A febbraio 2026 sono entrato da Unieuro e ho comprato i Ray-Ban Meta Gen 2 con lenti Transitions. Circa 480 euro. Li ho pagati con i miei soldi e avevo aspettative molto alte, soprattutto per una ragione: l’intelligenza artificiale.
Lo dico subito, senza girarci intorno: dopo averli usati anche in viaggio, per quello che offrono a me non valgono i circa 480 euro che ho pagato. Non dico che siano occhiali inutili e non pretendo che la mia esperienza sia uguale a quella di tutti. Ma se oggi dovessi tornare indietro, con quella cifra comprerei uno strumento capace di darmi molto più valore.
Quando li ho acquistati pensavo quasi di avere trovato una piccola miniera di intelligenza artificiale da portare davanti agli occhi. Viaggio molto e l’idea mi sembrava perfetta: tradurre una conversazione senza tirare fuori il telefono, capire un menu, ricevere informazioni mentre mi muovo e avere un assistente sempre disponibile. La realtà che ho incontrato è stata molto meno impressionante.
Li ho comprati per l’AI, non per far vedere che porto i Meta
Una delle cose che mi convince meno nel modo in cui si parla di questi occhiali è l’attenzione quasi ossessiva alla telecamera. Foto, video, social, riprese in prima persona e perfino il sospetto che chi li indossa voglia registrare gli altri di nascosto.
Io non li ho comprati per questo. Non avevo bisogno di spendere quasi 480 euro per far vedere che porto un paio di Ray-Ban Meta e certamente non li ho comprati per spiare qualcuno. Quello che mi interessava era molto più concreto: l’AI applicata alla vita reale, soprattutto durante i viaggi.
Per me il valore di un dispositivo del genere dovrebbe essere proprio questo. Se ho due mani occupate, se sono in una città che non conosco o se davanti a me c’è una persona che parla una lingua che non capisco, voglio poter chiedere aiuto all’assistente e ricevere una risposta rapidamente. Altrimenti torno al telefono, e a quel punto mi chiedo quale sia il vero vantaggio degli occhiali.
La prova in Thailandia: qui è arrivata la delusione
In Thailandia ho avuto l’occasione di provarli esattamente per lo scopo per cui li avevo comprati. Ho testato la traduzione con conversazioni vocali e menu, passando tra italiano e thailandese, inglese e thailandese e anche arabo e inglese, sia in entrata sia in uscita.
La mia esperienza è stata pessima. Non parlo di qualche imprecisione: la traduzione è lenta e spesso sbagliata. Nelle conversazioni ho aspettato minuti interi per ottenere una risposta e più di una volta la parola che mi arrivava all’orecchio non era quella giusta. Se ho davanti una persona che aspetta, qualche minuto di silenzio non è un difetto tecnico: è la fine della conversazione.
Il caso peggiore
Quasi venti minuti per tradurre il menu di un ristorante
Con il telefono in mano avrei risolto in trenta secondi.
Il menu è stato l’episodio che mi ha fatto capitolare. Ho chiesto agli occhiali di guardarlo e di dirmi che cosa c’era scritto e tra tentativi, riletture e attese ci ho messo quasi venti minuti per capire che cosa stavo ordinando. Qui è giusto precisare che non parliamo della Live Translation, pensata per le conversazioni, ma della richiesta a Meta AI di interpretare quello che la fotocamera inquadra: due funzioni diverse che nella mia esperienza mi hanno deluso entrambe.
Oggi Meta dichiara ufficialmente che la Live Translation supporta numerose lingue e descrive il servizio come traduzione della conversazione in tempo reale. È giusto precisarlo perché il software continua a cambiare e migliorare. Ma questo articolo racconta innanzitutto quello che è successo a me durante il mio utilizzo, non quello che promette una pagina pubblicitaria.
Un dettaglio tecnico che spiega molto
La documentazione Meta indica che solo sei lingue funzionano senza connessione: inglese, spagnolo, francese, italiano, portoghese e tedesco. Tutte le altre, thailandese e arabo compresi, richiedono Wi-Fi o rete mobile e sono state aggiunte in un secondo momento. In Thailandia questo si sente: ogni frase deve fare un viaggio di andata e ritorno prima di tornarmi all’orecchio, e quel viaggio è esattamente l’attesa che rende la funzione inutilizzabile in una conversazione vera.
Le cuffie da circa 20 euro che mi hanno fatto fare una domanda
Durante le mie prove è successa una cosa che per me vale più di molte schede tecniche. Ho utilizzato delle cuffie cinesi di un marchio poco conosciuto, comprate su AliExpress per circa 20 euro. Limitatamente alla traduzione in tempo reale, nella mia esperienza mi sono sembrate più pratiche e professionali dei Ray-Ban Meta.
Non sto dicendo che cuffie da 20 euro siano complessivamente migliori di un paio di smart glasses. Sarebbe un confronto senza senso: sono prodotti diversi. Sto dicendo qualcosa di molto più preciso. Una delle funzioni che per me giustificava l’acquisto degli occhiali da 480 euro mi ha soddisfatto meno di una soluzione enormemente più economica.
A quel punto mi sono fatto una domanda molto semplice: che cosa sto pagando davvero?
Meta AI è il punto che mi convince meno
Negli ultimi anni ho utilizzato ChatGPT, Claude, Gemini e DeepSeek. Non voglio trasformare questo articolo in una classifica di modelli AI e non avrebbe senso confrontarli soltanto sulla base del nome. Posso però giudicare quello che succede quando sono io a utilizzarli.
E la mia impressione è netta: Meta AI, per le esigenze che ho io, mi sembra molto meno capace degli assistenti AI che utilizzo normalmente. È proprio questo che trovo difficile da accettare in un prodotto che mette l’intelligenza artificiale al centro della propria identità.
L’hardware è interessante. Microfoni, altoparlanti, fotocamera, connessione con lo smartphone: tutto fa pensare a un dispositivo che potrebbe diventare un vero assistente personale. Ma un assistente non diventa intelligente perché lo portiamo davanti agli occhi. Conta soprattutto quello che riesce a capire e a fare.
Posso installare ChatGPT, Gemini o Claude? No
Qui voglio essere molto preciso, perché non voglio attribuire a Meta qualcosa che non è vero. Sui miei Ray-Ban Meta Gen 2 non posso semplicemente installare ChatGPT, Gemini o Claude e sceglierli come assistente principale al posto di Meta AI.
Meta mette oggi a disposizione degli sviluppatori il Wearables Device Access Toolkit. La documentazione ufficiale spiega che permette di creare applicazioni mobili capaci di utilizzare elementi degli occhiali come fotocamera, microfono e altoparlanti. Ma la stessa documentazione definisce questa fase una Developer Preview e specifica che la pubblicazione delle integrazioni agli utenti finali non è ancora disponibile.
Quindi non dirò che Meta “non ha aperto niente”, perché tecnicamente sarebbe una semplificazione. Ma dal mio punto di vista di cliente la questione è molto concreta: io ho comprato gli occhiali, ma non posso scegliere liberamente quale AI utilizzare come loro cervello principale.
Ed è qui che nasce una delle mie critiche più forti. Su uno smartphone posso scegliere tra diversi assistenti e applicazioni. Su un prodotto che viene presentato proprio come AI glasses, questa libertà per l’utente è ancora molto più limitata.
La videocamera? Per me è una funzione secondaria
Ho usato la videocamera dei Ray-Ban Meta un paio di volte mentre viaggiavo in moto a Phuket. Per una clip breve in prima persona, magari uno o due minuti, è divertente e soprattutto comoda: non devo tenere una videocamera in mano.
C’è poi un aspetto che, per chi pubblica sui social, ha un valore reale: la ripresa verticale si presta bene al consumo da smartphone e al linguaggio di Reels, Shorts e TikTok. Non è un dettaglio secondario: come ho analizzato parlando dell’ascesa dei video verticali, Shorts e Reels, questo formato è diventato uno dei principali strumenti di distribuzione e scoperta dei contenuti online. La comodità dei Ray-Ban Meta, quindi, esiste davvero; il punto è capire se quella comodità basta, da sola, a trasformarli in uno strumento video adatto alle mie esigenze.
Ma per me finisce quasi lì. Lavorando anche con fotografia, video e documentari, non considero questi occhiali uno strumento professionale per realizzare un vero lavoro video. La Gen 2 registra anche video ad alta risoluzione e sulla carta il miglioramento rispetto alla generazione precedente è evidente, ma qualità tecnica e utilità professionale non sono la stessa cosa.
Se devo realizzare immagini alle quali tengo veramente, scelgo uno strumento progettato per farlo. Dagli occhiali da quasi 480 euro io volevo soprattutto qualcos’altro: intelligenza e assistenza contestuale.
Il problema non è che non funzionano: è quanto valgono
Questa distinzione per me è fondamentale. I Ray-Ban Meta Gen 2 funzionano. Possono scattare foto, registrare video, riprodurre audio, gestire chiamate, rispondere a comandi vocali e offrire funzioni AI. La Gen 2 dichiara inoltre fino a otto ore di autonomia con uso moderato. Non sto sostenendo che Meta abbia venduto un prodotto che non fa nulla.
Sto mettendo in discussione il rapporto tra prezzo e valore reale.
Ancora oggi sul sito italiano Ray-Ban alcune configurazioni Gen 2 con lenti Transitions arrivano a circa 499 euro. Siamo quindi in una fascia di prezzo importante. A quel livello non giudico soltanto se una funzione esiste: giudico quanto cambia concretamente la mia giornata e quanto bene fa quello che mi serve.
Il mio verdetto, dopo averli comprati
Per circa 480 euro mi aspettavo un assistente AI molto più maturo. La traduzione, che era la ragione principale dell’acquisto, si è rivelata lenta e imprecisa proprio quando mi serviva davvero. Meta AI non raggiunge il livello degli assistenti che utilizzo ogni giorno e non posso scegliere liberamente ChatGPT, Gemini o Claude come AI principale degli occhiali.
Quello che funziona
- Montatura elegante, la tecnologia non si vede
- Video in prima persona comodi per clip brevi
- Audio e chiamate senza tirare fuori il telefono
Quello che non funziona
- Traduzione lenta e con errori nelle conversazioni reali
- Quasi venti minuti per farmi tradurre il menu di un ristorante
- Meta AI sotto il livello degli assistenti che uso normalmente
- Nessuna libertà di scegliere l’AI principale degli occhiali
Al prezzo che ho pagato, io non li ricomprerei.
Con 480 euro cercherei qualcosa che mi dia più valore
Ed è questa, alla fine, la mia conclusione. Se avessi nuovamente circa 480 euro da spendere in tecnologia per i miei viaggi o per il mio lavoro, oggi li destinerei a qualcosa capace di risolvere meglio un problema concreto: uno strumento dedicato alla traduzione, un dispositivo per fotografia o video, accessori professionali oppure semplicemente tecnologia che utilizzo realmente ogni giorno.
Non perché i Ray-Ban Meta siano brutti. Anzi, come occhiali sono piacevoli e l’integrazione della tecnologia in una montatura normale rimane una bella idea. Ma una bella idea non basta a giustificare qualsiasi prezzo.
La mia delusione nasce proprio dal loro potenziale
Forse sono così critico proprio perché vedo quello che questi occhiali potrebbero diventare. Immagino un dispositivo capace di tradurre veramente una conversazione mentre cammino a Bangkok o Phuket, capire quello che sto guardando, aiutarmi a orientarmi e permettermi di scegliere l’intelligenza artificiale più adatta a quello che sto facendo.
Quello sì che per me sarebbe un salto tecnologico.
Quando li ho comprati a febbraio pensavo di aver trovato quella piccola “miniera di AI” che cercavo. Dopo averli utilizzati, ho cambiato idea. Per la mia esperienza e per quello che cerco da un prodotto di questo tipo, i Ray-Ban Meta Gen 2 non meritano i circa 480 euro che ho speso.
E prima di una futura Gen 3, per convincermi a spendere di nuovo quella cifra, Meta dovrebbe mostrarmi soprattutto una cosa: non una fotocamera migliore, ma un’intelligenza artificiale molto più utile e molta più libertà di scelta per chi gli occhiali li compra davvero.
Fonti
Consulta le fonti e la documentazione
Fonti verificate3
- Meta — Come funziona Live Translation sugli AI glasses — meta.com
- Meta for Developers — Wearables Device Access Toolkit e Developer Preview — developers.meta.com
- Ray-Ban Italia — Ray-Ban Meta Wayfarer Gen 2 — ray-ban.com
Ultimo accesso alle fonti: 02 Novembre 2026

