in una crisi nazionale.

La mia conclusione è esattamente opposta: bisogna intervenire adesso proprio per evitare che una protesta scolastica si trasformi in qualcosa di molto più grande.

Non bisogna glorificare automaticamente chi protesta. Non bisogna tollerare la violenza. Ma non bisogna neppure commettere l’errore di pensare che tutto possa essere risolto con la polizia.

Bisogna correggere le carenze documentate, ridurre le disuguaglianze tra gli istituti, sostituire gli insegnanti assenti, rendere le decisioni trasparenti e soprattutto dimostrare che le istituzioni sono ancora capaci di rispondere prima che la rabbia esploda.

Come siamo arrivati al punto in cui ragazzi di sedici anni pensano di dover bloccare il proprio liceo per convincere lo Stato ad ascoltarli?

Se la Francia risponde seriamente a questa domanda, il paragone con il 1968 potrebbe restare soltanto un titolo giornalistico. Se invece continua a rimandarla, potrebbe scoprire troppo tardi che il problema non erano i liceali. Era non averli ascoltati quando chiedevano ancora soltanto che la scuola funzionasse.

Domande frequenti

Le proteste nei licei francesi sono un nuovo Maggio ’68?

Per ora no. Nel 1968 la protesta universitaria diventò una crisi nazionale quando milioni di lavoratori entrarono in sciopero. Nel 2026 il movimento nasce nei licei e manca ancora una saldatura stabile con il mondo del lavoro.

Che cosa chiedono i liceali francesi?

Una scuola che funzioni: insegnanti sostituiti quando mancano, classi meno affollate, edifici in buone condizioni, giornate meno pesanti e più chiarezza su orientamento e Parcoursup.

Quante persone hanno manifestato il 6 ottobre?

Oltre 266.000 in tutta la Francia, circa 56.000 a Parigi. Agli studenti si sono uniti insegnanti, genitori e organizzazioni sindacali.

Come ha risposto il governo francese?

Con una consultazione nazionale rivolta ai liceali, dal 5 al 23 ottobre, e con mezza giornata di confronto con gli studenti in ogni istituto a partire dal 7 ottobre.

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