Opinioni

Mussolini “Protettore dell’Islam”: la storia che mi inseguiva dal 1992

Mussolini Protettore dell’Islam: dal ritaglio visto in Libia nel 1992 alla Spada dell’Islam, Omar al-Mukhtar, la moschea di Roma e il Vaticano.

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Raffigurazione editoriale di Mussolini Protettore dell’Islam con la Spada dell’Islam in Libia

Opinione — di Mohamed Bourbiza

In sintesi

Il 15 settembre 1992, durante un viaggio in Libia, vidi per la prima volta un vecchio ritaglio che presentava Benito Mussolini come Ḥāmī al-Islām (spesso traslitterato Hāmī al-Islām), “Protettore dell’Islam”. Mi venne da ridere: avevo negli occhi Omar al-Mukhtar e Il leone del deserto.

Anni dopo, cercando documenti e fonti, scoprii che la storia era molto più contraddittoria di come l’avevo immaginata: Mussolini si fece presentare e si presentò politicamente come Hāmī al-Islām, “Protettore dell’Islam”, e nel 1939 volle perfino una moschea a Roma. Il Vaticano si oppose. Questo non rende Mussolini un difensore moderno della libertà religiosa: mostra quanto l’Islam fosse diventato uno strumento della politica imperiale fascista.

Nota sull’immagine di copertina: è un’elaborazione grafica editoriale. La fotografia storica autentica della cerimonia del 1937 è riprodotta più avanti nell’articolo con la relativa fonte.

Ricordo ancora la data: 15 settembre 1992. Ero in Libia, nel Gebel Nefusa, nell’ovest del Paese, ospite di un amico libico amazigh che aveva studiato con me all’Università di Baghdad, in Iraq.

A un certo punto mi mostrò un vecchio pezzo di giornale. Era malridotto, consumato dal tempo. Mi disse che era stato trovato in una piccola moschea della zona. Non ricordo oggi quale fosse il giornale e non posso trasformare quel ricordo in un documento d’archivio. Ricordo però benissimo la fotografia e soprattutto quelle parole: Mussolini, Hāmī al-Islām, Protettore dell’Islam.

Diciamo la verità: mi venne da ridere.

Nella mia testa Mussolini e “Protettore dell’Islam” erano due cose che non riuscivano a stare nella stessa frase. Poi nella conversazione entrarono i genitori e altri familiari del mio amico. Erano persone molto istruite, appassionate di storia; uno di loro era anche giornalista. Politicamente eravamo lontani: loro erano fortemente contrari a Muammar Gheddafi, mentre io, in quel periodo, avevo una posizione più favorevole. Ma tra noi c’era rispetto, e proprio per questo si poteva discutere davvero.

La domanda che mi è rimasta

Come poteva Mussolini presentarsi come “Protettore dell’Islam” dopo aver combattuto una resistenza musulmana guidata da Omar al-Mukhtar?

Nella mia testa c’era Omar al-Mukhtar

In quel momento mi passò davanti agli occhi Il leone del deserto, il film di Moustapha Akkad con Anthony Quinn. Quel film, finanziato dal governo libico di Gheddafi, amplificò enormemente un simbolo che esisteva già: Omar al-Mukhtar era diventato una figura anticoloniale e panislamica ben prima del cinema di Moustapha Akkad.

Col tempo ho imparato però a separare il cinema dalla storia. Omar al-Mukhtar non è stato inventato dal film e non è diventato importante soltanto perché Gheddafi aveva bisogno di un eroe nazionale. Le fonti storiche italiane lo indicano realmente come capo della guerriglia senussita in Cirenaica. Fu catturato nel 1931, processato e impiccato pubblicamente a Soluch.

La Treccani lo definisce un capo indipendentista che guidò la guerriglia contro l’occupazione italiana. E i fondi dell’Archivio Centrale dello Stato documentano le deportazioni e il concentramento delle popolazioni del Gebel el-Achdar decisi durante la lotta contro la sua resistenza. Quindi sì: il mito successivo ha semplificato una storia molto più complessa, ma la resistenza era reale e Omar al-Mukhtar era realmente uno dei suoi principali comandanti.

Io venivo dal Rif: per me esisteva anche Muḥammad ibn ʿAbd el-Krīm el-Khaṭṭābī

Per me, marocchino del nord e amazigh, il paragone nasceva spontaneo. Prima ancora di Omar al-Mukhtar avevo nella testa Muḥammad ibn ʿAbd el-Krīm el-Khaṭṭābī. Non voglio fare una classifica tra due uomini che combatterono guerre diverse, ma un fatto resta impressionante: da una piccola regione montuosa del nord del Marocco mise in crisi prima la Spagna e poi la Francia.

Il Ministero della Difesa spagnolo documenta come nel 1925 Francia e Spagna arrivarono a coordinare le operazioni contro la Repubblica del Rif, dopo il disastro spagnolo di Annual e l’estensione della guerra verso la zona francese. Non ho bisogno di gonfiare Muḥammad ibn ʿAbd el-Krīm el-Khaṭṭābī: questo dato basta da solo.

La sua esperienza ebbe anche un’eco internazionale. Su Ho Chi Minh e Võ Nguyên Giáp esistono testimonianze solide di ammirazione; il collegamento con Che Guevara passa anche attraverso Alberto Bayo, che aveva combattuto nel Rif e più tardi addestrò i guerriglieri cubani. Su Mao Zedong, invece, le prove di un’influenza diretta sono più deboli: preferisco lasciarlo come possibile collegamento, non come certezza.

Poi ho scoperto che la foto di Mussolini non era una bufala

Per anni quella fotografia vista in Libia mi era rimasta in testa. Nel 1997 iniziai a cercare seriamente. Allora non c’erano gli archivi digitali di oggi, non bastava digitare tre parole e aprire dieci documenti. Le ricerche costavano tempo, libri, viaggi, contatti, biblioteche.

E la prima sorpresa fu questa: la scena era vera.

Il Portale storico della Presidenza della Repubblica conserva il filmato e descrive esplicitamente il viaggio del 18 marzo 1937: Mussolini riceve la Spada dell’Islam (Sayf al-Islām) e usa l’occasione per presentarsi come difensore dell’Islam.

Quel titolo, Hāmī al-Islām, significa “Protettore dell’Islam”. Ma attenzione: non era una carica religiosa islamica universale e non significava che il mondo musulmano avesse riconosciuto Mussolini come propria autorità. Era soprattutto un titolo politico e propagandistico inserito nella strategia coloniale e mediterranea del regime.

Benito Mussolini a cavallo con la Spada dell’Islam in Libia nel 1937, con il palafreniere visibile
Benito Mussolini con la Spada dell’Islam in Libia, 1937. Fonte: Wikimedia Commons, autore sconosciuto, pubblico dominio (PD-Italy).

Guarda il filmato storico nell’Archivio della Presidenza della Repubblica

Per evitare hotlink del file TG1/RAI e rispettare la modalità di consultazione dell’archivio, il video non viene caricato direttamente da questo sito. Apri la scheda e il filmato nell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica.

La parte che mi mancava: quella spada arrivava da Firenze

Più andavo avanti con la ricerca, più quella scena perdeva l’aria del mistero e acquistava quella della regia politica. La spada che Mussolini alzò davanti ai cavalieri libici non era un’antica reliquia islamica riemersa dal deserto e nemmeno un oggetto sacro tramandato da qualche dinastia musulmana. Era una spada cerimoniale moderna, preparata per quell’evento.

E qui arriva uno dei dettagli che per me cambia completamente la fotografia: la spada viene attribuita alla ditta Picchiani e Barlacchi di Firenze, specializzata in oggetti celebrativi e lavorazioni di pregio. Il Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri scrive che fu forgiata appositamente per la cerimonia e la attribuisce, con prudenza, proprio alla ditta fiorentina.

Il dettaglio che cambia la scena

Il “Protettore dell’Islam” riceve in Libia una spada islamica che, secondo le ricostruzioni storiche, era stata preparata in Italia per quella stessa cerimonia. La scena è vera. La spontaneità, molto meno.

Chi consegnò davvero la Spada dell’Islam

La spada non arrivò dalle mani di un califfo, di un grande imam o di un’autorità religiosa riconosciuta da tutto l’Islam. Le fonti indicano Yusef Kerbisc — nelle diverse traslitterazioni compare anche come Yusuf Cherbisc o Iusuf Kerisc — un capo berbero e notabile libico vicino alla presenza coloniale italiana. Uno studio dell’Università di Pisa lo definisce esplicitamente un sostenitore della presenza italiana in Libia.

Qui è importante separare due momenti della stessa giornata. La consegna della Spada dell’Islam avvenne il 18 marzo 1937 nell’oasi di Bugara — indicata anche come Bu Grara in alcuni inventari italiani — fuori Tripoli. L’Archivio Luce conserva la fotografia di Mussolini a cavallo nella radura di Bugara mentre brandisce la spada ricevuta dai capi berberi.

Più tardi la scena cambiò completamente: Mussolini entrò a Tripoli e da un podio in Piazza Castello alzò di nuovo la spada durante il discorso rivolto ai musulmani di Tripoli e della Libia. Prima la scenografia equestre fuori città, poi il messaggio politico nel cuore urbano di Tripoli: due set diversi e due funzioni propagandistiche diverse.

In questa regia un nome non può mancare: Italo Balbo, governatore generale della Libia. Balbo fu una figura centrale nell’organizzazione del viaggio e nella politica con cui il regime cercava di costruire consenso tra i musulmani libici. La Spada dell’Islam non fu quindi un episodio isolato attorno a Mussolini: apparteneva a una strategia coloniale già costruita sul territorio.

Le fonti non coincidono perfettamente sul numero dei cavalieri: la documentazione del Ministero degli Esteri parla di circa 2.000, mentre il Notiziario Storico dei Carabinieri ne indica circa 2.600. La formulazione più corretta è quindi parlare di circa 2.000-2.600 cavalieri. In ogni caso, le fonti descrivono una cerimonia organizzata con una regia precisa, non il gesto improvviso di una folla che aveva deciso autonomamente di proclamare Mussolini difensore dell’Islam.

E Mussolini cosa disse davvero ai musulmani?

Questa è la parte che per me vale più della fotografia. Il 18 marzo 1937 Mussolini pronunciò a Tripoli il discorso Ai Mussulmani di Tripoli e della Libia. Il testo fu pubblicato nel Bollettino del Regio Ministero degli Affari Esteri, n. 3, marzo 1937, pp. 235-236. Il riferimento bibliografico che uso qui è citato e verificabile attraverso una ricerca giuridico-storica dell’Università di Catania: preferisco dirlo chiaramente, invece di far sembrare che abbia consultato direttamente un esemplare fisico del Bollettino.

Parlando della spada, Mussolini la definì “simbolo della forza e della giustizia”. Poi promise alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia pace, giustizia, benessere e “rispetto alle leggi del Profeta”, aggiungendo che l’Italia fascista voleva mostrare la propria simpatia verso l’Islam e i musulmani del mondo intero.

Queste parole per me sono decisive. Perché a quel punto non stiamo più interpretando una fotografia. È Mussolini stesso che sta parlando politicamente all’Islam. Che lo facesse per convinzione religiosa, per opportunità coloniale o per geopolitica è un’altra domanda. Ma il discorso esiste.

Quello che il documento prova

Mussolini non fu trasformato in “Protettore dell’Islam” soltanto da una didascalia propagandistica successiva. Nel 1937 usò personalmente quella politica e parlò pubblicamente di rispetto delle leggi del Profeta e di simpatia verso il mondo musulmano.

Hāmī al-Islām sì, ma non era un califfo riconosciuto dai musulmani

Qui bisogna fermarsi prima di trasformare propaganda fascista in teologia islamica. Hāmī al-Islām significa “Protettore dell’Islam”, ma non esisteva un’autorità islamica universale che avesse investito Mussolini di una carica canonica. Il titolo aveva un enorme valore simbolico e politico nella scenografia coloniale del regime, ma non rendeva Mussolini una guida religiosa dell’Islam.

Questo è importante anche per non cadere nell’errore opposto. Io posso scrivere che Mussolini si fece presentare come Hāmī al-Islām; non posso scrivere che tutti i musulmani del mondo lo riconobbero davvero come loro protettore. Sono due affermazioni completamente diverse.

Anche la fotografia era parte della battaglia

C’è poi il dettaglio del palafreniere. In una fotografia originale si vede l’uomo che tiene il cavallo di Mussolini. Nella versione propagandistica più nota quell’uomo scompare. Il filmato d’epoca, invece, permette di vedere la scena con maggiore completezza.

Per me è quasi una lezione di propaganda in una sola immagine. Non devi per forza inventare un evento che non è mai accaduto. Puoi prendere un evento reale, scegliere l’inquadratura giusta, eliminare quello che rovina il simbolo e lasciare al pubblico l’immagine del capo solo sul cavallo, con la spada al cielo. La propaganda più efficace spesso non falsifica tutto: seleziona la realtà.

Hāmī al-Islām non fu soltanto una spada: dietro c’era una politica

Se la storia finisse con una fotografia, sarebbe soltanto una curiosità. Invece il regime aveva costruito intorno all’Islam una politica molto più ampia. Il punto non era diventare “islamico”. Il punto era conquistare consenso, controllare le élite locali e presentare l’Italia come una potenza capace di parlare al mondo musulmano.

E quel messaggio non era rivolto soltanto ai libici. Dal 1934 Radio Bari trasmetteva in arabo verso il Mediterraneo e il Medio Oriente. Lo storico Arturo Marzano, nel volume Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43), ricostruisce come Roma corteggiasse i nazionalismi arabi e attaccasse politicamente Londra e Parigi, cercando di sostituirsi alla loro influenza nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Questo aiuta a capire meglio il senso di Hāmī al-Islām: la propaganda parlava anche ai musulmani che vivevano sotto influenza britannica e francese.

Il Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri ricorda che, già dal 1934, il regime avviò il recupero di infrastrutture civili e religiose islamiche danneggiate nei combattimenti. Altre fonti coeve e studi successivi documentano interventi su moschee e la volontà di presentare la Libia come una vetrina del rispetto fascista per l’Islam.

Ma sulle scuole coraniche la storia è più interessante di uno slogan. Lo studio di Mustafa Younis pubblicato su Storicamente mostra che il governo non trasformò semplicemente tutte le scuole coraniche tradizionali in scuole fasciste. Le lasciò formalmente sotto le autorità religiose e preferì esercitare un controllo indiretto. Il vero investimento politico fu un altro.

La Scuola Superiore di Cultura Islamica: religione, formazione e controllo

Il Regio decreto n. 1365 del 13 maggio 1935 istituì a Tripoli la Scuola Superiore di Cultura Islamica. Non era un dettaglio folkloristico. Il progetto prevedeva la formazione di insegnanti, giudici e mufti e utilizzava docenti arabi per le materie religiose e giuridiche, mentre l’italiano entrava nel programma come materia specifica.

E qui la politica diventa chiarissima. Lo stesso studio documenta che l’obiettivo era anche evitare che i giovani libici dovessero andare a studiare ad al-Azhar al Cairo o alla Zaytuna di Tunisi, luoghi molto più difficili da controllare per il governo coloniale italiano. In altre parole: rispettare l’Islam, sì, ma possibilmente dentro un sistema che il regime potesse sorvegliare.

La scuola non serviva soltanto a insegnare religione. Serviva a creare una futura classe dirigente: insegnanti, giudici, mufti, funzionari. E il governatore poteva revocare gli insegnanti coinvolti in attività considerate contrarie alla politica italiana. Questa è la parte che rende la formula “amico dell’Islam” troppo povera: il fascismo cercava contemporaneamente consenso e controllo.

Moschee, pellegrinaggio alla Mecca e organizzazioni fasciste musulmane

Nella politica islamica del regime entrarono anche altri strumenti. Le ricostruzioni storiche parlano di restauri o costruzioni di moschee e di iniziative collegate al pellegrinaggio alla Mecca. La stessa Farnesina, nell’inventario ufficiale degli Affari Politici 1931-1945, conserva fascicoli specificamente dedicati al “Pellegrinaggio alla Mecca”. Questo non dimostra da solo che il regime fosse filoislamico: dimostra però quanto il tema religioso fosse considerato materia politica e diplomatica.

Il 6 agosto 1935 Balbo istituì la Gioventù Araba del Littorio, destinata alla formazione politica e militare dei giovani libici; nel gennaio 1939 fu creata anche l’Associazione Musulmana del Littorio, pensata per associare notabili libici al fascismo. La ricostruzione è documentata in uno studio storico pubblicato dall’Università di Trieste. Sono dettagli che secondo me spiegano più della spada: non si trattava soltanto di fare una bella fotografia nel deserto, ma di costruire una rete politica.

E sempre nel 1939 il Regio decreto-legge n. 70 del 9 gennaio aggregò le quattro province libiche al territorio del Regno e introdusse per i libici musulmani una cittadinanza italiana speciale mantenendo lo statuto personale e successorio musulmano. Attenzione: non era uguaglianza piena con i cittadini italiani metropolitani. Era un sistema coloniale gerarchico. Ma anche questo dimostra che il regime stava cercando di costruire una forma specifica di integrazione controllata dei musulmani libici.

E mentre parlava di rispetto dell’Islam arrivavano i “Ventimila”

Questa è una delle contraddizioni che più mi colpiscono. Nel 1938, cioè mentre il regime costruiva la sua politica di consenso verso i musulmani libici, partì anche il piano di colonizzazione demografica di Italo Balbo. La Banca d’Italia ricostruisce il progetto: 20.000 coloni italiani all’anno per cinque anni; nell’autunno 1938 furono predisposti poderi e alloggi per circa 1.800 famiglie, per un totale di circa 20.000 persone.

La colonizzazione non fu un dettaglio separato dalla politica araba. Uno studio sull’archivio di Italo Balbo ricorda che quei primi coloni furono distribuiti in 1.800 poderi su circa 70.000 ettari e richiama anche la questione dei villaggi rurali destinati ai libici per compensare suoli loro sottratti. Ecco perché la formula “Protettore dell’Islam” va letta insieme a tutto il resto: propaganda religiosa, integrazione controllata e, contemporaneamente, colonizzazione della terra.

“

A questo punto la Spada dell’Islam non mi sembrava più una stranezza. Era il simbolo più spettacolare di una politica molto più grande: scuole, notabili, organizzazioni, cittadinanza speciale, moschee, propaganda e controllo.

E intanto, pochi anni prima, Omar al-Mukhtar era stato impiccato

Ed è qui che la storia diventa davvero scomoda. Perché tutto quello che ho appena raccontato convive con un altro fatto: pochi anni prima il regime aveva schiacciato militarmente la resistenza in Cirenaica, deportato popolazioni e fatto impiccare Omar al-Mukhtar nel 1931.

Per questo non accetto né la versione “Mussolini odiava semplicemente l’Islam” né quella opposta “Mussolini era amico dei musulmani”. Sono entrambe troppo facili. Il regime poteva reprimere brutalmente una resistenza musulmana quando ostacolava il dominio italiano e, pochi anni dopo, utilizzare simboli, istituzioni e notabili islamici quando servivano a consolidare quello stesso dominio.

La sorpresa più grande: Mussolini voleva una moschea a Roma

Ma la scoperta che mi colpì più di tutte arrivò dopo. Io ero cresciuto con un’idea semplice: fascismo contro Islam, Vaticano più aperto verso la religione. Poi mi trovai davanti documenti che raccontavano una situazione quasi rovesciata su un punto molto concreto.

Nel 1939 Mussolini voleva far costruire una moschea a Roma. E il Vaticano era contrario.

Qui non sto citando un post su internet. Sto parlando dei Documenti Diplomatici Italiani, la raccolta ufficiale della diplomazia italiana. Nel telegramma del 14 aprile 1939, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Bonifacio Pignatti, scrive di aver informato il cardinale segretario di Stato del “proposito del Duce di fare erigere una moschea in Roma”. La reazione di Maglione viene descritta con una parola chiarissima: “costernazione”.

Tre giorni dopo, il 17 aprile, Pignatti riferisce la risposta del Papa: la questione era già stata affrontata con Pio XI, che aveva espresso un’opinione “recisamente negativa”; il nuovo Pontefice confermava quella posizione. Nello stesso documento viene richiamato il carattere sacro di Roma previsto dal Concordato.

Documento ufficiale, aprile 1939

L’ambasciatore Pignatti comunica al Vaticano il proposito di Mussolini di far erigere una moschea a Roma. Il cardinale Maglione reagisce con “costernazione”.

Fonte: Documenti Diplomatici Italiani, Ottava serie, vol. XI, documenti 542 e 563.

Questo non significa che il Vaticano fosse “contro l’Islam” in ogni senso e in ogni epoca. Significa una cosa molto più precisa e documentabile: nel 1939 la Santa Sede era contraria alla costruzione di quella moschea a Roma. E non significa nemmeno che Mussolini fosse diventato improvvisamente un campione della libertà religiosa. La sua idea della moschea nasceva dentro una politica imperiale, non dentro la nostra idea contemporanea di pluralismo.

E poi, nel 1995, a Roma la moschea fu inaugurata davvero

La storia però non si ferma al no del 1939. Il 21 giugno 1995 venne inaugurata a Roma la grande moschea. E qui il confronto con il passato diventa ancora più interessante: durante l’udienza generale di quel giorno, Giovanni Paolo II definì l’inaugurazione un segno della libertà religiosa e disse di essere lieto che i musulmani potessero riunirsi in preghiera nella nuova moschea di Roma.

Per me questo passaggio è fondamentale. Nel 1939 il Vaticano si oppose a quella moschea; nel 1995 un altro Papa, in un’altra epoca storica e dopo il Concilio Vaticano II, salutò pubblicamente la moschea di Roma come espressione della libertà religiosa. È la prova migliore che le istituzioni, le idee politiche e i rapporti tra religioni cambiano nel tempo. Usare una sola fotografia della storia per spiegare ottant’anni significa quasi sempre sbagliare.

Ed è qui che torno a Mestre, nel 2026

Qualche giorno fa ho scritto su questo giornale un articolo sulla moschea a Mestre e sulla comunità bengalese. Ho criticato le posizioni che trasformano un luogo di culto in una battaglia identitaria e ho citato anche Matteo Salvini, Roberto Vannacci e Anna Maria Cisint.

E mentre ripensavo a quel pezzo, mi è tornato in mente il vecchio ritaglio del 1992.

Mi viene quasi da ridere, ma non perché la storia sia divertente. Mi viene da ridere per il paradosso. Oggi alcuni politici della destra più dura vengono chiamati “fascisti” dai loro avversari proprio mentre si oppongono alle moschee. E io penso al 1939: Mussolini voleva una moschea a Roma e il Vaticano non la voleva.

La provocazione mi viene spontanea: allora come li devo chiamare? Fascisti? Vaticani? È una provocazione, appunto: la storia non si può usare come un’etichetta da appiccicare alle persone di oggi. Ma proprio per questo trovo utile conoscerla. Perché distrugge quelle formule facili secondo cui “la destra è sempre stata questa”, “il fascismo pensava quello”, “il Vaticano stava sicuramente dall’altra parte”.

“

Nel 1992 risi davanti a un ritaglio che chiamava Mussolini “Protettore dell’Islam”. Oggi non rido più del documento. Rido della nostra abitudine di ridurre la storia a slogan semplici.

Quello che ho capito dopo quasi trent’anni

La mia ricerca era partita da una domanda troppo semplice: Mussolini era amico o nemico dell’Islam? Dopo quasi trent’anni di ricerca, iniziata nel 1997, penso che la domanda giusta sia un’altra: che cosa voleva ottenere Mussolini usando l’Islam?

I documenti mostrano due realtà che convivono. Il regime aveva represso una resistenza musulmana in Libia e, pochi anni dopo, cercò consenso tra le popolazioni islamiche dell’Impero e prestigio nel mondo arabo. La Spada dell’Islam, il titolo Hāmī al-Islām, le istituzioni islamiche in Libia e perfino il progetto di una moschea a Roma appartengono alla stessa politica di potere, propaganda e controllo.

Questo non assolve il colonialismo, non trasforma Mussolini in un difensore moderno dei musulmani e non trasforma il Vaticano in un nemico eterno dell’Islam. Fa una cosa più utile: mi obbliga a guardare i documenti anche quando disturbano la storia che avevo già deciso di credere. È esattamente quello che iniziò, senza che lo sapessi, davanti a quel vecchio ritaglio in Libia il 15 settembre 1992.

Sei domande che restano

Cosa significa Ḥāmī al-Islām?
Significa “Protettore dell’Islam”. Nel caso di Mussolini fu un titolo politico e propagandistico: non una carica religiosa islamica universale né un riconoscimento da parte di tutti i musulmani.
Quando e dove Mussolini ricevette la Spada dell’Islam?
Il 18 marzo 1937 nell’oasi di Bugara, fuori Tripoli. Più tardi, in Piazza Castello a Tripoli, Mussolini alzò nuovamente la spada durante il discorso rivolto ai musulmani della Libia.
Chi consegnò la Spada dell’Islam?
Le fonti indicano il notabile berbero Yusef Kerbisc, nome traslitterato anche come Yusuf Cherbisc o Iusuf Kerisc, vicino alla presenza coloniale italiana.
Mussolini voleva davvero una moschea a Roma?
Sì. I Documenti Diplomatici Italiani registrano nel 1939 il progetto di Mussolini e l’opposizione della Santa Sede. La grande moschea di Roma sarebbe stata inaugurata decenni dopo, il 21 giugno 1995, quando Giovanni Paolo II la salutò come segno della libertà religiosa.
Benito Mussolini si è autoproclamato “Protettore dell’Islam”?
Non esattamente nel senso di una vera investitura religiosa. Nel 1937 Mussolini si fece presentare politicamente come Ḥāmī al-Islām, “Protettore dell’Islam”, dentro una cerimonia organizzata dal regime in Libia. Il titolo aveva una funzione coloniale e propagandistica: non fu conferito da un’autorità islamica universale e non significò che i musulmani del mondo lo riconoscessero come loro guida.
Cosa pensava Mussolini dell’Islam?
Ridurre la risposta a “favorevole” o “contrario” sarebbe fuorviante. I documenti mostrano che Mussolini usò l’Islam soprattutto come strumento politico: promise rispetto delle leggi del Profeta, sostenne istituzioni islamiche quando servivano al consenso e alla geopolitica italiana, ma lo stesso regime aveva represso con durezza la resistenza musulmana in Cirenaica. La linea fascista fu quindi soprattutto di potere, propaganda e controllo.
Fonti verificate e documenti

Archivio storico della Presidenza della Repubblica — filmato e scheda “18 marzo 1937 – Mussolini in Libia riceve la spada dell’Islam”.

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale — inventario del Ministero della Cultura Popolare — per il viaggio del marzo 1937 registra Bu Grara, 18 marzo, ore 16:15, la consegna della Spada dell’Islam e il rientro verso Tripoli seguito da circa 2.000 cavalieri.

Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri, n. 6/2025 — ricostruzione della cerimonia, stima di circa 2.600 cavalieri, natura preparata dell’evento e attribuzione prudenziale della spada alla ditta Picchiani e Barlacchi di Firenze.

Università di Pisa — Arturo Marzano, Il fascismo e l’Islam: un rapporto sbilanciato? — Yusef Kerbisc, la funzione propagandistica della Spada dell’Islam e la politica fascista verso il mondo musulmano.

Università di Catania — studio giuridico-storico — rinvio al discorso Ai Mussulmani di Tripoli e della Libia, pubblicato nel Bollettino del R. Ministero degli Affari Esteri, n. 3, marzo 1937, pp. 235-236.

Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 28 del 3 febbraio 1939 — pubblicazione del R.D.L. 9 gennaio 1939, n. 70: aggregazione delle province libiche e cittadinanza italiana speciale per i libici musulmani.

Ministero degli Affari Esteri — Inventario Affari Politici 1931-1945 — fascicoli diplomatici dedicati anche al pellegrinaggio alla Mecca e alla politica italiana nei Paesi arabi.

Storicamente — Università di Bologna, Mustafa Younis — studio sull’istruzione religiosa nella Libia fascista, sulla Scuola Superiore di Cultura Islamica di Tripoli e sulla funzione politico-coloniale della politica islamica del regime.

Documenti Diplomatici Italiani, Ottava serie, vol. XI — documenti 542 e 563, aprile 1939: progetto di moschea a Roma e opposizione della Santa Sede.

Santa Sede — Patti Lateranensi e Concordato del 1929 — testo ufficiale richiamato nella controversia sulla moschea.

Università di Roma Tor Vergata — studio sul carattere sacro di Roma e ricostruzione del progetto di moschea, con rinvio ai DDI del 1938-1939.

Ministero della Cultura / Direzione generale Archivi — studio sulle carte dell’Archivio Centrale dello Stato relative ai deportati libici e alla lotta contro Omar al-Mukhtar.

Treccani — Omar al-Mukhtar — profilo storico della guerriglia indipendentista in Cirenaica.

Ministero della Difesa spagnolo / CESEDEN — Alhucemas 1925 e cooperazione militare tra Spagna e Francia contro il Rif.

Biblioteca Virtual de Defensa — scheda sul disastro di Annual del 1921.

Persée — Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée — riferimento all’ammirazione espressa da Ho Chi Minh e Võ Nguyên Giáp per Muḥammad ibn ʿAbd el-Krīm el-Khaṭṭābī.

Terrorism and Political Violence — studio sul rapporto tra le tattiche del Rif, Alberto Bayo e la successiva guerriglia di Che Guevara.

Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken / De Gruyter — studio sulla costruzione della memoria di Omar al-Mukhtar: documenta la sua notorietà transnazionale già dopo il 1931 e il successivo finanziamento del film Il leone del deserto da parte del regime di Gheddafi.

Archivio storico Istituto Luce — fotografia del 18 marzo 1937: Mussolini a cavallo nella radura di Bugara mentre brandisce la Spada dell’Islam.

Università di Pisa — Arturo Marzano, Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43) — trasmissioni in arabo e funzione anti-britannica e anti-francese della propaganda fascista.

Banca d’Italia — storia della presenza italiana in Libia — piano di colonizzazione demografica dei “Ventimila” del 1938, 20.000 coloni annui previsti e circa 1.800 famiglie nel primo scaglione.

Giornale di Storia — studio sull’archivio di Italo Balbo — poderi dei Ventimila, territorio agricolo e questione dei suoli sottratti alle popolazioni libiche.

Università di Trieste — studio sulla fascistizzazione coloniale — istituzione della Gioventù Araba del Littorio nel 1935 e dell’Associazione Musulmana del Littorio nel 1939.

Santa Sede — Giovanni Paolo II, Udienza generale del 21 giugno 1995 — saluto all’inaugurazione della grande moschea di Roma e richiamo alla libertà religiosa.

Wikimedia Commons — fotografia storica utilizzata nell’articolo, autore sconosciuto, pubblico dominio in Italia.

Questo è un articolo di opinione. I ricordi personali sono indicati come tali; i fatti storici sono separati dalle valutazioni dell’autore e collegati alle fonti consultate.

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