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Tetto agli studenti stranieri: la vera emergenza è un’altra

Meloni annuncia il tetto agli studenti stranieri per classe. Ma gli alunni senza cittadinanza italiana sono l'11,6%: la vera emergenza è un'altra.

DiMohamed Bourbiza
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Giorgia Meloni durante un discorso sul tema scuola e immigrati mentre sullo sfondo studenti italiani e stranieri in classe

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Il Governo annuncia un tetto agli studenti stranieri per classe. Ma quando si decide quale problema mettere al centro del dibattito pubblico, bisognerebbe partire da una domanda semplice: quali sono oggi le difficoltà che pesano davvero sulla vita quotidiana degli italiani?

L’Italia affronta problemi concreti: costo della vita, caro energia, bollette, difficoltà delle aziende, lavoro precario, giovani che cercano opportunità all’estero, servizi pubblici sotto pressione. Non sono impressioni. Secondo l’Istat, nel 2024 vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, l’8,4% di quelle residenti, per un totale di 5,7 milioni di persone: il 9,8% di chi vive in Italia.1

C’è anche il problema della sanità pubblica. Molti cittadini aspettano mesi per una visita specialistica o un esame diagnostico, e qualcuno a un certo punto smette di provarci: sempre secondo l’Istat, nel 2024 circa un italiano su dieci ha rinunciato a visite o cure mediche, per i tempi d’attesa del servizio pubblico o per il costo del privato.2 Per persone anziane o fragili, tempi troppo lunghi possono significare vedere peggiorare la propria situazione prima di ricevere una risposta.

Il tetto agli studenti stranieri: l’annuncio della premier

In questo scenario è arrivato l’annuncio di Giorgia Meloni. Sabato 20 settembre, dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, la presidente del Consiglio ha detto che sta per arrivare in Consiglio dei ministri un provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe, insieme all’obbligo per i genitori di studenti con gravi problemi di inserimento di imparare l’italiano e al divieto di burqa e niqab a scuola.3

«Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza.»

Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, dal palco di Fenix

L’annuncio di Giorgia Meloni sul tetto agli studenti stranieri per classe, dal palco di Fenix, sabato 20 settembre 2026.

La premier non ha indicato la soglia esatta né la data del passaggio in Consiglio dei ministri. Un tetto, però, esiste già: la circolare ministeriale numero 2 dell’8 gennaio 2010, firmata dall’allora ministra Mariastella Gelmini, fissa «di norma» al 30% il limite di alunni con cittadinanza non italiana per classe, con deroghe legate alle competenze linguistiche e alle caratteristiche del territorio.3 La novità sarebbe dare a quel limite una base di legge, togliendo le deroghe.5 Ed è qui che il problema diventa concreto, perché quasi quattromila istituti quella soglia la superano: renderla inderogabile significherebbe spostare fisicamente degli alunni.

Diciamolo con chiarezza: un annuncio senza una cifra, senza una data e su una regola che esiste da sedici anni non è una riforma. È un messaggio. E il luogo scelto per pronunciarlo dice quale sia il destinatario: non il Parlamento, non una conferenza stampa, ma il palco della festa dei giovani del suo partito. Non si parlava a chi la scuola la fa funzionare ogni mattina. Si parlava a una platea.

Perché il punto è proprio quello che la presidente del Consiglio non ha detto. Non ha detto una parola sui mesi di attesa per una visita specialistica. Non ha detto una parola sulle bollette, sui salari fermi, sui ragazzi che finiscono l’università e comprano un biglietto di sola andata. Ha scelto di mettere al centro l’11,6% della popolazione scolastica come se lì stesse l’emergenza del Paese. Non ci sta.

La domanda però è inevitabile: questa è oggi la principale emergenza della scuola italiana?

I numeri

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con cittadinanza non italiana sono stati 931.323, pari all’11,6% di oltre 8 milioni di studenti.4

La quota più alta si registra nella scuola primaria, con il 13,7%, seguita dall’infanzia con il 12,7% e dalla secondaria di primo grado con il 12,6%. Alle superiori scende all’8,6%.

Il problema dell’integrazione esiste e va affrontato, soprattutto sulla conoscenza della lingua italiana. Ma una presenza che a livello nazionale resta sotto il 12% viene inseguita con una soglia per classe quasi tripla. Si legifera su un’emergenza che i numeri, da soli, non descrivono.

Resta poi una domanda pratica, che nessuno ha ancora sciolto: cosa succede nei piccoli comuni dove esiste una sola scuola? Se una classe supera il limite stabilito, i bambini dovrebbero essere trasferiti altrove? Chi li accompagna? Come fanno le famiglie dove entrambi i genitori lavorano?

La scuola dovrebbe essere il luogo dove si costruisce il futuro, non dove si creano nuove divisioni.

Quello che è successo a Centocelle

Un episodio recente avvenuto a Roma dovrebbe far riflettere. La mattina di venerdì 18 settembre, alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle, la professoressa di italiano Isabella Marsilio, 66 anni, è stata colpita con tre coltellate da un suo alunno di tredici anni, che prima le aveva spruzzato in faccia dello spray urticante. Ai carabinieri il ragazzo ha ammesso di odiarla per due debiti scolastici e di aver comprato le lame online con la carta di credito dei genitori.6

A fermarlo, sfilandogli il coltello di mano, è stato un compagno di classe originario del Congo, da un anno ospite di una casa famiglia romana. Il video ricavato dalla diretta social che l’aggressore stava trasmettendo mentre colpiva conferma nei dettagli il suo intervento.7

«Non ci ho pensato molto a intervenire, mi è come venuto naturale.»

Lo studente che ha bloccato l’aggressore

La vicenda ha avuto anche un risvolto politico, perché la professoressa aveva espresso sui social posizioni favorevoli alla cosiddetta «remigrazione». Dopo l’accaduto ha dichiarato di non aver cambiato le proprie idee, ma ha riconosciuto il valore dello studente che l’ha aiutata. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato che lo inviterà al ministero per premiarlo.7

La domanda che nessuno fa

C’è un dettaglio che dice più di molti comizi. Delle origini del ragazzo che ha impugnato il coltello non ha parlato quasi nessuno: si è parlato dei suoi debiti, della sua rabbia, della diretta trasmessa in tempo reale, della sua famiglia. Delle origini di chi lo ha fermato, invece, si è parlato in ogni titolo.

E allora la domanda va posta fino in fondo. In quella classe di terza media c’era uno studente straniero, arrivato dal Congo, che vive in una casa famiglia. È lui che si è mosso per primo, che ha bloccato il braccio armato e ha disarmato il compagno. Se quella classe fosse stata composta secondo i criteri che oggi si vogliono trasformare in legge, quel ragazzo sarebbe stato lì? E se non ci fosse stato, come sarebbe finita?

Un singolo episodio non fa una statistica, e nessuno dovrebbe costruire una legge su un fatto di cronaca. Ma vale anche il contrario: chi una legge la vuole scrivere davvero dovrebbe guardare in faccia la realtà che quella legge andrebbe a ridisegnare. Quel giorno, in quell’aula, la differenza l’ha fatta un ragazzo che, secondo una percentuale, avrebbe potuto trovarsi in un’altra classe o in un’altra scuola.

C’è una contraddizione che nessuno al Governo ha voluto affrontare. Il ministro dell’Istruzione annuncia che premierà al ministero uno studente arrivato dal Congo e ospite di una casa famiglia. La presidente del Consiglio, lo stesso fine settimana, annuncia una legge per limitare quanti studenti come lui possano stare nella stessa classe. Le due cose non stanno insieme. O quel ragazzo è un esempio per tutti, e allora non è un numero da redistribuire; oppure è una percentuale da gestire, e allora la medaglia è solo una fotografia.

Questa storia mostra una cosa semplice: la realtà delle persone è più complessa degli slogan. Un ragazzo va giudicato per quello che fa, non per le sue origini. Vale per chi ha impugnato il coltello e vale per chi lo ha fermato.

Il punto

Quando la politica parla ai giovani dovrebbe parlare soprattutto di futuro: lavoro, opportunità, scuola, ricerca, sanità e speranza. L’Italia non ha bisogno di bambini separati. Ha bisogno di una scuola più forte, di insegnanti sostenuti e di giovani preparati a vivere insieme.

Fonti verificate7 fonti
  1. I dati Istat sulla povertà assoluta in Italia nel 2024: 2,2 milioni di famiglie (8,4%) e 5,7 milioni di individui (9,8%), quote stabili rispetto al 2023. Istat, «La povertà in Italia — Anno 2024» — istat.it
  2. La rinuncia alle cure mediche per tempi d’attesa e costi: circa un italiano su dieci nel 2024, secondo i dati Istat presentati in audizione parlamentare. Un italiano su 10 ha smesso di curarsi: liste d’attesa e costi — quotidiano.net
  3. L’annuncio di Giorgia Meloni dal palco di Fenix, la circolare Gelmini del 2010 e i quasi quattromila istituti che superano già la soglia del 30%. Meloni: «Tetto agli stranieri in classe». Esiste già e in migliaia di scuole non si può applicare — ilfattoquotidiano.it
  4. I dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’anno scolastico 2024/2025: 931.323 alunni con cittadinanza non italiana, l’11,6% del totale, con la ripartizione per ordine di scuola. Scuola, quasi un milione di studenti ha cittadinanza non italiana: sono l’11,6% del totale — stranieriinitalia.it
  5. L’intenzione del Ministero di trasformare il tetto del 30% da circolare a legge vincolante, con il coordinamento degli uffici scolastici regionali. Valditara: «Il tetto del 30% di alunni stranieri diventerà legge» — orizzontescuola.it
  6. La ricostruzione dell’aggressione alla scuola media Giovanni Verga di Centocelle e la confessione del tredicenne ai carabinieri. «La odiavo e volevo punirla»: la confessione del 13enne che ha aggredito la prof — corriereadriatico.it
  7. Il racconto dello studente che ha disarmato l’aggressore, il video ricavato dalla diretta e l’annuncio del ministro Valditara. Parla lo studente che l’ha salvata: «Ho agito e basta, era la cosa giusta da fare» — leggo.it

Tutte le fonti sono state consultate e verificate il 21 settembre 2026. I numeri nel testo rimandano alla fonte corrispondente.

Cittadinanza, scuola e lavoro: la stessa domanda vale anche fuori dalle aule

Nel dibattito sugli studenti stranieri c’è un altro elemento spesso dimenticato: la parola “straniero” nella scuola indica la cittadinanza, non necessariamente la storia di una persona.

Molti ragazzi conteggiati come alunni con cittadinanza non italiana sono nati in Italia, sono cresciuti nelle nostre città, parlano italiano, frequentano scuole italiane da anni e hanno amicizie con coetanei italiani. La loro situazione non è quella di un bambino appena arrivato nel Paese senza conoscere la lingua.

Per questo la domanda dovrebbe essere: quale problema concreto si vuole risolvere? La difficoltà linguistica di alcuni studenti appena arrivati? La mancanza di strumenti per gli insegnanti? La distribuzione degli alunni nelle classi? Sono problemi diversi e richiedono risposte diverse.

C’è poi un’altra domanda sul principio generale. Se il criterio è limitare la presenza di cittadini stranieri in un determinato ambiente, perché un limite simile non viene discusso anche in altri settori dove la presenza di lavoratori stranieri è molto rilevante, come agricoltura, edilizia, assistenza e alcuni comparti industriali?

L’economia italiana da anni utilizza anche il contributo di migliaia di lavoratori stranieri. Il tema quindi non riguarda soltanto la composizione di una classe scolastica, ma il modello complessivo con cui il Paese gestisce immigrazione, lavoro e integrazione.

La questione centrale non dovrebbe essere soltanto quanti stranieri ci sono in un luogo, ma quali strumenti vengono messi in campo per far funzionare meglio quel luogo: una scuola, un’azienda, un territorio.

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