Geopolitica

Petrolio venezuelano, cosa c’è davvero dietro l’accordo con Trump

L’accordo USA-Venezuela apre l’accesso a 65 miliardi di barili. Analisi di produzione, diluenti, investimenti e possibili effetti sui prezzi.

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DiMohamed Bourbiza
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Greggio extra-pesante venezuelano cola denso da una valvola industriale

Sessantacinque miliardi di barili fanno un titolo enorme. Ma una riserva nel sottosuolo non è un barile disponibile domani sul mercato. È da qui che bisogna partire.

Ho passato le ultime ore sui numeri dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con il Venezuela, e la promessa che la Casa Bianca ha messo davanti a tutto — più sicurezza energetica, benzina più economica per gli americani — è esattamente quella che i numeri non reggono.

Partiamo da cosa è stato firmato davvero, perché nelle prime ore l’annuncio era rimasto vago e molti l’hanno raccontato per sentito dire. Il 31 agosto la Casa Bianca ha pubblicato la scheda ufficiale, e lì dentro c’è molto più di quanto sia finito nei titoli.

Le autorità venezuelane ad interim hanno concesso a una società privata, North American Blue Energy Partners, concessioni della durata di cento anni su diciassette giacimenti che contengono circa 65 miliardi di barili di riserve provate, un quinto del totale nazionale. La società è controllata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt ed è già il secondo produttore privato del Paese, con oltre 200 mila barili al giorno. L’accordo è stato firmato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth.

Cosa ottiene Washington

35% del capitale della società madre, intestato all’Office of Strategic Capital del Pentagono
Diritto di acquistare il 20% della produzione a prezzo di costo, tramite il Dipartimento di Stato
Diritto di prelazione sul restante 80%
Potere di veto sulle nomine del consiglio, che deve avere una maggioranza di cittadini statunitensi
Impegno di NABEP a investire fino a 100 miliardi di dollari e a versare circa 200 miliardi tra royalties e imposte in venticinque anni

Il dettaglio che quasi nessuno in Italia ha raccontato è come il Pentagono entra in quel capitale: attraverso penny warrant, secondo il Wall Street Journal. Tradotto, lo Stato americano prende il 35% di una compagnia petrolifera straniera senza mettere praticamente capitale. È per questo che la Casa Bianca può dire che l’operazione è «a costo zero» per il contribuente.

Il senatore democratico Jack Reed, membro anziano della commissione Forze armate, l’ha definito un palese abuso di potere e di denaro pubblico. In Venezuela gli oppositori di Delcy Rodríguez parlano di appropriazione di beni nazionali e contestano la base giuridica dell’intera operazione. Io mi fermo prima del giudizio politico e vado dove il giudizio non serve: i barili.

Riserve e produzione sono due cose diverse

Il Venezuela ha le maggiori riserve provate del pianeta, concentrate nella Fascia dell’Orinoco. È un dato vero, fa titolo, e preso da solo è profondamente ingannevole.

Le riserve misurano ciò che si può recuperare in date condizioni economiche e tecnologiche. La produzione misura quanto un sistema industriale riesce a tirare fuori ogni giorno. Confondere le due grandezze è l’errore su cui poggia l’intera comunicazione di questi giorni.

Negli anni Novanta il Venezuela produceva oltre 3 milioni di barili al giorno. Decenni di sottoinvestimenti, sanzioni, impianti lasciati marcire e fuga di competenze tecniche hanno ridotto quella capacità a poco meno di un milione: 988 mila barili al giorno a marzo 2026, secondo i dati OPEC. Caracas punta a superare 1,5 milioni nell’ambito del nuovo accordo. È un obiettivo industrialmente raggiungibile, ma nel medio periodo, non entro l’autunno.

Il vero collo di bottiglia è il diluente

Sono andato a cercare da dove esce fisicamente quel petrolio, e qui c’è il punto che in Italia non ho trovato scritto da nessuna parte.

Il greggio dell’Orinoco è extra-pesante: denso, viscoso, con un tenore di zolfo elevato. Appena estratto non entra in un oleodotto. Per muoverlo va miscelato con idrocarburi leggeri — condensati o nafta — fino a ottenere il Merey, la miscela che i compratori stranieri acquistano davvero. Senza diluente non esiste esportazione, per quanti miliardi di barili ci siano sotto terra.

Negli anni delle sanzioni quel diluente arrivava soprattutto dall’Iran: 73 mila barili al giorno di condensato nel 2022, scesi a circa 40 mila nel 2023, poi acquisti sporadici sotto i 15 mila. Oggi il quadro è cambiato, e va detto con precisione perché diverse ricostruzioni circolate in queste ore sono ferme a ieri. Il 3 febbraio 2026 il Tesoro americano ha emesso la General License 47, che autorizza espressamente l’export di diluenti statunitensi verso il Venezuela per il blending del greggio pesante. Da allora i flussi sono ripartiti: circa 75 mila barili al giorno nel 2026 secondo Argus, con rilevazioni recenti vicine ai 100 mila. A luglio il Venezuela ne ha importati circa 81 mila al giorno, in gran parte da fornitori americani.

La dipendenza strutturale non è da un Paese, è dal diluente. E il conto è spietato: secondo Argus Consulting, ogni 10 mila barili al giorno di nafta che mancano costano tra 25 e 30 mila barili di esportazioni perse. Una penalità di tre a uno.

Ecco perché l’obiettivo dei 3 milioni di barili al giorno entro il 2030 non è una questione di volontà politica: richiederebbe più del doppio del diluente che entra oggi nel Paese. Ogni barile extra-pesante si trascina dietro un barile leggero, e quel barile leggero qualcuno deve produrlo, caricarlo e spedirlo.

Perché le raffinerie americane lo vogliono davvero

C’è una ragione industriale seria dietro l’interesse di Washington, e sarebbe disonesto non riconoscerla. Diverse raffinerie della Costa del Golfo sono state progettate per lavorare greggi pesanti e hanno impianti complessi capaci di valorizzarli. Per loro il Merey non è un ripiego, è la materia prima ideale.

Questa, secondo me, è la parte concreta dell’intesa: non una trasformazione del mercato mondiale, ma la costruzione di un corridoio energetico privilegiato tra Caracas e il Golfo del Messico, con una quota destinata anche alla riserva strategica americana. È un obiettivo legittimo e razionale. Semplicemente, non è quello che è stato venduto agli elettori.

La benzina non si abbassa per decreto

Trump ha legato l’accordo alla promessa di far scendere il prezzo alla pompa. È una frase politicamente potentissima ed economicamente fragile.

Il prezzo della benzina dipende dal greggio internazionale, dalla capacità di raffinazione, dalle scorte, dalla logistica, dalla domanda stagionale. E nel 2026 il mercato è stato travolto da tutt’altro: la guerra con l’Iran e la paralisi delle forniture mediorientali.

Lo shock che ha davvero mosso i prezzi

Fine febbraio 2026 — Brent a 71 dollari
Marzo 2026 — rialzo del 59%, il più forte mese da quando esistono i futures sul greggio, nel 1988
1 aprile 2026 — Brent a 103,72 dollari
18 maggio 2026 — Brent a 105,29 dollari

In un mercato che ha perso volumi di quella dimensione, qualche centinaio di migliaia di barili venezuelani in più conta, ma non determina il prezzo mondiale. E il Venezuela non è una novità nelle statistiche americane: figura già da mesi tra i primi fornitori di greggio agli Stati Uniti. I flussi ci sono già. Quello che manca è la crescita, e la crescita ha i tempi dell’industria.

Il conto che nessuno ha ancora pagato

Sono andato a leggermi anche le carte vecchie, perché è lì che si capisce quanto rischia chi dovrebbe investire.

Nel 2007 Hugo Chávez costrinse le compagnie straniere in posizione di minoranza dentro joint venture a controllo statale: Chevron trattò e restò, ExxonMobil e ConocoPhillips uscirono e andarono in arbitrato. Nel 2019 un collegio ICSID condannò il Venezuela a pagare a ConocoPhillips circa 8,5 miliardi di dollari più interessi, e nel gennaio 2025 il tentativo venezuelano di annullare il lodo è stato respinto. Quel debito è ancora lì.

Tradotto per chi deve firmare: dovresti mettere miliardi freschi in un Paese che ti deve ancora quelli vecchi, con sentenze esecutive che altri creditori potrebbero far valere sui tuoi barili. Non stupisce che diverse compagnie stiano guardando senza muoversi.

Due mesi al voto, e la geologia non vota

L’annuncio arriva a poco più di due mesi dalle elezioni di metà mandato. Non dimostra che l’accordo sia stato costruito per ragioni elettorali, e non lo scriverò. Ma obbliga a distinguere due orologi che vanno a velocità diverse.

Quello della politica è istantaneo: un post cambia il dibattito in un’ora e i mercati reagiscono ai titoli prima che si muova un barile. Quello dell’industria è lento: riattivare pozzi, riparare infrastrutture, garantire diluente, portare volumi nuovi ai terminali richiede mesi o anni. Chi promette che il petrolio venezuelano abbasserà la benzina prima del voto sta vendendo il primo orologio spacciandolo per il secondo.

E poi c’è come ci siamo arrivati

Nel gennaio 2026 un’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, trasferito negli Stati Uniti con accuse di narcoterrorismo. Al suo posto è subentrata Delcy Rodríguez. È con la sua amministrazione ad interim che Washington ha negoziato l’assetto petrolifero di questi giorni.

Sette mesi tra la cattura di un capo di Stato e la concessione secolare di un quinto delle riserve nazionali a una società partecipata dal ministero della Difesa del Paese che lo ha catturato.

Non aggiungo aggettivi: bastano le due date una sotto l’altra. Il dibattito sulla sovranità venezuelana e sulla legittimità delle concessioni non si liquida né con la retorica del «più grande accordo della storia» né con una lettura puramente ideologica. Si segue con i contratti alla mano.

La misura saranno i barili, non gli annunci

Tre cose sono vere insieme. Il Venezuela ha davvero una quantità eccezionale di petrolio. Gli Stati Uniti hanno davvero un interesse strategico a riportarne una parte stabile verso le proprie raffinerie. E un programma di investimenti su larga scala potrebbe davvero far crescere quella produzione.

Nessuna delle tre autorizza a dire che 65 miliardi di barili siano improvvisamente disponibili, o che possano far scendere il prezzo della benzina entro novembre.

In ventotto anni di giornalismo ho imparato a diffidare dei numeri grandi annunciati al momento giusto. Il dato che conta non è quello scritto nel comunicato: è quello che potremo verificare nei prossimi mesi. Quanti investimenti verranno versati davvero, quanti pozzi torneranno operativi, quanta nafta entrerà nel Paese, quanti barili usciranno dai terminali.

È lì che finisce la comunicazione politica e comincia il bilancio dell’accordo. Nel petrolio le riserve impressionano. Ma è la produzione a raccontare la verità.

Fonti verificate2
  1. la scheda ufficiale — whitehouse.gov
  2. dati OPEC — opec.org

Ultimo accesso alle fonti: 02 Novembre 2026

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