In sintesi
- Ad Abu Falah, vicino a Ramallah, decine di coloni mascherati hanno attaccato la raccolta delle olive e picchiato la fotoreporter del Washington Post Heidi Levine.
- Secondo i testimoni, i soldati israeliani erano sul posto e hanno lanciato lacrimogeni sui palestinesi, non sugli aggressori.
- Invece di cercare i responsabili, il governo Netanyahu ha messo in dubbio il pestaggio.
- Dietro l’attacco c’è la terra: oltre 1.600 attacchi di coloni nel 2026 e più di cento nuovi insediamenti approvati dal 2023.
Oggi su X mi è comparso un video dalla Cisgiordania. Non l’ho commentato subito: prima volevo capire se fosse vero. La conferma l’ho trovata sul Washington Post. Una sua fotogiornalista, Heidi Levine, è stata buttata a terra e presa a calci da coloni israeliani mentre documentava la raccolta delle olive.
Uomini mascherati entrano nei terreni palestinesi, bruciano gli ulivi, picchiano civili e usano la paura per cacciare la gente dalla propria terra. Io questo lo chiamo con il suo nome: terrorismo dei coloni. E dietro c’è un governo che a questo movimento ha dato spazio, potere e impunità.
Abu Falah, la mattina della raccolta
Venerdì 16 ottobre, Abu Falah, a nord-est di Ramallah. Le famiglie sono negli uliveti: è la stagione della raccolta, il momento più importante dell’anno per questi villaggi. Dalla collina dell’insediamento scendono uomini mascherati, vestiti di nero. I testimoni dell’agenzia Reuters ne contano una ottantina.
- L’attaccoPietre contro le famiglie, fuoco agli ulivi, palestinesi e giornalisti inseguiti tra i terrazzamenti.
- Heidi Levine a terraRaggiunta, buttata a terra, presa a calci e colpita con i bastoni. La rialzano solo per picchiarla ancora. Le portano via fotocamere e telefono.
- I soldatiSecondo i testimoni, i mezzi militari arrivati poco prima non fermano gli uomini mascherati. I lacrimogeni finiscono sui palestinesi.
- L’ospedaleSono i colleghi palestinesi a portarla via. Ambulanza, poi ospedale di Ramallah: una costola rotta e una mano da operare.
Heidi Levine è una fotoreporter veterana. Indossava il giubbotto con la scritta PRESS e il casco. Dal letto d’ospedale ha detto che proprio quelli potrebbero averle evitato il peggio.
Una giornalista americana è finita a terra sotto i colpi. La domanda che mi tormenta è un’altra: cosa succede quando la persona aggredita non lavora per il Washington Post e non c’è nessuno a filmare?
Il video dell’aggressione
Qui sotto il video pubblicato su X con i momenti dell’attacco. Lo pubblico perché le immagini dicono quello che le parole rendono astratto.
Guarda il video dell’aggressione ad Abu Falah su X
Avvertenza: il video contiene immagini di violenza reale.
I soldati erano lì
C’è un dettaglio che per me pesa più di tutto. Secondo il Washington Post, militari israeliani erano arrivati poco prima dell’attacco. I testimoni raccontano che i mezzi dell’esercito hanno attraversato la zona senza fermare gli uomini mascherati. E che i lacrimogeni sono stati lanciati contro i palestinesi, mentre i coloni erano ancora lì con bastoni e fionde.
L’Associated Press riporta anche un palestinese ferito dai soldati dopo l’attacco.
Non serve inventare niente, bastano i fatti. L’esercito c’era, e chi picchiava è tornato sulla collina. Questa è l’impunità in Cisgiordania. Succede ogni giorno, quasi sempre senza telecamere.
Netanyahu non può lavarsene le mani
Davanti a una giornalista ricoverata con una costola rotta, il governo Netanyahu non ha cercato chi l’ha picchiata. Ha messo in dubbio il pestaggio. Per me questo dice già tutto.
E la responsabilità politica arriva a lui. Ben-Gvir e Smotrich non si sono nominati ministri da soli: li ha voluti Benjamin Netanyahu, e sono i pilastri della coalizione che lo tiene al governo. Chi governa con loro risponde di tutto quello che succede sotto il loro controllo.
Il bersaglio vero è la terra
La raccolta delle olive non è folklore. Per migliaia di famiglie palestinesi è reddito, sopravvivenza, il legame con una terra coltivata da generazioni. Quando bruci un uliveto e picchi chi lo raccoglie, il messaggio è chiaro: andatevene.
E allora facciamoci una domanda semplice: chi sta perdendo la terra? Famiglie palestinesi che la coltivano da generazioni, i cui nonni e bisnonni sono nati e sepolti lì. E chi la prende? Coloni che si installano con la protezione dell’esercito e il via libera del governo, molti arrivati da fuori, anche dall’altra parte del mondo.
Il 5 ottobre il Washington Post ha descritto una Cisgiordania che cambia a vista d’occhio: nuovi insediamenti e avamposti, case palestinesi demolite, strade chiuse, nuove regole sulla registrazione e sull’acquisto dei terreni. Tra gennaio e agosto 2026 l’ONU ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni con feriti o danni. Migliaia di palestinesi sono stati sfollati, e gli attacchi dei coloni sono tra le cause principali.
Se una famiglia smette di andare nel suo campo per paura, quel campo è già perso. La violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti spingono nella stessa direzione. Raccontarle come due storie separate non è più credibile.
Al governo ci sono i coloni
Questa parte va detta senza giri di parole. Itamar Ben-Gvir vive a Kiryat Arba, vicino a Hebron. Bezalel Smotrich vive a Kedumim, nel nord della Cisgiordania. Sono coloni, nel senso più preciso del termine. E oggi sono ministri.
Ben-Gvir
Sicurezza nazionale- Vive nell’insediamento di Kiryat Arba
- Comanda la polizia, che opera anche in Cisgiordania
- Sanzionato nel 2025 da cinque Paesi
Smotrich
Finanze e insediamenti- Vive nell’insediamento di Kedumim
- Competenze dirette sugli insediamenti
- Sanzionato nel 2025 da cinque Paesi
Netanyahu
Primo ministro- Ha portato entrambi al governo
- Dal 2023, più di cento insediamenti approvati
- Dopo Abu Falah, ha messo in dubbio il pestaggio
Il risultato è una contraddizione enorme. Chi dovrebbe fermare la violenza dei coloni viene da quel mondo, e lavora per allargarlo.
Ben-Gvir, da Rabin al ministero
Nel 1995 Ben-Gvir aveva 19 anni. Davanti a una telecamera mostrò il fregio strappato dall’auto del primo ministro Yitzhak Rabin e disse, in sostanza: siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui. Poche settimane dopo Rabin fu assassinato da un estremista israeliano contrario agli accordi di pace con i palestinesi.
Negli anni successivi Ben-Gvir ha fatto campagna per la liberazione dell’assassino di Rabin. È stato arrestato più volte e condannato, anche per incitamento al razzismo contro gli arabi e per sostegno al Kach, il movimento di Meir Kahane messo fuori legge in Israele. Gli Stati Uniti lo avevano inserito tra le organizzazioni terroristiche straniere; quella designazione è stata revocata nel 2022.
Dopo il 7 ottobre 2023 ha lanciato un vasto programma per armare le squadre civili di sicurezza, e anche gli insediamenti in Cisgiordania hanno ricevuto armi dal governo. Nel giugno 2025 Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno sanzionato lui e Smotrich per incitamento alla violenza contro i palestinesi.
Oggi quell’uomo è ministro della Sicurezza nazionale.
Smotrich e la “rivoluzione degli insediamenti”
Smotrich è ancora più esplicito. Tra il 2013 e il 2022 Israele aveva approvato tre nuovi insediamenti. Dal 2023 il governo ne ha approvati più di cento, e ha legalizzato a posteriori avamposti costruiti violando perfino la legge israeliana.
Sul progetto E1, che può separare Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, ha detto che serve a seppellire l’idea di uno Stato palestinese. A settembre ha parlato di continuare la “rivoluzione degli insediamenti”.
Allora rimettiamo in fila i fatti. Coloni mascherati entrano nei terreni palestinesi, gli ulivi bruciano, una giornalista finisce a terra. E il ministro che gestisce gli insediamenti annuncia che l’espansione deve continuare. Davvero dobbiamo credere che le due cose non c’entrino niente?
Perché lo chiamo terrorismo
Lo so, è una parola pesante. La uso per i gruppi che usano violenza, fuoco, armi e paura contro civili per cacciarli da un territorio. Se l’obiettivo è terrorizzare, il nome è quello.
Non sono l’unico. Ad agosto l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, uno che gli insediamenti li ha sempre difesi, ha chiamato “terroristi israeliani” i coloni che assediavano le case di alcune famiglie palestinesi a Qusra.
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha ucciso civili israeliani e preso ostaggi. Lo condanno. Ma proprio per questo applico la stessa regola a tutti: se terrorizzare una famiglia israeliana è intollerabile, lo è anche terrorizzare una famiglia palestinese che raccoglie le olive. E il 7 ottobre non cancella quello che c’era prima: occupazione, insediamenti, espropri, demolizioni, checkpoint.
- Non dico che Ben-Gvir abbia ordinato l’attacco di Abu Falah: non esiste una prova.
- Non dico che le armi viste ad Abu Falah vengano dal suo programma: non è dimostrato.
- Ben-Gvir non fu collegato all’assassinio di Rabin.
- Non tutti i coloni commettono violenze. E criticare un governo, un esercito e chi picchia civili non significa attaccare gli ebrei.
Cosa resta dopo il video
Torno a Heidi Levine. Giubbotto PRESS, casco, colleghi intorno, telecamere accese. L’hanno presa a calci lo stesso. Lavora per il Washington Post, e il suo nome farà il giro del mondo.
Ma quando sparirà dalle homepage, gli ulivi di Abu Falah saranno ancora lì. I contadini dovranno decidere se tornare nei campi. I coloni vivranno sempre a pochi chilometri. E Ben-Gvir e Smotrich, finché resteranno al governo, continueranno a decidere il futuro della Cisgiordania.
Non mi basta sapere chi ha picchiato una giornalista. La domanda vera è chi ha costruito un sistema in cui i coloni più violenti sentono di avere il governo alle spalle.
Per questo non chiamo quello che ho visto “scontri”. Ho visto civili che raccoglievano olive, uomini mascherati che scendevano verso di loro e una giornalista a terra. Quando la violenza serve a decidere chi può vivere su una terra, è politica. E chi governa ne risponde.