Geopolitica

Lettera aperta a Mohammed VI: 80 mila marocchini in fuga e i morti di Ceuta

Ottantamila marocchini hanno tentato di entrare a Ceuta in 48 ore, decine sono morti. Lettera aperta al re Mohammed VI su frontiere, stadi e ospedali.

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DiMohamed Bourbiza
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Mohammed VI e la crisi di Ceuta con migliaia di marocchini in fuga verso la frontiera

Il 30 e il 31 luglio 2026 circa ottantamila persone hanno attraversato la frontiera di Ceuta. Il conteggio ufficiale delle vittime si è fermato a poco più di settanta; l’Associazione marocchina per i diritti umani parla di oltre centotrenta morti e decine di dispersi. Questa lettera aperta a Mohammed VI pone al sovrano le domande che nessun quotidiano di Rabat gli rivolgerà.

di Mohamed Bourbiza — giornalista dal 1998, direttore di Euro News Agency

In sintesi

  • I numeri: il 30 e 31 luglio 2026 circa 80 mila persone hanno attraversato la frontiera di Ceuta; oltre 73 mila sono poi rientrate in Marocco.
  • Le vittime: il bilancio varia a seconda delle fonti: poco più di 70 secondo fonti di sicurezza citate dall’Efe, oltre 130 secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani, con dispersi ancora segnalati.
  • La domanda centrale: la lettera chiede chi abbia ordinato o consentito l’allentamento dei controlli alla frontiera nord del Marocco e perché.
  • Il contesto: l’articolo collega la crisi anche a disoccupazione giovanile, servizi pubblici, spesa sociale e priorità di investimento dello Stato marocchino.
  • Ciò che resta incerto: le possibili motivazioni geopolitiche vengono presentate come ipotesi, non come fatti accertati; la richiesta finale è un’inchiesta indipendente sui morti e sugli ordini impartiti alla frontiera.

Signor Mohammed VI,

non Le scrivo come suddito. Le scrivo come cittadino marocchino, figlio di un patriota e nipote di un patriota: uomini che hanno combattuto l’occupazione francese e quella spagnola, che hanno difeso l’onore dei marocchini e la libertà di questa terra. Senza di loro, e senza le migliaia come loro, su quel trono non ci sarebbe oggi un Alawita: ci sarebbe un residente generale francese, un governatore spagnolo, o un marocchino nominato da loro.

Ma non intendo commerciare in morti. Mio padre e mio nonno non hanno combattuto per darmi un titolo da esibire in una lettera. Hanno combattuto perché nessun marocchino dovesse più chiedere il permesso a uno straniero per vivere nella propria terra. Metto quindi da parte la genealogia e Le pongo la domanda che milioni di marocchini si stanno facendo in privato.

Chi ha dato l’ordine di abbassare la guardia alla frontiera di Ceuta?

Il 30 e il 31 luglio, in poche ore, decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine di Ceuta: a nuoto attorno ai frangiflutti di Tarajal e Benzú, a piedi lungo la barriera, scavalcando. Le stime convergono su circa ottantamila attraversamenti, seguiti da oltre settantatremila rientri forzati o spontanei. Il ministero dell’Interno spagnolo ha contato decine di corpi recuperati sui due lati della costa; l’Associazione marocchina per i diritti umani parla di oltre centotrenta vittime e di decine di dispersi. Fra chi è arrivato c’erano donne incinte, anziani, persone con disabilità, e circa settemila minori.

Il Suo governo ha parlato di reti di trafficanti e di voci false circolate sui social network. Nessuna delle due spiegazioni regge alla prova più semplice: le mafie operano sulle rotte marittime lunghe e non producono colonne umane di cinque chilometri a Castillejos in pieno giorno; e una voce su TikTok non disarma la Gendarmeria Reale, che quella frontiera presidia con un’efficienza che l’Europa paga e loda da vent’anni.

Il precedente lo conosciamo tutti. Maggio 2021: la Spagna accoglie in ospedale Brahim Ghali, i controlli marocchini si allentano, ottomila persone entrano a Ceuta. Marzo 2022: Pedro Sánchez scrive a Lei personalmente, e per la prima volta Madrid definisce il piano di autonomia marocchino la base «più seria, realistica e credibile» per il Sahara Occidentale. La sequenza — pressione, crisi, concessione — non fu ambigua allora e non è ambigua oggi.

Perché adesso: quattro ipotesi e una sola sostanza

Sul perché la crisi sia esplosa in questo momento la stampa internazionale avanza più letture, e sarebbe disonesto presentarne una sola come accertata. Alcuni analisti indicano la visita di Sánchez ad Algeri, dieci giorni prima. Altri il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale deciso a dicembre dall’amministrazione statunitense, che avrebbe spinto Rabat a esigere lo stesso passo da Madrid. Altri leggono la crisi dentro l’asse Rabat-Washington-Tel Aviv, e la collegano alla pressione su un governo spagnolo che in Europa chiede sanzioni contro Israele e che ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Altri ancora citano la gestione dello spazio aereo sahariano. Non ho i documenti per stabilire quale sia la ragione vera, e non li ha nemmeno chi scrive con più sicurezza di me.

Ma la scelta fra queste ipotesi è, alla fine, un dettaglio. Perché in ognuna di esse la sostanza è identica: giovani marocchini sono stati lasciati entrare in mare per rafforzare una posizione negoziale. Se anche fosse stato solo un cedimento organizzativo, resterebbe la responsabilità politica di chi comanda le forze armate e la sicurezza del Regno. E se non fosse stato un cedimento, allora abbiamo visto trasformare i nostri figli in argomento diplomatico e le loro bare in nota a piè di pagina.

Dove sono finite le risorse del Paese

Nei Suoi discorsi ha chiesto più volte dove finiscano le ricchezze del Paese, e ha invitato il governo a non far competere i grandi progetti nazionali con i programmi sociali. È una domanda giusta. Ma non può essere posta dall’alto come se il vertice dello Stato fosse spettatore dei propri conti.

Guardiamo dove va il denaro. Uno stadio Hassan II da circa mezzo miliardo di euro, destinato a essere il più grande del mondo. L’alta velocità Kenitra-Marrakech. La Coppa d’Africa 2026 e i Mondiali 2030. Un accordo militare decennale con gli Stati Uniti che vale quasi un miliardo di dollari in missili, elicotteri e caccia. E dall’altra parte: sanità e istruzione insieme sotto il 9% del PIL, ammesso dalla Sua stessa ministra dell’Economia a margine delle riunioni del Fondo monetario internazionale; disoccupazione giovanile intorno al 37% nella fascia 15-24 anni, in un Paese dove più della metà della popolazione ha meno di trentacinque anni; donne che muoiono di parto negli ospedali pubblici di Agadir; un primo ministro imprenditore con un patrimonio personale stimato in 1,6 miliardi di dollari, mai sfiorato da un’indagine.

Lo scorso autunno i ragazzi di GenZ 212 sono usciti in piazza con uno slogan che vale più di ogni editoriale: gli stadi ci sono, ma dove sono gli ospedali? Non chiedevano un altro regime. Chiedevano un ospedale, una scuola, un lavoro. La risposta è arrivata in due tempi: tre manifestanti uccisi dalla polizia ad Agadir e centinaia di arresti; poi, a freddo, un aumento del bilancio sociale del 16%. Il movimento si è dissolto sotto la repressione. Nove mesi più tardi, alcuni di quegli stessi ragazzi erano in acqua davanti a Ceuta.

Chi non riesce a far restare i propri giovani con un ospedale, li perde in mare. E chi li perde in mare mentre inaugura stadi ha già risposto pubblicamente alla domanda su dove siano finite le risorse del Paese.

Fnideq, lo stesso specchio d’acqua

Nell’estate del 2025 Lei è stato filmato, e le immagini hanno fatto il giro dei social marocchini, mentre andava in jet ski lungo la costa di Tetouan: a Cabo Negro, a M’diq e a Fnideq. Con Lei c’erano il principe ereditario Moulay El Hassan — l’uomo che un giorno regnerà su di noi — e la principessa Lalla Khadija. Nessun protocollo, nessuna scorta visibile, in mezzo ai bagnanti. Molti marocchini commentarono con orgoglio quella semplicità, e io non ho intenzione di rimproverare a un padre un pomeriggio con i suoi figli.

Ma Fnideq non è un dettaglio geografico neutro. Fnideq è la città da cui, la notte del 30 luglio 2026, migliaia di ragazzi marocchini si sono buttati in acqua per raggiungere Ceuta. È lì che la Gendarmeria ha arrestato chi tentava di passare. È a pochi chilometri da Castillejos, dove si è formata la colonna umana di cinque chilometri. È lo stesso specchio d’acqua.

Un’estate prima, quel mare portava il jet ski del Re e di suo figlio. Un’estate dopo, restituiva alla riva i figli di altre madri. Il tratto di costa è identico. Cambia soltanto chi vi galleggia e chi vi affonda — e questa non è una metafora costruita a tavolino: è una coincidenza di coordinate che qualsiasi marocchino con una mappa può verificare.

Ottantamila cittadini hanno tentato di lasciare il Marocco in quarantotto ore. Non è una crisi migratoria: è un referendum, e il risultato è pubblico.

Le madri che nessuno a Rabat nominerà

In questi giorni, nelle case di Fnideq, di Tetouan, di Casablanca, di Beni Mellal, di Agadir, ci sono madri marocchine che piangono. Non piangono un’astrazione statistica: piangono un figlio uscito di casa il 30 luglio dicendo che tornava, e che non è tornato. Sa che cosa significa, in una famiglia marocchina, non poter lavare il proprio morto, non poterlo avvolgere nel lenzuolo bianco, non poterlo seppellire prima del tramonto? Significa che il lutto non si chiude mai. Resta aperto come una porta che nessuno può richiudere.

E per molte di quelle madri non c’è nemmeno un corpo. Il conteggio ufficiale si è fermato a poco più di settanta vittime; l’Associazione marocchina per i diritti umani parla di oltre centotrenta morti e di decine di dispersi. Quella differenza — quelle decine di nomi che stanno in un elenco e non in una tomba — sono madri che aspettano ancora una telefonata. Alcune la aspetteranno per anni. Altre moriranno aspettandola.

Queste donne non hanno chiesto niente allo Stato marocchino se non ciò che uno Stato deve: che i loro figli avessero una ragione per restare. Non l’hanno avuta. E adesso non hanno nemmeno il diritto di sapere come sono morti, né chi ha aperto quel varco, né perché nessuno li abbia fermati mentre entravano in acqua a migliaia in pieno giorno, sotto gli occhi di una gendarmeria che quel litorale conosce metro per metro.

Sono figlio e nipote di uomini che hanno combattuto perché nessuna madre marocchina dovesse piangere un figlio ucciso per una convenienza altrui. Settant’anni dopo, quelle madri piangono di nuovo. Non per una potenza coloniale, questa volta.

Una sola domanda, e resterà aperta

Si aprirà un’inchiesta indipendente, con poteri reali, su chi ha impartito gli ordini alla frontiera nord fra il 29 e il 31 luglio, e sul numero effettivo dei morti? Non una commissione ministeriale che riferisca a chi dovrebbe indagare. Un’inchiesta i cui atti le famiglie possano leggere.

Le famiglie dei morti di Tarajal e Benzú hanno diritto a un nome, a una tomba e a un colpevole. È il minimo che uno Stato deve ai propri cittadini — e mio nonno ha combattuto per uno Stato, non per una frontiera in affitto.

Mohamed Bourbiza
Giornalista dal 1998, direttore di Euro News Agency

Nota sulle fonti
Cifre sugli attraversamenti e sui rientri: ministero dell’Interno spagnolo e agenzia Efe. Bilancio delle vittime: fonti delle forze di sicurezza citate dall’Efe (poco più di settanta) e Associazione marocchina per i diritti umani (oltre centotrenta, con decine di dispersi). Spesa per sanità e istruzione sotto il 9% del PIL: dichiarazione della ministra dell’Economia e delle Finanze a margine delle riunioni annuali del FMI. Disoccupazione giovanile 15-24 anni: dati ufficiali marocchini. Accordo militare decennale Marocco-Stati Uniti 2026-2036. Immagini del jet ski a Cabo Negro, M’diq e Fnideq: video amatoriali diffusi sui social e ripresi dalla stampa nell’estate 2025. Le ipotesi sulle cause della crisi sono riportate come letture di analisti e non come fatti accertati.

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