Le scuse non bastano se gli impegni restano incompiuti. L’Italia ha riconosciuto le responsabilità del proprio colonialismo in Libia e nel 2008 ha firmato un Trattato che prevedeva interventi concreti. A diciotto anni da quell’accordo, la richiesta libica di fare chiarezza sui risarcimenti e sulle opere promesse è legittima. Il tempo non cancella né i crimini coloniali né le conseguenze che hanno lasciato sul territorio.
La questione torna oggi dopo una nuova presa di posizione libica sugli impegni economici assunti da Roma. Ma per capire perché questo dossier non può essere trattato come una normale controversia finanziaria bisogna partire da ciò che l’Italia fascista fece in Libia e da ciò che ancora, decenni dopo, rimane sul terreno.
Il punto
Il colonialismo italiano in Libia non è una nota a piè di pagina
L’Italia invase la Libia nel 1911. Durante la conquista e, soprattutto, sotto il fascismo, la repressione della resistenza libica fu brutale: deportazioni, campi di concentramento, esecuzioni, confisca di terre e trasferimenti forzati segnarono intere comunità.
Omar al-Mukhtar, leader della resistenza in Cirenaica, fu catturato dagli italiani e impiccato nel 1931. È diventato il simbolo di una guerra coloniale che per troppo tempo in Italia è stata raccontata in modo attenuato, quasi fosse stata una presenza amministrativa e non un’occupazione imposta con la forza.
Su questo non serve cercare un equilibrio artificiale. Una potenza coloniale occupò un altro Paese e represse chi resisteva. Le responsabilità storiche sono italiane.
Le scuse del 2008 avevano un significato preciso
Quando Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi firmarono a Bengasi il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione il 30 agosto 2008, l’Italia non stava facendo un gesto di cortesia. Stava riconoscendo una ferita storica e assumendo impegni concreti.
Il Trattato prevedeva fino a 5 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali di base da realizzare in Libia, attraverso un impegno di 250 milioni di dollari l’anno per vent’anni.
Non era un assegno consegnato direttamente al governo libico: erano opere da finanziare e realizzare secondo l’accordo. Ma proprio per questo, se quelle opere non sono state completate, la domanda libica è semplice: che cosa è stato fatto, che cosa manca e quando verrà portato a termine?
Dire che sono passati molti anni non è una risposta. Un accordo firmato tra Stati non perde il suo peso morale perché cambia il calendario.
1992, al confine tra Egitto e Libia: quello che ho visto
La testimonianza di Mohamed Bourbiza
Nel 1992 sono stato nel deserto tra l’Egitto e la Libia. Non parlo di una fotografia vista in archivio. Ho visto con i miei occhi persone che portavano ancora sul corpo le conseguenze delle mine lasciate dalla Seconda guerra mondiale.
Ricordo pastori mutilati: uomini senza un piede, senza una gamba o con danni gravissimi agli arti. In quelle zone le mine avevano ucciso anche persone che non avevano nulla a che fare con quella guerra. Pastori, famiglie, gente che attraversava il deserto decenni dopo la fine dei combattimenti.
La cosa che mi colpì di più era proprio questa: la guerra era finita da quasi mezzo secolo, ma per chi viveva lì non era finita affatto. Sotto la sabbia c’erano ancora ordigni capaci di mutilare o uccidere.
Le mine della Seconda guerra mondiale: la Libia denunciava già allora la mancanza di mappe sufficienti
Quella che vidi nel 1992 non era un’eccezione locale. La Libia portò la questione davanti alle Nazioni Unite. Nel 1995 denunciò che le informazioni disponibili non erano sufficienti per bonificare gli enormi campi minati lasciati sul proprio territorio e chiese ai Paesi responsabili di fornire mappe, assistenza tecnica e risarcimenti.
I documenti ONU dell’epoca riferiscono che durante le campagne della Seconda guerra mondiale furono disseminati in Libia milioni di ordigni esplosivi e mine. Le autorità libiche denunciarono migliaia di vittime nel dopoguerra e danni enormi all’agricoltura e alla possibilità di utilizzare intere aree del Paese.
Italia e Germania avevano fornito alcune mappe. La Libia dichiarò però davanti all’ONU che quelle informazioni erano parziali e insufficienti per affrontare il problema. È una differenza importante: dire che qualche mappa fu consegnata non significa dire che il Paese ricevette tutto ciò che serviva per localizzare e rimuovere gli ordigni.
Non tutte le mine presenti sul territorio libico furono posate dall’esercito italiano. Nel deserto combatterono eserciti dell’Asse e degli Alleati, e la responsabilità materiale va distinta caso per caso. Ma questo non cancella il ruolo dell’Italia: la Libia era una colonia italiana e fu trasformata in un campo di battaglia anche per decisioni prese a Roma durante il fascismo.
Il tempo non cancella una responsabilità
Su questo punto la posizione di DietroLeNotizie è netta: se un danno provocato da una guerra o da un’occupazione continua a produrre conseguenze sulle persone, il fatto che siano passati ottanta o cento anni non trasforma quel danno in qualcosa di irrilevante.
Vale per una mina che esplode decenni dopo. Vale per una terra che non può essere utilizzata. Vale per un accordo internazionale firmato per riconoscere e compensare le ferite del colonialismo.
Non esiste una scadenza morale oltre la quale una vittima smette di essere una vittima.
L’Italia deve rispettare fino in fondo gli impegni presi con la Libia
L’Italia ha chiesto scusa. È stato un passaggio importante. Ma una scusa senza il completamento degli impegni concordati rischia di restare soltanto una dichiarazione politica.
Per questo Roma deve rendere pubblico e comprensibile il bilancio dell’accordo del 2008: quali progetti sono stati finanziati, quali sono stati completati, quali sono rimasti bloccati e quali obblighi restano da adempiere.
E dove esistono responsabilità italiane documentate per danni di guerra, bonifica incompleta o impegni di compensazione assunti e non conclusi, l’Italia deve pagare ciò che deve e contribuire alla riparazione. Non per fare un favore alla Libia, ma perché gli accordi e le responsabilità non scompaiono con il passare delle generazioni.
La Libia non ha chiesto di essere invasa nel 1911. Non ha scelto di diventare una colonia italiana. E la popolazione civile non ha scelto di vivere, anche dopo la guerra, con mine e ordigni nascosti sotto il proprio territorio.
Su questo la memoria deve essere semplice: chi ha provocato un danno ha il dovere di riconoscerlo. E quando quel danno è ancora aperto, ha il dovere di contribuire a chiuderlo.
Su DietroLeNotizie abbiamo già ricostruito un altro capitolo del rapporto tra fascismo e Libia nell’approfondimento su Mussolini e il titolo di “Protettore dell’Islam”.
Fonte verificata
Fonti verificate1
- Nazioni Unite — Assemblea Generale, 14 dicembre 1995: mine in Libia, mappe e richiesta di risarcimenti — press.un.org
Ultimo accesso alle fonti: 02 Novembre 2026