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Valditara e il 30% di studenti stranieri: io questa scuola non la voglio

Studenti stranieri a scuola: Valditara rilancia il limite del 30%. Ma dove vanno gli alunni in più? Un'opinione su scuola, diritti e priorità.

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DiMohamed Bourbiza
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Studenti stranieri a scuola: Giuseppe Valditara e il limite del 30 per cento

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In breve

Giuseppe Valditara vuole evitare classi con una presenza molto alta di studenti stranieri e ha rilanciato l’obiettivo di non superare il 30%. Io non contesto il bisogno di insegnare bene l’italiano e integrare davvero. Contesto una politica che rischia di trasformare il passaporto dei bambini in un problema amministrativo.

La domanda che faccio al ministro è semplice: quando tutte le scuole vicine sono già piene o sopra soglia, dove va il trentunesimo bambino straniero?

Prima di dividere una classe tra italiani e stranieri, vorrei che la politica spiegasse dove manda concretamente i bambini, chi organizza gli spostamenti e perché il problema dell’Italia dovrebbe essere il loro passaporto.

Il 25 agosto 2026, al Meeting di Rimini, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha detto che bisogna evitare una percentuale «elevatissima» di studenti stranieri nelle classi e puntare a una distribuzione equilibrata. Non è una frase isolata. Il 31 luglio aveva spiegato che il governo intende rivedere le disposizioni per rendere possibile la ripartizione degli studenti nelle scuole di prossimità e non superare il limite del 30%.

Valditara aggiunge anche una cosa ragionevole: non vuole mandare un ragazzo «a chilometri di distanza». Bene. È proprio qui che, secondo me, la proposta smette di essere uno slogan e deve diventare realtà. Perché la geografia delle scuole italiane non si cambia con una percentuale scritta su un foglio.

Tre domande che il 30% non risolve

1. Dove li mandi?

Se le scuole vicine hanno già raggiunto la soglia, la parola «prossimità» non crea magicamente nuovi posti.

2. Chi paga lo spostamento?

Autobus, abbonamenti, accompagnamento dei bambini piccoli e tempo delle famiglie hanno un costo reale.

3. Perché conta il passaporto?

Un ragazzo nato e cresciuto in Italia può parlare italiano perfettamente e avere comunque cittadinanza straniera.

A Bologna o a Napoli: cosa succede quando le scuole vicine sono già piene?

Prendiamo Bologna. Se in un quartiere diverse scuole hanno già una quota elevata di studenti con cittadinanza non italiana, dove viene mandato chi arriva dopo? In un altro quartiere? Dall’altra parte della città? E se anche lì i posti sono pochi?

Prendiamo poi Napoli, Palermo o un comune del Sud dove le alternative possono essere meno numerose e i collegamenti meno semplici. Se la scuola più vicina supera il limite, la famiglia deve attraversare la città ogni mattina? Deve cambiare comune? Chi accompagna un bambino della primaria? Chi paga?

Il punto, in una frase

Una percentuale può distribuire gli studenti soltanto se esistono davvero scuole, posti e trasporti con cui distribuirli.

Io non nego che concentrazioni molto alte possano creare difficoltà didattiche, soprattutto quando molti ragazzi sono appena arrivati in Italia e non conoscono ancora bene la lingua. Il Ministero ha infatti finanziato corsi di italiano e docenti dedicati agli studenti neoarrivati. Questo è un intervento concreto. Ma è diverso dal trasformare la cittadinanza in una soglia che decide come comporre una classe.

La Costituzione dice una cosa molto più semplice: la scuola è aperta a tutti

L’articolo 34 della Costituzione comincia con quattro parole che non hanno bisogno di traduzione politica: «La scuola è aperta a tutti». Non dice ai cittadini italiani. Non dice al 70% degli studenti. Dice a tutti.

Naturalmente questo non vieta allo Stato di organizzare le classi in modo razionale e di favorire l’integrazione. Ma proprio perché parliamo di un diritto fondamentale, ogni criterio che distingue i bambini sulla base della cittadinanza deve essere spiegato con estrema precisione, non con slogan.

Due bambini possono nascere nello stesso ospedale italiano, frequentare lo stesso asilo, parlare lo stesso dialetto e avere gli stessi voti. Uno possiede la cittadinanza italiana, l’altro no. Perché il secondo dovrebbe pesare dentro una percentuale che il primo non deve nemmeno conoscere?

La mia domanda al ministro

Ministro, ci dica concretamente il nome della scuola in cui deve andare il trentunesimo bambino straniero quando tutte quelle vicine hanno già raggiunto il limite.

Quando c’è da pagare tasse e contributi, la cittadinanza pesa molto meno

C’è poi un punto che nella discussione politica sento troppo poco. Il lavoratore straniero regolarmente occupato in Italia è soggetto alle regole contributive italiane. L’INPS ricorda esplicitamente il principio di parità di trattamento tra lavoratore straniero e lavoratore italiano e l’obbligo assicurativo per chi lavora nel nostro Paese.

Non esiste una busta paga in cui, semplicemente perché sei straniero, versi il 30% dei contributi dovuti. Non esiste un’IRPEF ridotta al 30% perché hai un altro passaporto. Se il reddito e le condizioni fiscali sono gli stessi, valgono le stesse regole.

Quando c’è da incassare tasse e contributi, il passaporto non conta. Perché dovrebbe diventare determinante davanti alla porta di una scuola?

Il diritto alla scuola non si compra con le tasse: deriva dalla Costituzione e dalle leggi. Ma sul piano politico la contraddizione resta evidente. Una famiglia può contribuire pienamente al sistema pubblico e vedere comunque il proprio figlio conteggiato dentro un limite legato alla cittadinanza.

E c’è un’altra asimmetria. Uno straniero può lavorare per anni, pagare imposte e contributi e non avere diritto di voto alle elezioni politiche nazionali finché non acquisisce la cittadinanza. Un cittadino italiano, invece, conserva il diritto di voto indipendentemente dal fatto che abbia un lavoro o versi contributi in quel momento. È giusto ricordarlo ogni volta che qualcuno descrive lo straniero soltanto come un costo.

La politica parla di stranieri, mentre gli italiani continuano a partire

La mia critica politica è questa: una parte della destra italiana continua a riportare il dibattito sugli stranieri più di quanto, a mio giudizio, affronti con la stessa insistenza alcuni problemi strutturali dell’Italia. Non è un dato statistico sulla quantità di parole pronunciate dai partiti. È una valutazione politica, e la rivendico come tale.

Nel 2025, secondo Istat, 109 mila cittadini italiani sono emigrati all’estero. È un dato enorme, anche se inferiore al 2024. Le destinazioni principali sono state Spagna, Germania e Svizzera. E mentre discutiamo continuamente di chi arriva, continuiamo troppo poco a domandarci perché tanti italiani se ne vadano.

C’è poi il lavoro. Istat segnala che, nonostante il recupero del 2024-2025, il potere d’acquisto delle retribuzioni nel 2025 restava inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. Per il 2026 l’Istituto prevede una crescita del PIL dello 0,7% e un’inflazione misurata dal deflatore dei consumi delle famiglie al 2,9%. Sono numeri che descrivono un Paese che cresce poco e in cui molte famiglie continuano a sentire il peso dei prezzi.

Problemi che meritano almeno la stessa attenzione

1Salari che non hanno ancora recuperato il potere d’acquisto del 2019.

2Giovani italiani che continuano a trasferirsi all’estero.

3Asili nido ancora insufficienti, soprattutto nel Mezzogiorno.

4Famiglie che aspettano anni per un alloggio pubblico o accessibile.

5Produzioni e lavorazioni italiane che in alcuni settori sono state delocalizzate all’estero.

Asili nido e case: proviamo a parlare anche della vita quotidiana

Nell’anno educativo 2023-2024 l’Italia disponeva in media di 31,6 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini. Al Sud si scendeva al 19%. Prima di discutere ossessivamente della cittadinanza dei bambini nelle classi, forse dovremmo chiederci perché in una parte del Paese una famiglia non riesce nemmeno a trovare un posto al nido.

E poi c’è la casa. Non dirò che le case popolari non esistono: sarebbe falso. Dico però una cosa che conosco anche attraverso esperienze concrete: ci sono persone che possono restare in graduatoria per moltissimi anni. Conosco personalmente un caso di domanda presentata circa quindici anni fa e ancora in attesa. È questa la vita reale di cui la politica dovrebbe occuparsi ogni giorno.

Una famiglia che aspetta una casa da quindici anni, un giovane che parte per la Germania, una madre che non trova il nido e un lavoratore che vede il proprio stipendio perdere potere d’acquisto hanno davvero come problema principale il passaporto del bambino seduto nel banco accanto?

Made in Italy: il marchio resta, ma una parte della produzione è andata fuori

Anche qui bisogna usare le parole corrette. Il Made in Italy non è scomparso. L’Italia resta una grande economia manifatturiera ed esportatrice. Ma la delocalizzazione produttiva esiste e Istat la misura.

Nel Censimento permanente delle imprese, il 2,1% delle aziende con almeno dieci addetti dichiarava di realizzare all’estero almeno una parte della produzione. Tra quelle che delocalizzavano nei Paesi emergenti, il contenimento del costo del lavoro risultava una delle motivazioni principali; per la Cina era indicato dal 47,1% delle imprese interessate. Non significa che «tutto è andato in Cina». Significa che una parte reale di fabbriche, fasi produttive, ordini e competenze è stata spostata fuori dall’Italia.

Ci preoccupiamo del passaporto di un bambino in classe mentre da anni una parte del lavoro e della produzione italiana viene spostata oltre confine.

È una scelta delle imprese, non di Valditara. Ma quando parliamo delle priorità della politica nazionale, per me questo conta molto più della nazionalità del compagno di banco di mio figlio.

Non chiamo razzista una persona: giudico discriminatoria una politica

Io posso essere durissimo con Valditara senza trasformare un’opinione in un’etichetta personale. Non ho bisogno di scrivere che il ministro «è razzista» come se fosse un fatto accertato. Mi basta dire ciò che penso delle sue parole e delle sue proposte.

La mia posizione

Considero discriminatoria e politicamente pericolosa un’impostazione che porta a contare prima di tutto quanti bambini sono italiani e quanti sono stranieri. L’integrazione si costruisce insegnando la lingua, rafforzando le scuole e sostenendo le famiglie, non trasformando la cittadinanza in un numero da non superare.

Se il problema è la conoscenza dell’italiano, misuriamo la conoscenza dell’italiano. Se il problema è la dispersione scolastica, finanziamo docenti, tutor e recupero. Se il problema sono quartieri segregati, interveniamo su casa, urbanistica e servizi. Ma se il criterio diventa semplicemente «italiano o straniero», rischiamo di confondere l’integrazione con una contabilità dei passaporti.

E continuo a chiedere alla destra che governa il Paese: quanta energia politica vogliamo ancora spendere sullo straniero, mentre gli italiani emigrano, gli stipendi devono recuperare terreno, i nidi non bastano, le graduatorie per la casa possono durare anni e una parte della produzione è stata portata fuori?

Dite la vostra

Il problema dell’Italia nel 2026 è davvero il trentunesimo bambino straniero in una classe, oppure sono salari, casa, servizi, produzione e giovani italiani che continuano ad andarsene?

Io una risposta ce l’ho già.

Nota editoriale: questo è un articolo di opinione personale. Le valutazioni riguardano dichiarazioni e scelte politiche, non l’onorabilità personale dei soggetti citati. Le fonti fattuali sono riportate nella sezione “Fonti verificate”. Giuseppe Valditara o il Ministero dell’Istruzione e del Merito possono inviare una replica documentata alla redazione, che verrà valutata secondo la politica delle correzioni e il diritto di replica del sito.

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2 Commenti

  1. Capisco il ragionamento del ministro: se in una classe arrivano molti ragazzi che non conoscono bene l’italiano, il lavoro degli insegnanti diventa più difficile. Una distribuzione più equilibrata può aiutare, purché nessun bambino venga mandato lontano da casa e il criterio tenga conto soprattutto della conoscenza della lingua, non soltanto della cittadinanza.

  2. Il limite del 30% mi convince poco. Se tutte le scuole vicine hanno già raggiunto quella soglia, dove dovrebbe andare il bambino successivo? Prima di contare italiani e stranieri servirebbero più insegnanti, corsi di italiano, trasporti e scuole con risorse sufficienti. Un ragazzo nato e cresciuto qui non dovrebbe diventare un numero solo perché non ha ancora la cittadinanza italiana.

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