In sintesi
- Il 16 ottobre la fotoreporter Heidi Levine è stata picchiata dai coloni ad Abu Falah, nonostante il giubbotto “PRESS”.
- Il giorno dopo, a Taybeh, uomini mascherati hanno attaccato diplomatici di Francia, Belgio e Polonia.
- Due aggressioni in due giorni durante la raccolta delle olive: non sono episodi isolati.
- Le condanne non bastano più: chi usa il terrore contro civili, giornalisti e diplomatici deve risponderne.
Ho letto la notizia dell’aggressione ai diplomatici europei a Taybeh e la mia prima reazione è stata di rabbia.
Uomini mascherati che circondano delle persone, aggrediscono chi partecipa alla raccolta delle olive, danneggiano un’auto diplomatica e lanciano pietre non stanno manifestando un’opinione politica. Stanno usando la violenza e la paura per imporre la propria volontà.
Per me, quando si agisce in questo modo contro civili, giornalisti o diplomatici, siamo davanti a metodi che hanno tutte le caratteristiche del terrorismo: intimidire, terrorizzare e costringere gli altri ad andarsene attraverso la violenza.
Due aggressioni in due giorni
E quello che mi colpisce ancora di più è che non stiamo parlando di un episodio arrivato dal nulla.
Il 16 ottobre, la fotoreporter americana Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post, è stata aggredita vicino ad Abu Falah mentre documentava le violenze durante la raccolta delle olive. Indossava un giubbotto con la scritta “PRESS” e il casco. È stata gettata a terra, presa a calci ripetutamente e derubata di macchine fotografiche e telefono. Le ferite hanno richiesto il ricovero e un intervento chirurgico.
Il giorno successivo, a Taybeh, una delegazione di diplomatici di Francia, Belgio e Polonia, arrivata per la raccolta delle olive, è stata circondata da uomini mascherati su quad: hanno preteso i documenti, lanciato pietre e sfondato il finestrino di almeno un’auto.
A questo punto diventa difficile liquidare tutto come il gesto isolato di qualche esaltato.
Criticare questi coloni non significa essere contro Israele
Io non accetto il ragionamento secondo cui criticare duramente questi coloni significhi essere contro Israele o contro gli israeliani. È esattamente il contrario: distinguere i responsabili delle violenze da un intero popolo è fondamentale.
I responsabili sono quelli che indossano una maschera, prendono un bastone, lanciano pietre, incendiano alberi o aggrediscono persone che stanno semplicemente lavorando, raccogliendo olive, facendo fotografie o svolgendo una missione diplomatica.
E vanno chiamati per quello che fanno.
“Terroristi ebrei.”
Così Heidi Levine ha chiamato i suoi aggressori dal letto d’ospedale. È la parola della vittima, non una qualificazione giudiziaria. Ma rende bene il livello di paura e violenza che racconta di aver vissuto.
Il problema dell’impunità
Le condanne, da sole, non bastano più.
Se episodi del genere continuano mentre identificazioni, arresti e condanne restano insufficienti, allora il problema non riguarda soltanto gli uomini mascherati che materialmente commettono gli attacchi. Riguarda anche la capacità — e la volontà — delle autorità israeliane di fermarli.
Per me non deve diventare una guerra di propaganda tra israeliani e palestinesi.
È una questione molto più semplice.
Chi picchia una giornalista a terra deve risponderne.
Chi attacca dei civili deve risponderne.
Chi aggredisce dei diplomatici deve risponderne.
Non importa quale bandiera abbia in tasca, quale religione professi o quale causa politica sostenga.
Questa violenza non può diventare normale
Una democrazia si misura anche dalla capacità di applicare la legge quando i responsabili appartengono al proprio campo politico, nazionale o religioso.
Io, dopo aver letto queste notizie e visto queste immagini, una cosa la penso con chiarezza: la violenza dei coloni estremisti in Cisgiordania non può essere normalizzata, giustificata o trattata come un inevitabile incidente del conflitto.
Chi usa il terrore contro persone indifese deve essere fermato.
Senza scuse. E senza doppi standard.